Wednesday 7 January 2009 21:34

Università: la via siciliana alla cattedra facile.

Lunedì 17 Novembre 2008 14:11
Articolo postato da Redazione, nella categoria Rassegna stampa, e commentato da 4 utenti.

[PANORAMA - Antonio Rossitto - 15/11/08] Quanti diciottenni vorrebbero studiare in un paesino di 3.330 anime sulle Madonie, perso a 1.100 metri d’altezza e abitato per metà da ultracinquantenni? Tanti, si sono risposti gli insigni cattedratici dell’ateneo di Palermo riuniti attorno a un tavolo per decidere dove dislocare nuove sedi. E Petralia Sottana, uno dei posti più suggestivi e ameni dell’isola, sembrò a tutti una scelta azzeccatissima. Ritirati in un convento a qualche chilometro dall’abitato, frotte di neodiplomati avrebbero frequentato la facoltà di Scienze e tecnologie dei beni culturali.

Invece le previsioni si rivelarono inesatte: dopo cinque anni, gli iscritti sono appena 35. Pochi e votati al sacrificio: frequentano i laboratori a Palermo, per specializzarsi dovranno andare ad Agrigento e non sanno ancora quando comincerà quest’anno accademico. Giovani ammirevoli, come gli sforzi economici che il minuscolo comune delle Madonie ha sostenuto per la sua miniuniversità: 141.037 euro, che hanno cospicuamente contribuito al dissesto finanziario dell’amministrazione.
Un’iniziativa tutt’altro che sporadica: i tre atenei statali siciliani, quelli di Palermo, Messina e Catania, hanno 36 sedi distaccate. Non esiste ormai angolo dell’isola in cui la bulimia decentrativa non abbia colpito. Ci sono corsi in città d’arte come Cefalù e Noto. In paesi dell’entroterra come Nicosia e Piazza Armerina. In maleodoranti centri industriali come Priolo e Gela. I risultati sono disastrosi: manipoli di iscritti, enti locali sepolti dai debiti ed eccezionale morìa di facoltà. Con inverosimili casi limite, come quello delle due Petralie.
Considerando insoddisfacente l’offerta formativa a valle, nel 2006 l’Università di Palermo pensò infatti di estendersi a monte: una laurea in Scienze e tecnologie per l’ambiente e il turismo a Petralia Soprana. Un ciclo di studi sperimentale, con un innovativo metodo telematico. Non funzionò: i pochi pretendenti fecero desistere dalle intenzioni. Non andò meglio a Pantelleria, dove si ebbe la stessa idea e uguale scarsità di aspiranti.
Migliore sorte ha avuto invece Valorizzazione della Biodiversità a Castelbuono, 9 mila abitanti: attiva dal 2001, ha una cinquantina di studenti. Che però, assicurano in segreteria, «vengono un po’ da tutto il mondo». Facoltà di nicchia, quelle disseminate sulle Madonie: così tanto da raccogliere lo 0,2 per cento degli iscritti dell’ateneo.
Percentuale non risollevata neppure dalla vicina Termini Imerese, dove vivacchia Scienze geologiche per la protezione civile: 19 iscritti. Dopo attenta riflessione si è deciso, nei mesi scorsi, di non riattivare il primo anno. La laurea forma personale specializzato a intervenire nel caso di frane ed eruzioni vulcaniche. Bandite però le esercitazioni sul territorio, dato che la città è bagnata dal Tirreno.
Più attinente alle risorse locali è quindi l’Università del mare, nata nel 2004 a Campobello di Mazara, paesetto a qualche chilometro dalla costa. Dipende dal polo decentrato di Trapani: è una sede distaccata della sede distaccata. Esempio di devoluzione accademica all’ennesima potenza, piuttosto diffuso nell’isola. Le cose, però, promette il nuovo rettore di Palermo, Roberto Lagalla, dovranno cambiare: «Rivedere il sistema sarà uno dei miei primi atti» assicura «Ci sono modelli buoni, ma altri pessimi, molto costosi e senza alcuna vocazione territoriale».
Proposito di razionalizzazione condiviso anche dal magnifico rettore di Messina, Franco Tomasello, a capo di un ateneo che ha fatto dell’espansione territoriale uno dei suoi marchi distintivi. Perché limitarsi ai confini regionali, si sono chiesti a Messina? È seguito dunque lo sbarco in continente: non solo a Reggio Calabria, ma anche Locri, un centinaio di chilometri a nord dello stretto.
Notevole pure l’attività di colonizzazione a sud, che ha permesso di spingersi fino a Priolo, nel siracusano. In verità, non sono state disdegnate nemmeno le città più vicine, come Barcellona Pozzo di Gotto, che dista 37 chilometri: ha due corsi e circa 200 studenti. Una sede per cui si spese (e spese) nientemeno che il Parlamento, approvando nel 2003 una legge dal seguente titolo: «Interventi per l’espansione dell’università di Messina nelle città di Barcellona Pozzo di Gotto e di Milazzo». Non si trattò di quisquilie, ma di ben 7,5 milioni di euro da spalmare in tre anni. Primo firmatario fu il senatore del Popolo delle Libertà, Domenico Nania. Un aiuto disinteressato? Non proprio: il politico è di Barcellona, dove è sindaco il cugino Candeloro Nania. Unico requisito per avere il finanziamento: creare indirizzi particolarmente innovativi. E l’estro non mancò: nacquero così Mediazione culturale per l’integrazione multietnica e Scienze sociali per la cooperazione e lo sviluppo.
