Michele Di Donato racconta la sua arte in un’intervista su Singulart

By on 28 dicembre 2017

Ci fa sempre piacere segnalare news che riguardano artisti di talento come Michele Di Donato, il cui lavoro in qualità di fotografo seguiamo con interesse. Qui di seguito riportiamo l’intervista che Di Donato ha rilasciato su Singulart-Magazine, blog della galleria d’arte Singulart Paris, a cura di Muriel Resnik e pubblicata il 26 Dicembre. Oltre a collaborare con Singulart e, ovviamente, PUTIA Art Gallery, le foto di Di Donato si possono trovare anche a Berlino (Mameca Pictures) e Bergamo (InArte Werrkunst Galleria D’Arte).

Qual è la tua particolarità artistica?

Intutta la mia produzione artistica non cerco di rappresentare la realtà, ma piuttosto l’ idea della realtà. Le immagini, a differenza dei pensieri, non impongono opinioni sulle cose, ma hanno a che fare con la verità nel senso che sono la rappresentazione delle nostre percezioni a livello puro. Quando scatto, concentro la mia attenzione sulle emozioni che il luogo mi comunica; tutto questo diventa il punto di partenza per una riflessione sulla “personalizzazione” di quello spazio. Il mondo in cui viviamo, la società moderna, richiede di pensare e vivere in luoghi anonimi; una sorta di stazioni sempre simili a se stesse. Marc Augè ha spiegato tutto questo in un bellissimo libro “Non luoghi”, concetto che ho cercato di mettere in scena in un progetto fotografico omonimo. E’ quindi la sensazione che il luogo mi trasmette che “guida” lo scatto. E l’ unico modo per mettere in scena un atteggiamento, per personalizzare un luogo o un’ emozione pura è quello di scattare foto che mostrano sia la forma che l’ energia. Il cosiddetto “errore fotografico” permette tutto questo. La casualità della fine enfatizza questi processi. Clement Cheroux, in “L’ errore fotografico, una breve storia” conferma tutto questo, e cioè che il sabotaggio deliberato di un sistema (linguistico, meccanico, visivo) causa l’ inceppamento del codice consolidato per far emergere la vera essenza. Questa è la tesi di base di tutto il mio lavoro. È proprio negli errori che “la fotografia si rivela e si lascia analizzare meglio”. I miei “set” sono spazi presi dalla vita quotidiana. E tutto il mio lavoro documenta i miei tentativi di popolare questi spazi con i fantasmi della mia mente. Deve essere l’ inquadratura a sollecitare un sentimento “familiare” nello spettatore. Tutto il mio lavoro consiste in inquadrature di un film riconoscibile da chiunque.

Puoi raccontarci qualcosa di Metapolis#4?

Metapolis #4 è una parte di un progetto chiamato “Metapolis”. In questa immagine, come in tutto il progetto, ci troviamo al confine tra metafisica e realismo. Stiamo assistendo a un film invisibile con una trama estremamente articolata, segnata da sedici immagini fisse. Il paese sembra annegato in veli opachi; tutti i colori sono soggetti ad un sole ardente che li succhia in silenzio. Un paese posto ai limiti della realtà, icona di povertà e sincerità. L’ obiettivo della fotocamera si muove ed è possibile indovinare alcune presenze umane. Ma gli abitanti sembrano essere andati via, in una sorta di “The day after”. Nella loro fuga hanno lasciato dietro di sé solo tracce fugaci. Niente è usuale. Gli edifici e le piazze affondano in una fragile luce lagunare. Ci troviamo in uno spazio fortemente caratterizzato dall’ ideologia. Questo luogo è situato su un crinale tra metafisica e realismo. Tutto ricorda qui le scene dipinte da de Chirico nelle sue tele, pur indicando una dimensione “a misura d’ uomo” dove gli uomini non ci sono più. Il profilo di un territorio abbandonato in una dimensione oltre la storia è scolpito dal colore. Gli unici emblemi della civiltà contemporanea sono le sagome delle antenne televisive. Ma sono solo echi. Non c’ è movimento. Questo è il luogo di cancellazione virtuale dell’ individuo dal contesto circostante; l’ anonimo è il luogo privilegiato di isolamento della coscienza, che viene restituito, con partecipato disincanto, attraverso scenografie muta fatte di portici e muri, strade e case.

Sei interessato dagli acquirenti della tua arte? Vuoi conoscere le loro ragioni?

Certamente! Vorrei conoscere e parlare con chiunque decida di acquistare una delle mie immagini. Considero le mie immagini solo un “significante”. Il “significato” è specifico dell’ utente, l’ utente finale. Per questo motivo vorrei rivolgermi a loro. Per capire cosa hanno ricevuto dalle mie immagini, cioè cosa sono riuscito a fare su di me.

Cosa ti piace di più del tuo lavoro?

Mi piace fotografare perché mi piace pensare. Come ho già detto, la fotografia non mostra la realtà, ma l’ idea che se ne ha. Ecco perché sono un fotografo. Ho deciso di scattare foto invece di parlare. Fotografo per esprimermi, per non dimenticare e soprattutto per non smettere di guardare.

Quale fiera di arte/fotografia apprezzate di più e perché?

In generale preferisco visitare The London Art Fair, ArtBasel e Mia Photo Fair. Ma purtroppo per motivi di lavoro non ho mai molto tempo per visitare le fiere.

A proposito di Redazione

La Redazione di Castelbuono.Org, deus ex machina del progetto sin dal 2007, coordinata da Michele Spallino.

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