La costa caraibica in amaca

By on 14 febbraio 2017

A distanza di un anno dall’ultima uscita ritorna la rubrica OltreFiumara in occasione del decennale di Castelbuono.org, torna con un’edizione speciale, chiamata Molto Oltre Fiumara.

Il nome è dovuto al fatto che io, Aneurisma (alias Alessandro Piro), racconterò fatti e curiosità dal Sud America, dove viaggerò per un anno.

Ogni articolo sarà accostato ad un album musicale. Non ci sono relazioni tematiche con quanto raccontato, ma solo affinità emotive e magari sarà tutto molto soggettivo, ma cosa importa… vi assicuro che si tratta in ogni caso di buona musica.

 

Il nostro magnifico tour zaino in spalla in terra di Colombia si è concluso con il giro della costa caraibica. Siamo partiti da Cartagena, fantastica città coloniale, considerata a ragione tra le più belle di tutta l’America Latina e da lì abbiamo iniziato un tour che ci ha portati verso il deserto dell’est, nella regione della Guajira, fino al confine con il Venezuela. Il giro del caribe ha avuto un’interessante peculiarità: abbiamo dormito nelle condizioni più avventurose possibili, spesso in amaca.

Subito dopo Cartagena, abbiamo passato un paio di giorni a Playa Blanca, splendida spiaggia di (come suggerisce il nome) sabbia bianca, piena di piccole strutture in legno a cui vengono attaccate delle amache, dove si dorme a pochi metri dal bagnasciuga, cullati dal suono delle onde. Non esisteva l’attacco alla rete idrica, tantomeno alla rete elettrica. Solo dalle 18 alle 22 attivavano un generatore di corrente.

Lasciamo Playa Blanca divorati dai morsi di minuscoli moscerini che lasciano pizzicotti enormi, peggio che le zanzare, e ci spostiamo verso Palomino, località piena di ostelli, giovani e movida notturna. Di movida però ne facciamo ben poca. Subito dopo essere arrivati ci affidiamo ad un servizio di mototaxi, cioè dei ragazzini con delle moto che ti portano in giro per pochi pesos, che non so nemmeno se avessero avuto 14 anni. La strada però non era asfaltata e a tratti era piena di piccole pietrine. Io sono salito con un guidatore abbastanza spavaldo e alla prima curva siamo caduti. Per fortuna non andavamo veloce e me la sono cavata con una sbucciatura al piede. Non sono scaramantico, però mi consolo pensando che potesse essere dovuto al fatto che fosse venerdì 13.

L’ostello era gestito da 3 ragazzi francesi ed era particolarmente sporco – nonostante loro ci avessero accolto dicendo: “Non siamo mica colombiani! Qui la pulizia prima di tutto!” – e poi c’era un solo bagno per circa 30 persone. La giornata si è conclusa nel peggiore dei modi: infatti in piena notte si è staccato uno dei due lembi dell’amaca e sono caduto col culo a terra. Un risveglio brusco e doloroso. Per fortuna anche in questo caso niente di grave… però dannato venerdì 13!

Da Palomino ci spostiamo nella penisola della Guajira, una regione quasi completamente desertica, difficile da raggiungere e lontana dalle masse turistiche che occupano i luoghi più famosi, specie in gennaio, che per la gente del posto è il periodo delle ferie lunghe, un po’ come per noi agosto. Ci siamo fermati per 3 giorni a Cabo de la Vela, piccolo villaggio di pescatori della minoranza indigena di quest’area della Colombia, i wayúu. Questo è il luogo ideale per gli amanti del kyte surf, ma anche per chi, come noi, vuole rilassarsi e godersi il mare e l’isolamento che questo luogo offre. Anche lì abbiamo dormito in amaca e la luce veniva fornita poche ore con un generatore. In un ostello addirittura esistevano le docce in muratura (che lusso!), ma non erano collegate alla rete idrica e quindi ci si lavava prendendo l’acqua con una ciotola da una tanica.

