Trasferimento di Padre Domenico. La nostra replica a Padre Piergiovanni da Troina

Gent.le Padre Piergiovanni,
nonostante nel merito reputi il contenuto inaccettabile, sono lieto di rendere pubblico il suo pensiero e annoverarlo, a futura memoria, all’interno di questo fascicolo virtuale che costituisce e racconta l’intera tristissima vicenda.

Nella sua lunga lista di “noi”, in questa verbosa autodeterminazione di virtù che non discuto nel merito, scorgo molte contraddizioni con il resto della lettera, con la parte cioè in cui si occupa della vicenda a noi cara.

Voi”, nonostante quanto affermato “non giudichiate, condannate ecc…” liquidate il trasferimento di P. Domenico Costanzo come “dovuto a un comportamento estremamente negativo”, accettando e giustificando null’altro che un “giudizio” – ed una condanna – ad opera un tribunale a lei noto ma a me del tutto oscuro.

Migliaia di cittadini rifiutano di comprendere e accettare il trasferimento punitivo di un piccolo grande uomo, Padre Domenico, sradicato dalla sua comunità solo perché – fino a prova contraria – “testimone” di probabili fatti orrendi che ha avuto il coraggio (cristiano) di denunciare. Su questi fatti è stata riaperta un’indagine ad opera della procura di Foggia, ed un laico è già processato, ma nel frattempo l’unico condannato dalla “vostra” gerarchia è il nostro frate, insieme alla ragazza ovviamente, oggetto di ritorsioni dirette ed indirette.

Lei – autore di quei tanti “noi” misericordiosi – non fatica a definire “criminoso” il comportamento di P.Domenico. Io mi preoccuperei con più urgenza, fossi in “voi”,  di verificare in questa storia l’eventuale sussistenza di altra tipologia di crimini, perché tra le due ipotesi “di reato” sarebbe ben più inaccettabile e odiosa quella di cui sono accusati i frati, e non l’eventuale erronea testimonianza.

Come Le anticipavo fatico a credere alla vicenda delle telecamere nascoste sia perché reputo questa ricostruzione di per sé piuttosto improbabile (difficile che un frate di 84 anni, che nulla conosce di tecnologia, riesca in una tale operazione di spionaggio…) sia perché credo poco nei metodi e nelle parole di chi sta conducendo la difesa degli accusati. La seconda argomentazione, quella del procurato danno d’immagine, la comprendo bene ma mi fa sorgere un interrogativo: anteporre il brand del convento di S. Pio, ed anche il milionario business che gli ruota intorno, ad una sincera ricerca di Verità, di Giustizia, nei confronti di una donna e di uomini onesti… è coerente con i principi professati dalla Chiesa?

Esilio, confino: chi ha usato questi termini lo ha fatto con competenza linguistica, centrando l’accezione suggerita dal vocabolario. Ed il passaggio sulle condizioni “soggettive” che impedirebbero a P. Domenico “di parlare direttamente” o di tornare temporaneamente lo dimostra. E tutto ciò è… vergognoso.  Non trovo parole più appropriate.

Rilegga ciò che ha scritto, oltre la lunga lista di “noi”: vi occupate e preoccupate tanto delle telecamere e dei telespettatori, ma non spendete parola sul contenuto ripreso da quelle telecamere; su ciò che ha subito davvero quella donna, sacrificando la Giustizia sull’altare dell’immagine. Un’immagine, quella della Chiesa, che frequentemente viene lesa proprio da questa “strategia”, già adottata in altri casi sinistri: il silenzio, la copertura, l’omissione. Perché a tutti noi è sembrata una strategia: una corsa contro il tempo per insabbiare nel modo più efficace la vicenda. Persino il programma Le Iene, stranamente ed efficacemente, zittito. Non L’Espresso e Lirio Abbate, né – nel nostro piccolissimo – noi, che continueremo a raccontare gli sviluppi di ciò che ci appare un’ingiustizia, in nome di quella parola – a noi “sacra” – che mi augura di servire alla fine della sua missiva: la Verità.

Michele Spallino

 

 

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