Nei corridoi della bella sede barcellonese una ventina di studenti attende l’inizio delle lezioni in Storia delle Dottrine politiche. Il professore, Dario Caroniti, insegna a Messina. Prima di infilare l’aula, spiega: «Il decentramento selvaggio è una delle cause del crollo delle università: serve solo ad aumentare cattedre e poltrone» sostiene. «Si assumono docenti a contratto: impiegati, assistenti sociali e insegnanti delle superiori. Mentre quelli di ruolo viaggiano malvolentieri: ci sono corsi che non partono per la mancanza di professori».
A Patti, 28 chilometri più a ovest, si rischia la stessa fine. Qui c’è Scienze giuridiche, foraggiata da curia e comune. I professori raccontano di non essere pagati da due anni per le difficoltà finanziarie dell’amministrazione. «Né le spese per le trasferte e nemmeno il costo della supplenza» specifica Emilia Calabrò, che insegna Diritto del lavoro. La raggiunge la collega a cui ha chiesto un passaggio per tornare nel capoluogo: ordinario a Messina, chiede l’anonimato: «Gli enti locali si stanno dissanguando. I sindaci promettono: “Daremo una laurea ai vostri figli! E le università, spinte da manie di grandezza, acconsentono. Ma le sedi distaccate costano». Si sistema i capelli biondi e, sarcastica, chiosa: «Converrebbe affittare due pulmann ogni giorno e portare i ragazzi avanti e indietro da Messina».
Un paradosso, ma solo fino a un certo punto. Sono molti i comuni siciliani che si sono svenati pur di garantire una facoltà sotto casa. Promesse che si sono rivelate onerosissime. Per questo il rettore della Kore di Enna, Salvo Andò, giura e spergiura che non delocalizzerà: «È un sistema che ha prodotto effetti perversi. Ci sono città che si sono indebitate all’inverosimile pur di fregiarsi di un corso» sostiene «Con i loro soldi si fa cassa e vengono banditi posti per docenti. Tutto a discapito della qualità».
Pure il consorzio degli enti locali ennesi che finanzia la Kore è finito però nel tritacarne del dare e avere. L’ateneo di Catania lo ha citato in giudizio, chiedendo 20 milioni di euro di arretrati. Il problema è che il decentramento si paga, e pure tanto. Circa 5 milioni e mezzo di euro sono costate all’università etnea i due corsi di laurea in Scienze dell’amministrazione e quella in Economia aziendale attivate a Modica, nel ragusano. Il comune, che doveva farsi carico della spesa, per adesso ha pagato solo 378 mila euro.
A Comiso, dove tre anni fa è nato un corso in Informatica applicata, le cittadine del circondario si erano impegnate solennemente: i soldi li metteremo noi. E chi li ha visti? Catania ora reclama un milione di euro, e va avanti a decreti ingiuntivi. Ne valeva la pena? Forse no, visti i 113 iscritti. E a Caltagirone è stato fruttifero Progettazione e gestione di aree a verde, parchi e giardini? Inaugurato nel 2002 con la sponsorizzazione di provincia e comune, arranca vistosamente. Ha 74 studenti e 830 mila euro di passivo: 11 mila per ogni potenziale agronomo.
Un’espansione forsennata, guidata con mano ferma dall’ex rettore Ferdinando Latteri, in carica fino al 2006, poi deputato del Partito democratico e, a seguire, del Movimento per l’autonomia. I conti adesso li sta facendo il suo successore, Antonino Recca: «Quest’anno non attiveremo il primo anno in quattro sedi. Il decentramento è servito solo ad accontentare la politica locale e a distogliere fondi. Si sono giocate intere campagne elettorali su queste promesse. Il risultato, per noi, sono 40 milioni di debiti».
A dire il vero, non è l’unico lascito. L’università, negli anni passati, ha bandito decine di cattedre in corsi ora a rischio: 23 docenti di ruolo a Modica, 7 a Piazza Armerina, 5 a Comiso. Tutti professori che potrebbero dover rientrare a Catania.
La spesa per il personale, del resto, in alcuni casi è a dir poco scriteriata. Fortunatissimi, ad esempio, gli studenti di Scienze agrarie tropicali e subtropicali a Ragusa. Oltre a una stupefacente sede su un’altura della città, possono contare su insegnamenti quasi personalizzati. Per dirne una: le lezioni di Protezione delle colture tropicali e subtropicali le seguono in cinque. Non c’è da stupirsi: in tutto ci sono 220 iscritti. E i professori? Tra supplenti, a contratto e di ruolo si arriva a 62: ognuno segue in media 3,5 allievi. Meglio di una classe di recupero.
Insuperabile però la ventura dei 66 iscritti a Economia e gestione delle imprese agroalimentari: hanno 39 docenti che devono occuparsi di meno di due studenti a testa. E dove si trova questo meraviglioso esempio di decentramento a misura di giovane? A Nicosia: 15 mila abitanti, entroterra più profondo dell’isola. Un posto da lupi, eletto nel 2001 a splendido luogo di studio. L’Università di Catania ci ha già rimesso 1,3 milioni di euro. Eppure a questo affaccio accademico sui Nebrodi non riesce a rinunciare.

