“Gite fuori porta”. Il Castello Incantato di Filippo Bentivegna a Sciacca

By on 15 gennaio 2018

Diamo il benvenuto ad una nuova rubrica, dal titolo “Gite fuori porta”, nella quale la nostra Valentina Bonomo ci suggerirà ogni volta una nuova destinazione in Sicilia, in cui scoprire storie insolite e meraviglie poco conosciute della nostra regione. In fondo all’articolo troverete sempre una mappa per conoscere le distanze e il percorso consigliato, più qualche link per approfondire quanto da lei sapientemente raccontato.
Come scrisse Roberto Alajmo nel suo libro “Castelbuono la città gentile”, ed in fondo è risaputo a tutti, Castelbuono è il centro dell’universo… ma ciò non toglie che qualche “gita fuori porta” possa aiutarci a comprendere ancora meglio l’unicità di una terra come la nostra, così ricca, affascinante e sfaccettata.
La Redazione

 

« Cerco la Grande Madre … Dentro la terra è il seme dell’uomo » Filippo Bentivegna

Da curiosa del mondo e appassionata di viaggi, mi stupisce sempre scoprire quante bellezze, naturali e non, possieda la Sicilia. Questo perchè la mia personale conoscenza dei suoi tesori è davvero scarsa, nonostante sia la mia terra natia. Ora, alla mancanza di conoscenza si può certamente porre rimedio. Anche se non posso fisicamente permettermi di trascorrere tutto il mio tempo esplorando la Sicilia in lungo e in largo, non c’è però limite ai viaggi che può percorrere la mente. Tutto quello che serve è un pizzico di curiosità. Anche la Sicilia, come l’Italia in generale, ha le sue “meraviglie” (Alberto Angela docet). L’intento è quello esplorarne i luoghi forse un po’ meno conosciuti, senza perdere la capacità di sorprenderci e concedendoci invece il privilegio di rimanerne “meravigliati”.

Per il nostro primo viaggio aggiungiamo al mix di bellezze siciliane un po’ di favola e follia, due ingredienti affascinanti e imprevedibili. Ecco quindi in tutto il suo splendore, il Castello Incantato di Filippo Bentivegna. 

Come prima cosa, questo luogo situato non lontano da Sciacca, non è affatto un castello. Eppure, come ogni castello che si rispetti, ha la sua “corte”, una nutrita popolazione di teste scolpite nella roccia. Autore di tutto ciò è Filippo Bentivegna, marinaio analfabeta senza nessuna formazione artistica, vissuto nel secolo scorso e considerato da tutti un folle.
Fin qui ci siamo no? Favola e follia.
Ma allora perchè si chiama castello ciò che un castello non è? E che c’entra “incantato”?

La risposta ce la dà proprio Filippo Bentivegna, “artista per caso”, più per istinto più che per volontà. Che fosse folle, anche se innocuo, non c’era ombra di dubbio. Alcuni pensano che fu un trauma alla testa subìto mentre cercava fortuna in America a farlo impazzire. Altri invece sostengono che la follia abbia sempre fatto parte di lui. Sia come sia, questa follia non tardò a manifestarsi. Nel suo podere ai piedi del monte Kronio, Bentivegna cominciò in modo frenetico, quasi convulso, a scolpire teste di diversa forma, dimensione e fisionomia. Quando non ci furono più rocce da scolpire, cominciò a intagliare il legno e quando finì anche quello, iniziò a scavare delle piccole cave da cui estraeva la pietra.Era convinto di essere sovrano del sul piccolo regno popolato da teste, i suoi “sudditi”. Su di essi regnava brandendo un corto bastone di legno, il suo scettro, che chiamava “la chiave dell’incanto”. 

Le teste rappresentavano tutta l’umanità di cui avesse avuto esperienza (reale o immaginaria che fosse). Non ebbe pressoché alcun riconoscimento in vita per la sua opera e l’unica mostra mai realizzata con le sue teste si rivelò un flop. Dopo la sua morte tuttavia, attirò l’attenzione della corrente artistica nota come Art Brut. Alcune delle sue teste sono infatti tuttora esposte al Museo dell’Art Brut di Losanna.

Il “Castello” quindi, era in realtà tale solo nella mente di Bentivegna, nella sua convinzione di essere un monarca che regnava su un’umanità fatta di pietra. Rimane sempre il mistero dietro quell’ “incantato” però. A svelarlo sono proprio le sue teste, una popolazione di pietra che sembra celare chissà quali segreti. Oggi ne rimangono solo tremila, a fronte di un numero molto più alto, andato distrutto o perduto negli anni. 

Quelle che sono sopravvissute fino a noi formano un vero e proprio museo a cielo aperto, un intricato dedalo fatto di occhi di pietra che fissano il curioso viaggiatore che ne percorre i viali.  Tutte le teste sono accomunate dalle stesse espressioni tristi perchè, come diceva Bentivegna, « gli uomini sono così ». Durante un’intervista, un giornalista gli chiese perché mai ne scolpisse così tante. Bentivegna rispose che le teste rappresentavano l’uomo e l’umanità e che, attraverso di esse, cercava la “Grande Madre”, un legame primitivo e ancestrale con la terra.

Ecco un breve video dal titolo “Uno scultore dilettante” tratto dall’Archivio Storico Luce e risalente al 1953, che mostra Bentivegna e le sue teste.

« Io scavo queste caverne e penetro nella terra… io la possiedo… ne traggo forza ed energia e per questo qui sono tutti vivi… io li ho fatti rinascere… »

Forse Bentivegna pensava di essere quasi un piccolo dio, artefice del proprio mondo personale, oppure era la terra a dargli la possibilità di far “vivere” le sue creazioni. In ogni caso, c’è da chiedersi cosa rimanga oggi di tutto questo. Il legame con la Grande Madre era visibile solo a Bentivegna o anche noi profani osservatori possiamo coglierne l’essenza? È molto difficile anche solo iniziare a comprendere gli intricati mondi che può generare la follia. In un certo senso dunque, non sarà mai possibile comprendere a fondo l’opera di Bentivegna. O forse sì? Se un pizzico di follia risiede in ogni essere umano, forse è lì che troviamo la risposta, una nostra personale “chiave dell’incanto”, che magari non ci permetterà di dominare le sue teste, e nemmeno di comprenderle, ma almeno di sentire quello che hanno da dirci. C’è qualcosa nelle loro espressioni tristi, sconosciute eppure familiari, che attira l’osservatore, che lo spinge a tenere lo sguardo vigile, in attesa di un qualche tipo di rivelazione. Forse allora il legame con la Terra è ancora lì e aspetta solo di essere (ri)portato alla vita, un segreto che vuole essere svelato, un incanto che vuole ammaliare l’osservatore.
Se riusciamo a farci ammaliare, a meravigliarci, la nostra missione per questa volta è compiuta. In attesa della prossima meraviglia.


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