I “vescovi rossi” per lo Ius Soli

[REPUBBLICA.IT – Orazio La Rocca] CITTA’ DEL VATICANO – “Garantire la cittadinanza italiana a chiunque nasce nel nostro Paese sulla base dello ius soli è un diritto di civiltà. Un sacrosanto diritto che va riconosciuto a tutti, a partire dai figli degli immigrati che vengono al mondo in Italia, ma nello stesso momento è un diritto che riguarda soprattutto noi italiani”.  Parla monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo, giurista, presidente emerito del Consiglio per gli Affari giuridici della Cei (Conferenza episcopale italiana), presule tra i più impegnati sul fronte dell’antimafia e dell’accoglienza ai migranti che arrivano nel nostro Paese per sfuggire a fame, guerre e persecuzioni. Uno dei pochi vescovi che, comunque, ha sempre condannato senza esitazioni la politica dei respingimenti adottata dal precedente governo Berlusconi definendola “immorale e che non va assolutamente assecondata”. Condanna ribadita proprio oggi, a Pantelleria, alla presentazione del suo nuovo libro ”La Chiesa che non tace”.

“Occorre fare subito e bene”. Con altrettanta determinazione, Mogavero si schiera a favore della campagna di sensibilizzazione che sta portando avanti Repubblica.it per la cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia, facendo notare che “su questo tema, come ha anche sollecitato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, occorre fare subito e bene perché l’Italia è in grave ritardo rispetto ad altri paesi occidentali, come la Francia dove lo ius soli è in vigore da tanto tempo”.  “Senza questo diritto di civiltà – specifica il vescovo di Mazara del Vallo – il nostro Paese rinuncerebbe a svolgere quel ruolo di avanguardia mediterranea che lo contraddistinguerebbe nel favorire il dialogo e la conoscenza con i paesi delle altre sponde”.

“Abberrane negare il diritto di cittadinanza”. Chi viene in Italia, assicura ancora Mogavero, “lo fa perché vuole vivere, vuole lavorare con dignità e abnegazione. Nessuno ci vuole aggredire e tantomeno imporci religioni e culture diverse dalle nostre. Ma i figli degli immigrati che nascono sul suolo italiano hanno tutto il diritto di avere la cittadinanza italiana, se lo vogliono. E’ aberrante, non andare in questa direzione se gli immigrati che lavorano in Italia pagano le tasse, mandano i loro figli a scuola, hanno diritto all’assistenza medica”.  Purtroppo, ammette il vescovo, “tra i politici non tutti la pensano così, come pure nelle gerarchie ecclesiastiche, mentre tra la base cattolica, tra le migliaia di parroci che vivono accanto alla gente comune, l’attenzione a questi diritti è pressocché unanime”.

“E se questo significa essere comunisti….”.
“Non è la prima volta che mi esprimo in questi termini e per questo – ricorda Mogavero – mi accusano di essermi schierato. Certo che mi sono schierato. Dove c’è l’uomo c’è Dio. Specialmente dove c’è l’uomo sofferente ed indifeso. Chi me lo fa fare? La mia dignità di vescovo. Ci chiamano i vescovi rossi – aggiunge – perché ci mettiamo dalla parte della giustizia, della verità, della condanna dell’oppressione, se questo è essere comunista io sono il primo, la spiritualità non deve far perdere di vista la dolorosa vita di chi è oppresso”. Il Mediterraneo ”sopravviverà a tutti i potenti – continua il vescovo – la politica, invece, non dura, dobbiamo mettere da parte l’angoscia distruttiva e il pensiero di una ripresa della guerra santa. Chi arriva nel nostro Paese non mette a richio la nostra identità; è sbagliato, ad esempio, pensare che l’Islam voglia togliere le nostre radici cristiane, ci ricordiamo del nostro cristianesimo solo quando sentiamo il pericolo di invasione. Dobbiamo guardare alla ricchezza culturale del Mediterraneo e farci terminale privilegiato di  dialogo e di convivenza”.