Gli abitanti della Guajira sono meno simpatici, scherzosi e ospitali come i loro connazionali. Forse dipende dal fatto che da queste parti la percentuale di indigeni è molto più elevata, e notoriamente questi hanno un carattere più riservato e scontroso. O forse questo atteggiamento è causato dallo sfruttamento subito negli anni da questa popolazione, che è stata privata delle sue risorse da multinazionali voraci che si sono impossessate dell’acqua della regione.

Chiediamo ad un locale perché non avessero mai pensato di fare dei laboratori per i turisti, per insegnare la loro speciale tecnica con cui tessono le borse. Lui prende questa proposta quasi come un’offesa, e dice che sarebbe “un errore gravissimo” regalare ai turisti delle informazioni segrete così importanti, che poi avrebbero minato l’originalità e l’unicità del loro artigianato.

Da Cabo de la Vela ci spostiamo a Punta Gallinas, il punto più a nord del Sud America. Ci si arriva solo in quattro per quattro, attraversando un deserto di una bellezza unica, con un autista esperto che sappia districarsi tra le strade invisibili nella sabbia. Questo piccolo villaggio è un gioiellino, con spiagge spettacolari, paesaggi incredibili e l’attrattiva più famosa del posto: le dune di sabbia desertica alte fino a 60 metri che si tuffano nel mare caraibico. Anche qui, manco a dirlo, abbiamo dormito in amaca.

Ritorniamo indietro da Punta Gallinas con un viaggio lunghissimo, per via dei mille problemi del nostro fuoristrada. Per di più il cammino viene interrotto continuamente da ragazzini che legano un filo alle due estremità dell’unica carreggiata, costringendo ogni mezzo a fermarsi. Riaprono il percorso solo in cambio di caramelle, biscotti, acqua potabile o qualche pesos. È di fatto un pedaggio. Il problema è che questi blocchi sono tantissimi, ci avranno fermato circa una trentina di volte.

L’ultima tappa è il Parco Tayrona, una delle attrattive in assoluto più famose di tutta la Colombia. Un tempo era il luogo in cui vivevano gli indigeni tayrona, prima etnia autoctona sterminata dagli spagnoli, nei prima anni dopo la scoperta. Adesso è un luogo magico che conserva una natura rigogliosa, con vette innevate della Sierra Nevada e fiumi che attraversano la riserva e si buttano in mare.

La vegetazione del Parco Tayrona è mista, ci sono elementi caratteristici della giungla e boschi di palme da cocco, che finiscono in spiagge dalla sabbia bianca finissima, davvero impressionante e difficile da descrivere a parole. Dentro il parco, la prima notte abbiamo dormito in amaca, poi ci siamo resi conto che faceva troppo freddo e allora abbiamo affittato una tenda per il secondo giorno, scelta azzeccata anche perché a me è venuta la febbre alta (anche se non era venerdì 13) ed ero in condizioni pietose.

Il mattino dopo con un’immensa fatica abbiamo ripercorso il sentiero di circa 3 ore che conduce all’uscita, date le precarie condizioni fisiche non sono riuscito ad apprezzare a pieno i camaleonti, iguane e scimmie urlatrici che abbiamo incontrato lungo la strada.

La stessa sera da Santa Marta, prima città conquistata dagli spagnoli e porta d’accesso al Tayrona, abbiamo preso un bus che dopo solo 18 ore ci ha portati a Medellin, città dove ci siamo fermati stabilmente per un mese.

 

Consiglio musicale:

A proposito di Alessandro Piro

Trentunenne laureato in Ingegneria Gestionale, musicista amatoriale, è un abituale frequentatore del blog con lo pseudonimo Aneurisma e cura la rubrica settimanale OltreFiumara con cui ha la pretesa di "castelbuonesizzare" tutto ciò che avviene oltre le cinta murarie.

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