GdS: “Rapina a distributore. Condanna a 5 anni confermata”

By on 26 maggio 2017

È stato uno dei componenti della banda che ha rubato 30 mila euro al proprietario del distributore di benzina «Q8». Arriva il giudizio definitivo della Cassazione per Antonino Macaluso, che è stato condannato a cinque anni e quattro mesi di reclusione per concorso in rapina. A dare la notizia è il Giornale di Sicilia con un articolo a firma del giornalista castelbuonese Giuseppe Spallino.

La mattina del 16 febbraio 2015, Pietro Sferruzza si era recato alla filiale cittadina dell’Unicredit per depositare l’incasso del weekend, banconote e monete raccolte dal dispositivo elettronico per l’erogazione del carburante. Prima di entrare in banca venne avvicinato da tre individui, due dei quali, spingendolo contro un muro, lo fecero cadere a terra mentre un altro in pochi attimi gli sottraeva il denaro contante. I tre malviventi, con i volti parzialmente coperti, si diedero quindi alla fuga, verosimilmente con l’appoggio di altre persone.
L’indagine avviata dalla compagnia dei carabinieri di Cefalù individuò in Antonino Macaluso, un uomo di 56 anni con precedenti penali, originario di Lascari ma da trent’anni residente a Castelbuono, uno dei componenti del gruppo criminale. A consegnarsi ai militari dell’Arma, dopo quattro giorni di ricerche, fu lo stesso Macaluso, per il quale il gip del Tribunale di Termini Imerese convalidò il fermo disposto dal pm Antonia Pavan.

Al processo di primo grado, celebrato con il rito abbreviato davanti al gup Sabina Raimondo, l’imputato è stato condannato a cinque anni e quattro mesi di reclusione, oltre al pagamento di 40 mila euro di provvisionale alla parte civile. Il giudice Raimondo, inoltre, ha riscontrato una serie di contraddizioni nelle dichiarazioni rese durante le indagini da un amico di Macaluso, tale Giovanni Migliazzo, e pertanto ha disposto la trasmissione degli atti alla Procura termitana, che adesso ha concluso le indagini preliminari a suo carico formulando l’ipotesi di favoreggiamento.

Al processo d’appello, celebrato dinanzi la seconda sezione penale, l’accusa ha chiesto la conferma della pena inflitta in primo grado, che è stata confermata dal collegio giudicante.
Il collegio difensivo, rappresentato dagli avvocati Salvino Caputo e Decimo Lo Presti, ha impugnato la sentenza innanzi la Suprema corte, che ha affidato il caso alla settima sezione che ha definito «inammissibile» il ricorso, rendendo definitiva la condanna.
Per Macaluso, al momento detenuto presso il carcere di Trapani, si è aperto un procedimento anche dinanzi la sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, che gli ha inflitto due anni di sorveglianza speciale con obbligo di dimora nel comune di residenza. Provvedimento che è stato già impugnato dalla difesa. «La proposta – afferma l’avvocato Caputo – è infondata, perché il Macaluso per ben 15 anni si è astenuto dal commettere reati. Quindi non c’è l’elemento di pericolosità nell’attualità della misura. E in ogni caso tutto rimane sospeso, atteso lo stato di detenzione del mio assistito».
Alla fine del processo non è mancato il commento della vittima Pietro Sferruzza: «È ancora presto per poter affermare che è stata fatta giustizia. Spero che le forze dell’ordine riescano a prendere tutti i componenti della banda». Per questo, sono ancora in corso le indagini dei carabinieri, coordinati dalla Procura guidata dal magistrato Alfredo Morvillo.

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La Redazione di Castelbuono.Org, deus ex machina del progetto sin dal 2007, coordinata da Michele Spallino.

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