3 Commenti

  1. Le posizioni di Padre Mogavero sullo “jus soli” non possono essere recepite sic et simpliciter senza un minimo dibattito finalizzato a contestualizzare il complesso tema all’ interno delle esperienze in altri Paesi di più avanzate legislazioni come, p.e., Israele, Svizzera, Germania. Nei riflessi della componente storico-culturale dell’ Islam sulla Sicilia, in riferimento allo sbarco della prima armata navale saracena a Mazara (del Vallo) il 17 giugno dell’ 827 – invasione, prima, e dominazione, poi, che si protrasse sino al 965 -, occorrerebbe parimenti qualche precisazione che non può prescindere da un richiamo alla esperienza ed alla finalità delle successive Crociate in Terra Santa. Si prega, pertanto, la Redazione del sito di sollecitare la partecipazione dei lettori e tenere l’ introduzione al tema del Rev. Padre Mogavero ancora per qualche tempo.

  2. A mio avviso non occorre che i vescovi debbano essere “rossi” per farsi parte attiva della società italiana come lo sono già i notai o i giuristi, gli ingegneri o gli architetti, i geometri o i periti, i commercialisti o i sindaci di professione, etc. In ispecie allorché si tratta di ambiti che in prima fila devono vedere schierato l’ unico interlocutore autorizzato: lo Stato (Domani è l’ 11. Febbraio !). “Ius soli” si (pertanto esclusione di “ius sanguinis”) che va riconosciuto a tutti coloro concepiti e nati in costanza di matrimonio sul “suolo” italiano dei quali un genitore è di origine straniera, nel senso: 1. Di godere della cittadinanza italiana e quella del Paese di provenienza di uno dei due genitori legittimi sino al compimento del 23° anno di età e, 2. Della scelta di una delle due (o 3 nel caso di genitori di 2 diversi Paesi) cittadinanze a compimento del 23° anno di età. Si tratta della soluzione (Optionsmodell-2000) vigente nella Repubblica Fed. le di Germania (§4, Abs. 3, e § 29) adottata in conseguenza della ormai positiva e consolidata esperienza con la più numerosa comunità etnica: quella turca. Insomma lo “ius soli” fa riferimento alla nascita sul “suolo” dello Stato ospitante e si contrappone – nel novero dei mezzi d’ acquisto del diritto di cittadinanza (la “nazionalità” è qualcosa di ben diverso, da declinare con i principi dello Stato Nazionale) – allo “ius sanguinis” imperniato, invece, sull’ elemento della discendenza o della filiazione. Pertanto un “sì” , chiaro e definito”, alla società multiculturale nell’ intendimento che la diversità, oltre a sostenere l’ identità, facilita l’ integrazione dei popoli valorizzandone le “culture altre” e aiutando a capire che la diversità, se ben recepita e metabolizzata dai popoli, non rappresenta una minaccia all’ identità, bensì una possibile ricchezza nella misura in cui le Istituzioni del Paese ospitante sono in grado di scoprire nelle culture l’ elemento unificante. In altri termini si può affermare che l’ identità si pone tanto più in essere, quanto più si accetta la diversità. Conditio sine qua non per capire la connessione identità-diversità, è l’ abbandono del luogo comune secondo il quale la nostra civiltà è da considerare come un modello paradigmatico per tutte le altre. Ad accostare le due religioni, Cristianesimo (Ebraismo) e Islam, non è soltanto il loro carattere “monoteista”, ma è stata, anche, la loro predisposizione alla violenza, sia stata, essa, messa in atto per mano dell’ una o dell’ altra, se è vero che dopo le prime incursioni navali che sconvolsero la vita sociale e la già dissestata economia isolana, la grande armata saracena sbarcò a Mazara il 17 giugno dell’ 827 dando, così, luogo, e sino al 965, all’ invasione della Sicilia. Messina era caduta nell’ 842, la fortezza di Enna espugnata nell’ 859, Siracusa assediata ed espugnata nell’ 878 con quei massacri che getteranno nella costernazione tutto il mondo cristiano, sino al massacro di Taormina, allorché il sanguinario emiro di al-Qayrawân Ibrahîm, detto Brachimo, ordinò che al vescovo Procopio della città (Taormina, ribatezzata dai saraceni in Tabarmin) venissse squarciato il petto, estratto il cuore e sul suo cadavere riverso sul terreno scannati i suoi preti sui cui corpi i saraceni orinarono e defecarono. Siamo al giovedì 25 dicembre 962, giorno di Natale, allorché le comunità siciliane saranno costrette ad abbandonare le loro case per insediarsi fuori le mura della città, che verranno concesse soltanto a musulmani e giudei, quest’ ultimi giunti come cavallette da ogni dove. Rimecta (oggi Rometta), il fortino sui Peloritani, sarà definitivamente espugnata nel 965. Quello che accadrà nei secoli a venire per mano dei cristiani in Terra Santa e la carneficina messa in atto dai re normanni a seguito dell’ incontro con il papa in quel di Troina, giunto appositamente da Roma, è meglio lasciarlo nella concimaia della storia. Quanto a noi resta da constatare, è il fatto che poco o nulla è stato operato nel tempo per fare della Sicilia un luogo di rinascenza della grande cultura arabo-siculo-normanna. Il Baffo, il sindaco-ingegnere di Mazaro del Vallo, non so se da rinnegato-fascista, ancora oggi viene a raccontarci con provocatoria spudoratezza di non essere stato pagato a sufficienza per le sue dilettiantistiche prestazioni politiche a Calatafimi, nella cittadina marinara, nei saloni del Palazzo dei Normanni e nella Capitale. Però ha curato la collezione di auto d’ epoca e di altre cretinate, a testimoniare – ove ce ne fosse stato bisogno – l’ esistenza di una politica isolana – degenerata, disonesta e irresponsabile – che non si rassegna a crepare. Anzi, assieme al persistere delle caste della malapolitica centrali e periferiche, non riesce a solledicare neanche il kuletto del presidente-miracolo e Prof. Mario Monti. Per il quale sembrano contare più le lodi del presidente degli Stati, Obama, che le imprecazioni/maledizioni degli italiani E Padre Mimmuzzu Mogavero ? È da anni che scrivo e predico in relazione all’ istituzione presso la Facoltà di Architettura dell’ Università di Palermo, rispettivamente, di una Cattedra di Architettura e di una Cattedra di Urbanistica islamiche. Fusse che fusse la volta bona ?

