Bolero. L’intervista a Carmelo Abbate

[iltempo.it] Salì sul tetto della casa all’esilio di Hammamet, e disse: «Vieni, ti faccio vedere l’Italia». A parlare è Bettino Craxi, che indica al suo fido fotografo, Umberto Cicconi, il Bel Paese, con un dito. È quello che racconta la Storia, un po’ romanzata, un po’ no, firmata da Carmelo Abbate, dal titolo «Bolero. Una perfetta storia italiana» (Piemme, pp. 416, 17,50 euro). Iniziata nelle borgate romane, finita con la morte dell’ex leader del Psi.

Carmelo Abbate, Umberto Cicconi c’era all’Hotel Raphael?

«Sì, lui era lì al Raphael la sera delle monetine. Una pagina vergognosa. Ed era là quando erano in automobile e prendevano le monetine, lui era accanto all’autista. Dietro c’era Craxi, Umberto è quello che si prende una moneta in faccia, quello a cui sanguina la faccia. Lì c’è il racconto della fuga di Craxi. E Umberto con un furgone si infila nei vicoli, prende tutte le carte che erano al Rafhael, le infila in 20 scatoloni, nasconde gli scatoloni dentro a un furgone. E il furgone parte, e in periferia a Roma si infila nella rampa dentro questo Tir. Il Tir parte la notte stessa per Parigi, si ritrovano sugli Champs-Élysées, e lì va a seppellire i faldoni in una tenuta in Normandia dove viveva una sua ex fidanzata».

Carmelo Abbate, “Bolero. una perfetta storia italiana”. Quindi una storia tanto vera, da diventare leggenda?

«Sì, è una storia vera. Nel senso che ho scritto un romanzo, ma i fatti raccontati sono tutti veri. Con nomi e cognomi. È «La» storia, quella di Umberto Cicconi, un ragazzino nato in una periferia, negli anni ’50, a Pietralata. E cresciuto quindi in una situazione di grande disagio e grandissima dignità. Si trasferì a Ostia negli anni ’70, quando Roma venne liberata dalle classi basse. Questa storia è diventata leggenda. Era il nipote di uno dei più grandi malavitosi di Roma, Cicconi, chiamato “Er Bolero”. Poi ci fu il rapporto con Craxi, l’astro nascente della politica italiana, poi Ppesidente del Consiglio. Entrò nella sede del governo con un ruolo di primo piano. Sempre dietro a Craxi. Quando il potere, il “palazzo” socialista crolla, Umberto con Craxi rimane fino alla fine. Un qualche modo muore con Bettino. Non ha mai cercato di andare oltre Craxi. Ha votato la sua vita a quell’uomo. Lo ha amato in modo ruspante, in modo irrispettoso ma autentico».

Umberto, un fotografo, e un presidente del Consiglio. Come avvenne il loro primo incontro?

«È una scena che racconto nel libro. Umberto scopre la macchina fotografica, fa degli scatti in giro per Roma e fa le foto al Congresso del Psi, con Nenni alle spalle. Craxi vede quelle immagini e lo fa chiamare. Il loro primo incontro è alla sede del Psi. Si trova davanti Craxi che legge il giornale e non alza neanche lo sguardo. Passano 20-30 secondi così, il leader socialista neanche si gira. E così Umberto si volta, sbatte la porta e se ne va. Si ritrova con gli uscieri che lo rincorrono. “Ma questi chi si credono di essere?”».

Quale è la foto emblematica della vita di Craxi, secondo lei?

«Credo che ce ne siano tante: una in particolare, scattata in occasione di una ricorrenza legata alla figura di Garibaldi».

Perché scrivere un libro su questa figura? In fondo Umberto è ancora vivo?

«Sì, lui è del 1958, quindi…».

Nel libro lui va a trovare Craxi ad Hammamet.

«Sì, lui è uno dei pochi che va, e ci sta per un periodo lungo. Craxi gli dice: “Faremo come Don Chisciotte, e andremo in giro per il mondo all’avventura”. Umberto dopo la parentesi con Bettino fa una grande fatica a lavorare. In qualche modo si rifugia con Craxi ad Hammamet. È un romanzo che racconta uno spaccato di quegli anni, la tristezza di Craxi. Il libro si apre nel 1999, Craxi muore nel gennaio 2000, due mesi prima della morte. Due uomini salgono sul tetto di una casa ad Hammamet, e un uomo dice “Guarda, ti mostro l’Italia”. E l’altro ha un tatuaggio. Ha i 5 punti della malavita: Craxi sente la fine avvicinarsi, piange sulla spalla di Umberto».

Quale è stata l’ultima volta che i due si sono visti?

«Pochi giorni prima della morte di Craxi lui era lì. Quando Bettino muore, l’unica persona presente era la figlia Stefania».

Come mai scrivere, ora, una storia del socialismo, quando il Socialismo è diventato così poco «à la page»?

«Umberto ha letto i miei precedenti libri. Gli piaceva il mio stile. Mi ha cercato e mi ha chiesto che raccontassi la vita di quegli anni. Gli ho detto: “Non se ne parla proprio, di riscrivere la storia di Craxi, per ribaltare la verità. Non sono la persona indicata”. Gli ho detto che non mi interessava. Poi ho aggiunto: “Guarda, non ti rendi conto che storia è la tua?”. Gli ho detto che ero disponibile a scrivere la storia di Umberto e non quella di Craxi».

Una storia che si conosce e al tempo stesso è ancora tutta da raccontare.

«Appunto. Abbiamo visto i luccichini di quegli anni, le starlette, gli ori socialisti, i congressi, tutto».

Parliamo del famoso tatuaggio. Non tutti sanno che per alcuni i tatuaggi hanno un preciso significato, almeno non senza aver prima letto «Educazione siberiana» di Lilin.

«I cinque punti della malavita. Durante un viaggio con Craxi a New York, Umberto incontra John Gotti, il boss dei boss. E gli dice in un ristorante americano: “Mi hanno parlato bene di te, vorrei che lasciassi l’Italia e che venissi a lavorare con me. Si alza e gli fa vedere il tatuaggio. E lui gli fa: “Ma cosa è ’sta roba?”. “Ma se non lo sai tu, che lo dovresti sapere?” gli replica Gotti. E Umberto rifiuta l’offerta: “Ti ringrazio, ma io già lo ho un boss, e non lo tradirò mai”. Questa fu la risposta».

Simona Caporilli