“Gite fuori porta”. Il Monastero di Palma di Montechiaro

By on 8 ottobre 2018

Che cosa rende una meta interessante? Cos’è che attira l’attenzione del viaggiatore, che stuzzica la sua curiosità, che lo rende incline a visitare un luogo piuttosto che un altro?
Se ragionassimo in termini culinari ad esempio, pensando a una destinazione come alla ricetta di una “torta”, quale sarebbero gli ingredienti necessari per renderla un successo?
In questo caso specifico, la meta che mi interessa è il Monastero di Palma di Montechiaro.
Quali sono dunque i suoi “ingredienti”?
Proviamo a fare un elenco:

  1. Partiamo dalla base, forse la parte più importante. Senza una buona base, tutto l’insieme rischia di essere un disastro. Nel caso del monastero, parliamo delle sue origini e della sua storia.
  2. Il ripieno sicuramente arricchisce una base già buona. In questo caso direi qualcosa di famoso – un evento particolare o un personaggio (o magari entrambi) – legato alla storia del monastero.
  3. Arrivati a questo punto, non sarebbe una cattiva idea aggiungere un ingrediente insolito, qualcosa di speziato magari. Nel nostro caso, un alone di mistero e di leggenda che avvolga il tutto.
  4. Quello che manca adesso è una decorazione per il nostro “dolce”. Nel caso del Monastero, è qualcosa che ci riempie lo stomaco per davvero (e ci vuole, dopo tanto parlare di dolci).

Io mi fermerei qui, gli ingredienti sembrano esserci tutti. Non mi resta quindi che “preparare” questo dolce, raccontando il Monastero di Palma di Montechiaro.

La storia del Monastero è di per sé già insolita: parliamo infatti di un edificio originariamente destinato a diventare un palazzo ducale piuttosto che uno religioso. Siamo nella seconda metà del ‘600 e la famiglia è quella del Duca Giulio Tomasi. Suona familiare? In effetti si tratta di un antenato di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che davvero non ha bisogno di presentazioni.
Prima di saltare al famoso autore del Gattopardo però, rimaniamo per un attimo ancora sulla storia del Monastero. Il (fu) palazzo ducale cambia funzione dietro precisa richiesta delle figlie del Duca di cui sopra: quattro di esse infatti prenderanno i voti diventando “inquiline” proprio del monastero.
Tra queste, Suor Maria Crocifissa (nata Isabella Tomasi), la cui vita fu costellata di privazioni, visioni estatiche (la cui natura sacra è effettivamente riconosciuta anche dalla Chiesa, e le è valsa il titolo di “venerabile”) e punizioni corporali. La fama di questo peculiare personaggio risiede però principalmente nella famosa Lettera del Diavolo.

Secondo la storia/leggenda pervenuta fino a noi, la Lettera del Diavolo fu scritta proprio da Suor Maria Crocifissa sotto dettatura forzata da parte del demonio in persona. La lettera (tutt’oggi conservata) fu scritta in una lingua incomprensibile, un misto di parole in greco e latino più altre del tutto sconosciute, e avrebbe dovuto essere indirizzata a Dio con la firma della stessa monaca: la donna riuscì però a resistere a quest’ultima imposizione, scrivendo un semplice “Ohimé” alla fine.
Nel 2017 un team di ricercatori ha a quanto pare tradotto la Lettera grazie all’ausilio di un software di decriptazione, ma il contenuto, benché non più in lingua sconosciuta, non è per questo risultato più comprensibile. Sembrerebbe una sorta di invettiva contro Dio e gli uomini, ma non vi sono certezze al riguardo. Insomma, è probabilmente un mistero destinato a non risolversi mai del tutto.

Sia Suor Maria Crocifissa che l’episodio della Lettera del Diavolo sono citati da Giuseppe Tomasi di Lampedusa all’interno del Gattopardo. Sembra infatti che lo scrittore abbia visitato il Monastero negli anni ‘50 e sia rimasto tanto colpito dalla storia della sua antenata da inserirla nel romanzo, seppur celando la sua vera identità: la Beata Corbera altri non è infatti che Suor Maria Crocifissa.

Arrivati a questo punto, il nostro “dolce” è quasi pronto. Abbiamo la storia, abbiamo personaggi ed eventi famosi, abbiamo anche un pizzico di leggenda per rendere il tutto più vivace. Manca giusto l’ultimo tocco, qualcosa da assaggiare davvero.
Lo troviamo in una vecchia tradizione portata avanti dalle monache del Monastero, quella dei dolcetti a base di mandorle, preparati secondo le antiche ricette, aggiungendo semplicemente acqua, zucchero e aromi naturali.
Dal momento che il Monastero è uno dei pochi di clausura rimasti in Sicilia, e le monache non possono quindi avere contatti con il mondo esterno, i dolcetti sono acquistabili attraverso la “ruota” una volta usata per lasciare doni o per abbandonare neonati alla cura delle sorelle. Rende il tutto ancora più caratteristico insomma.

La nostra “ricetta” virtuale è completa adesso, cosí come il nostro viaggio. Se ci ha lasciati “sazi” e soddisfatti, magari con la curiosità di saperne – e di “assaggiarne” –  di più, allora la nostra missione è compiuta.

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A proposito di Valentina Bonomo

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