  3. Mazara del Vallo tra Cristianesimo e Islam; Mazara del Vallo la cui Diocesi è sotto la guida pastorale di Padre Mogavero; Mazara del Vallo con il suo Sindaco “ingegnere”; Mazara del Vallo come laboratorio di ricerca applicata (e non teorica) e finalaizzata alla comprensione di popoli con le loro culture (europea e nord africana) e religioni (giudaico-cristiana e islamica) che da sole potrebbero avviare quella rinascenza della nostra Terra che ignavia e rinuncia, rassegnazione e letargia hanno sottratto al flusso della vita. Da Mazara del Vallo la Balerm araba non è, poi, così lontana, donde, dopotutto, possibile sarebbe il riscoprire nelle trame dei testi di urbatettura quel mistero della città islamica di età medievale nel ricamo dei suoi tessuti urbani, nella declinazione di percorsi viari principali (shari), secondari (darb) e vicoli ciechi (azucat), depurato da quella nube di esotismo artificioso nel quale, per un verso o per l’ altro, l’ ha voluta avvolgere una leziosa storiografia occidentale sopraffatta, com’ è stata, dalla ricchezza e dalla varietà della città europea. La città islamica di Sicilia non può, pertanto, restare un fenomeno circoscritto soltanto alla penisola iberica in quei ritagli di tempo compresi tra l’ VIII eil XV Secolo. Deve, per forza di cose, di storia e cultura, irrompere nella sua possanza fatta di spontaneità organica, tecniche edilizie e fortificatorie, ma anche di motivazioni religiose ed altri fattori con la moschea e il suo minaretto da reinterpretare nei loro valori (di centralità), rispettivamente aggregativi e semantici, per consegnarli al viandante del XXI Secolo come momento di sosta nel suo perenne peregrinare. Occorre, allora, tracciare un percorso ideale che da Israele e Palestina, per l’ Oriente, e da Cordoba e Granada, per l’ Occidente, possa trovare nella Sicilia della lontana colonizzazione greca quella apoteosi che soltanto il Bello e il Sublime della Techne, tra “episteme” platonica e “phronesis” aristotelica, hanno saputo darci.

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