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4 Commenti to “Università: la via siciliana alla cattedra facile.”

  1. aneurisma said on Martedì, Novembre 18, 2008, 17:51

    Scandaloso!
    Ma è giusto che si sappia che l’autore è stato fin troppo buona con il corso di Laurea nostrano, quest’anno non ci sono 50 iscritti, diciamo che dovevano esserci, poi per incompetenze organizzative la cosa è finita male e adesso non si sa se si attiverà il primo anno, il corso nel frattempo è diventato sede staccata di Scienze Biologiche e non più Conservazione e Valorizzazione delle Biodiversità

  2. Faria Bate said on Giovedì, Novembre 20, 2008, 11:17

    Questo articolo fa parte di una rete di iniziative faziose attuate per dare un senso alle azioni distruttrici del governo nei confronti di scuola e università e volte a diffondere nell’individuo medio, oserei dire bonariamente anche poco critico, l’idea che nel mondo dell’istruzione ci siano, solo o soprattutto lì, troppi sprechi e troppo marcio.
    Non penso che l’autore dell’articolo dia numeri inesatti, ma che li utilizzi abilmente per condurre il lettore verso la sua tesi mi sembra palese. Del resto non è una novità, i nostri politici, che nel “utilizzo del numero” sono maestri, giornalmente ci dimostrano che tramite i numeri si può dire tutto ed il contrario di tutto. Per cui quando si legge:”…come gli sforzi economici che il minuscolo comune delle Madonie ha sostenuto per la sua miniuniversità: 141.037 euro, che hanno cospicuamente contribuito al dissesto finanziario dell’amministrazione” si è portati a biasimare un’amministrazione sprecona. Tuttavia fermandosi a riflettere ci si accorge che detta cifra è spesa in cinque anni, e che stiamo parlando di poco più di 25.000 euro l’anno, cifra con cui si può pagare un’unità di personale (intorno 20.000, contributi inclusi) luce, riscaldamento e forse la manutenzione dello stabile. Mi viene, quindi, da ridere nel pensare che una tale spesa possa portare al dissesto di un comune! Tra l’altro una parte di tale somma sarebbe probabilmente comunque stata spesa dal comune per mantenere il “convento a qualche chilometro dall’abitato”, anche nel caso in cui (caso molto probabile) in alternativa al corso di laurea fosse nato l’ennesimo improponibile museo! Penso che il Rossitto costi a Panorama in cinque anni più di 141.037, soldi sicuramente ben spesi per il proprietario della rivista! Il comune di Petralia, visto che era possibile farlo, ha pensato di investire attivando un corso di laurea e dando, di conseguenza, qualche opportunità di lavoro in più a dei giovani.
    Quando si parla di formazione non si può utilizzare in maniera banale della calcolatrice come fa, per arrivare alla sua tesi, il Rossitto e dividere il numero di studenti per i docenti. Se si fosse sempre ragionato in questo modo corsi di laurea come fisica, chimica e forse anche matematica, visto l’esiguo numero di iscritti ogni anno a questi corsi, non sarebbero neanche nati! Lo stesso destino sarebbe toccato alle specializzazioni di medicina ed ai master di alta formazione finanziati dall’europa, 15-30 studenti per 30-40 docenti.
    E’ ovvio che nell’articolo è riportata una verità, ossia l’eccessivo proliferare di sedi distaccate accompagnato dalla nascita di un numero spropositato di corsi di laurea, che ha come vero effetto la diminuzione della qualità dell’offerta formativa; scarse attrezzature, impossibilità di utilizzo di laboratori, lezioni antididattiche di 4 ore minimo per andare incontro agli impegni del docente, il desiderio di non chiudere un corso che ha come prima conseguenza la richiesta di obiettivi minimi di preparazione. Questi i motivi veri per cui ripensare sull’utilità di sedi distaccate.
