90013/13009 Learning from Castelbuono?

By on 18 aprile 2014

Dopo l’ennesima lunga pausa ritorna,  sempre dal fronte e sempre alla ricerca di identità e costanza,  noi non ci saremo. Questa volta con totale dedizione al tema dell’architettura in relazione all’ultima proposta del Museo Civico.

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Per quanto il titolo possa far ben sperare gli addetti ai lavori in realtà il tema trattato è molto lontano dal pensiero di Robert Venturi e, sebbene non mi trovi nelle condizioni di escludere la possibilità che qualcuno abbia preso seriamente l’idea di costruire un qualcosa a forma di fungo (sic), non voglio certo impegnarmi nell’analizzare il fenomeno della concezione, costruzione e comunicazione architettonica a Castelbuono. Non certo perché la cosa possa porre problemi di sorta ma, semplicemente, perché i risultati sarebbero potenzialmente discutibili. Ma stiamo tranquilli, non siamo soli.

La scintilla di questa riflessione è nata proprio ieri, leggendo l’ultima interessante proposta del Museo Civico che, finalmente, ha deciso di tornare a parlare di Progetto (con una commovente P maiuscola) e di architettura dopo una lunga pausa. Infatti non è la prima volta che questo accade e il passato riserva moltissimi spunti di riflessione su spazi ancora irrisolti come il teatro e l’aerea castellana compreso lo stesso castello. Come tanti ho subito apprezzato l’idea ma leggendo il bando e realizzando le sue molteplici limitazioni qualche domanda me la sono posta: la prima, non banale, mi porta a chiedere perché l’innovazione debba essere separata dal recupero e dal restauro e la seconda, preminente forse, mi fa legare tutte  le belle parole usate con l’intento dichiarato di creare un vero e proprio laboratorio di architettura. Ricerca dunque. Allora perché non vengono coinvolti in prima persona anche coloro i quali praticano ricerca e accumulano idee senza ancora godere di un titolo professionale? Fra i partners figura anche l’Università degli studi di Palermo, e, in particolare, il corso di Laurea in Architettura. Essendosi questo appena fregiato del marchio Politecnico i suoi studenti, me compreso, sono legittimati a saper far di conto e 2+2 porta inevitabilmente a un banale risultato. Mi si potrà facilmente presentare il punto quattro del bando con le sue previste figure collaborative tuttavia resto convinto del fatto che si sia persa un’occasione per dare al neonato premio un respiro ancora più ampio e diverso con l’intento sia di accumulare una riserva di idee spendibili nel tempo sia di agitare le acque stantie dell’architettura  puntando il più possibile sull’apertura all’esterno in un paese non certo famoso per la sua propensione all’immobilismo ma che si trova decisamente a disagio quando si tratta questo fondamentale argomento. Forse a noi giovanissimi sfugge qualcosa che il linguaggio burocratese nasconde ma anche quando l’intento finale sia dotarsi di sole idee utilizzabili tout court dal punto di vista amministrativo tramite bandi e finanziamenti e, pertanto, dotate più di carica empirica che concettuale non si dovrebbe ignorare il potenziale bacino di idee nuove e magari sovversive nascosto negli studenti delle scuole di Architettura e Design. Così arrivo al tasto dolente che mi ha fatto chiamare in causa il maestro della comunicazione in architettura con il rischio di apparire decisamente elitario anch’io: Come poniamo il nostro modo di operare, il nostro linguaggio e le nostre realizzazioni rispetto al mondo che inizia varcata la soglia della Fiumara? L’intento ultimo dovrebbe essere quello di non cuocerci nel nostro brodo e il metodo comunicativo usato fino a oggi ha non solo preparato la pentola ma anche apparecchiato la tavola. Guardare fuori non basta più, bisogna attirare attori e competenze.

La prima pietra è stata comunque posta: diventare un esempio a cui guardare per cambiare la città dal basso attraverso l’architettura. Stiamo partendo in ritardo ma siamo ancora in tempo per arrivare primi.

A proposito di Michele Puccia

Eclettico ermeneuta del caos, in altre parole nullafacente. Ufficiosamente è nato a Palermo nel 1991 e cresciuto a Castelbuono. Da giovanissimo si appassiona al teatro e alla fotografia, dopo il diploma scientifico inizia gli studi magistrali in architettura presso l’Università degli Studi di Palermo, dove approda al design grafico e alla progettazione architettonica, che diventa la sua principale occupazione. Dal 2013 segue le tematiche del progetto di architettura per le città del Mediterraneo e dopo aver trascorso un fondamentale periodo di studi all’École Nationale Superieure d’Architecture de Marseille rientra a Palermo dove discute la sua tesi di Laurea dal titolo Il museo della memoria migrante nel Mediterraneo.

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