Le palme d’a matrici, il Nulla e Averroè

By on 19 novembre 2013

C’è questa foto della fine degli anni ’50 che raffigura mia madre e mia zia ‘o chiani matrici.  Sono entrambe vestite di chiaro, vestitini coi fiorellini, mia madre avrà tre anni, ha il nasino scorticato, due fiocchetti bianchi nei capelli, è tenuta amorevolmente per mano dalla sorella che avrà sette anni. Tra le foto di mia madre da piccola u’ chiani matrici è luogo che riappare sempre, perché lì accanto era – ed è – la friggitoria dei miei nonni. Le due bimbe sono in posa all’angolo sinistro del quadrangolo dei giardinetti, sullo sfondo si intravedono le scalinate della Matrice Nuova e, oltre la cancellata già preda della ruggine, lei, la palma. Era lì massimo da una ventina d’anni, ma come tutti gli alberi, sembrava lì da sempre.

Ho questo flashback del giorno della mia prima comunione: dall’interno della Matrice Nuova guardavo verso l’esterno, il portone della chiesa spalancato completamente a fare entrare la luce abbacinante della primavera del 1989. Un blu allucinante, incorniciato dall’arco, e la chioma lussureggiante delle palme a fissare indelebile un’impressione: vivevo a Palermo, o a Cordoba, o a Costantinopoli, o a Marrakesh.  Le stesse medesime impressioni visive avrebbe potuto viverle Abul-Walid Muhammad ibn Ahmad Muhammad ibn Rushd (il cui nome venne accorciato in Averroè dopo le lamentele degli studenti di Filosofia  Medievale), quando usciva dal suo patio, per riposarsi mentre scriveva il suo Taha-fut ul Tahafut (Distruzione della distruzione), scritto contro Al Ghazali. In quest’opera Averroè argomentava che la divinità conosce solo le leggi generali dell’universo, ma non conosce il destino degli individui: un po’ come la Fornero che avrà messo a posto il sistema pensionistico, ma ha creato gli esodati.

In L’Aleph di Jorge Luis Borges c’è un racconto su Averroè, dal quale trascrivo queste parole:

“Il tempo amplia l’orizzonte dei versi; ve ne sono alcuni che, come la musica, sono tutto per tutti gli uomini. Così, tormentato anni fa in Marrakesh dal ricordo di Cordova, mi compiacevo di ripetere l’apostrofe che Abdurrahmàn rivolse nei giardini di Ruzafa a una palma africana:

O palma! Tu pure sei in questo suolo straniera?

Singolare beneficio della poesia: le parole scritte da un re che anelava all’oriente servirono a me, esiliato in Africa, per esprimere la mia nostalgia della Spagna.”

Davvero singolare,  le parole scritte da uno scrittore argentino su un filosofo arabo vissuto tra il 1100 e il 1200, servono a me per esprimere la mia nostalgia delle palme. Ma del resto per Borges tutti gli uomini sono uno solo quando vivono le stesse sensazioni: una palma, il cielo blu, l’acidità provocata dai cannoli, il controluce delle costruzioni.

Quelle palme avranno potuto far parte del paesaggio solo dalla fine degli anni ’40, ma da allora sono state parte delle sensazioni che si vivevano passando da lì, sensazioni che uniscono con un filo rosso Averroè, il mondo arabo-normanno, mia madre, mia zia e tutti i bimbi che hanno fatto la prima comunione alla Matrice Nuova, tutti quelli che vi si sono sposati, tutti quelli che da lì sono passati per un ultimo saluto, tutti i ragazzini che su quello spiazzo hanno giocato a pallone, tutti quelli colpiti dagli uccelli in testa o sulla spalla, passando sotto le palme, vestiti bene per un matrimonio o per Pasqua.

Quando ho sentito che le palme erano state tagliate, sono corso o’ chiani matrici. Ho fatto in tempo a vederle portare via: chissà cosa ci faranno, il compost, ci accenderanno caminetti. La parola che mi è venuta in mente è stata: Nihil, il Nulla. Il Nulla ha preso le palme, e ha cambiato completamente il volto di quel posto. Ma ci sono dei modi per sfuggire al Nulla, che consistono per esempio nel preservare i nostri ricordi, o nel ricostruirli se cedono. Il Nulla sta prendendo anche quel cannoncino che sta lì dalla prima guerra mondiale, la cui ruota destra conserva ormai solo due raggi di legno: credo cadrà entro quest’inverno, se nessuno se ne prenderà cura. Il giorno in cui il legno marcio schianterà, anche quel pezzo di paesaggio scomparirà, e con esso i ricordi di tutti i ragazzini che hanno giocato alla guerra una domenica mattina, in mezzo alle palme: attenti soprattutto ai bombardamenti dall’alto.

 

A proposito di Vincenzo Castagna

Laureato in Filosofia e Storia delle Idee, gli è venuta l'Idea di fare una Storia della Filosofia per divertirsi un po'. Ha cominciato ad andare in bici per stare in forma, ha smesso perché in bici gli è venuta la bronchite. Si vanta di saper concludere il primo livello di Sonic in 29 secondi.

Un commento

  1. Castelbuono.org

    23 novembre 2013 at 13:52

    Bentornato Vincenzo, il tuo asino ci mancava.

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