    Non sono le sedi distaccate i veri sprechi dell’Università, quantomeno non in generale. Per quanto riguarda i costi degli insegnamenti dati in dette sed,i molto spesso i corsi vengono tenuti, da strutturati (professori e ricercatori), titolari di altre materie, a titolo gratuito. Gli insegnamenti che non vengono coperti in tal modo, e sono molti perché l’Università non ha soldi per nuove assunzioni, vengono ribanditi a non strutturati dando contratti di docenza; per capire di che cifre stiamo parlando (andate sul sito di scienze di palermo e cliccate su bandi), l’Università di Palermo ed in particolare la Facoltà di Scienza a cui afferisce il corso di laurea in Biodiversità, paga per un contratto di docenza 30 euro lordi l’ora, per le sole ore frontali (non paga le ore di ricevimento e gli esami), per cui mi sembra chiaro che stiamo parlando di briciole! Non vedo dunque dove stia lo scandalo, in fondo l’idea a base della nascita delle sedi staccata non era cosi cattiva o assurda: piuttosto che far spostare qualche centinaio di studenti, ragazzi che probabilmente non avrebbero neanche avuto l’opportunità economica di studiare (le spese che uno studente pendolare deve affrontare sono assolutamente ingenti) si sposta il docente e va a fare lezione in una sede locale preesistente. In tal modo, avendo limitato i costi delle docenze e quelli dei locali, i costi aggiuntivi sarebbero dovuti essere minimi, come penso (spero) sia successo in realtà come Castelbuono o Petralia. Se alcune amministrazioni hanno fatto delle “porcate” non vuol dire necessariamente che l’intento di alcune o di tutte era di farne.
    Se si pensa a dei costi quando si parla di istruzione, allora meditate su quanto ogni giorno ci costa l’ignoranza dei nostri politici!
    L’autore parla di via per le “cattedre facili”, anche su questa affermazione avrei da ridire, dato che per quanto riguarda dell’Università di Palermo (non conosco le altre realtà universitarie siciliane), già da diversi anni e per sopperire ai sempre minori finanziamenti dello stato, si è autoimposta un turnover del 30% (ogni dieci professori che vanno in pensione non più di 3 nuovi ricercatori). E’ vero, ci sono cattedre facili, ma la natura dell’essere “facili” non è da ricercarsi nella sede di docenza, ma quasi sempre all’interno del nucleo familiare del “facilitato”! Il quasi lo metto perché il mondo della politica con i suoi tentacoli viscidi arriva ovunque, vedasi carriera del “ministro” Brunetta.
    Mi rattrista vedere che in Italia piuttosto che discutere di problemi concreti, con l’obiettivo di risolverli, si finisce sempre col parlare di “aria fritta”. Capita quindi che, piuttosto che chiedersi cosa faranno l’anno prossimo 80.000 maestre precarie rimaste senza lavoro (un problema dalle proporzioni di 10 fallimenti alitalia), si discuta del bisogno del grembiulino e del 5 in condotta!

  3. Michele Spallino said on Giovedì, Novembre 20, 2008, 11:44

    Sono perfettamente d’accordo con te, Faria. Il lavoro di Panorama, la loro mission, è ben chiara: agenda setting sul target medio su commissione del Proprietario.
    Dare uno pseudo-supporto ai cavalcati tormentoni nazionalpopolari - spot - fingendo di affrontare “i problemi reali”. Ma le notizie, o i proclami, vanno in palinsesto solo se il sondaggio gli ha attribuito un appeal. E allora? “spreconi e nullafacenti nella pubblica amministrazione, nelle università ecc” e si evita di entrare nel merito. Cifre vuote, svuotate del loro senso, pulizia dell’immondizia da Napoli (ma solo nei teleschermi…) ecc.
    Ci aspettano anni “dolci”: anche se fosse salvifica, non ci darebbero mai una medicina amara e impopolare.
    Speravo in un intervento come il tuo.

  4. Federico said on Giovedì, Novembre 20, 2008, 12:05

    …bravo Faria! E’ ora che qualcuno lassù nei palazzi che contano sappia il valore culturale e l’altissimo rendimento che ne trae la comunità scientifica europea dal fatto di avere una università a Castelbuono.

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