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Testi di Michele Spallino
(per Vinitaly special – Strade del vino e dei sapori di Sicilia)

«Per un significativo campione della popolazione mondiale, l’ombelico del mondo si trova esattamente in piazza Margherita, a Castelbuono».


Così Roberto Alajmo, in uno splendido testo dal titolo “Castelbuono, la città gentile” edito da Edizioni di Passaggio, dà inizio ad una narrazione divertente e ben documentata sulla piccola cittadina medievale siciliana, capitale dell’antica contea dei Ventimiglia, adagiata in una valle alle pendici del ?Colle Milocca? ed inserita nella lussureggiante scenografia naturale dei boschi madoniti.
Una tesi, questa dell’ombelico del mondo, che nel tempo ha conquistato un numero crescente di nuovi adepti, a giudicare dalla sorprendete crescita dei flussi turistici e dalla soddisfazione con cui questi scoprono e soggiornano nel paese.
Dietro questa trovata narrativa, ottima per un incipit ad effetto, in realtà c’è molto del carattere degli abitati locali: laboriosi ed orgogliosi all’eccesso, promotori instancabili di un amor proprio e ambasciatori nel mondo delle tipicità castelbuonesi.
“Castelbuonesità”, definita da alcuni, quasi una patologia: l’incapacità – soprattutto per gli emigrati – di troncare quel cordone ombelicale con la terra natia e il dovere di continuare a perpetuare, quasi come missione di vita, una lieta litania sulle “prodezze” di un territorio indubbiamente dotato e fiero.
Che Castelbuono fosse terra di prodezze e primati, pur in una maniera tutta sua, se n?è avuta significativa avvisaglia con i famosi panettoni, tradizione meneghina eppur reinterpretata con incredibile fortuna nel paese madonita; oppure per la “bizzarra” idea degli asini, che da qualche anno aiutano ogni giorno nella raccolta differenziata dei rifiuti porta a porta e contribuiscono alla crescente notorietà del centro.
Ma chi Castelbuono la conosce, e non solo superficialmente, perché ha avuto modo di apprezzarne anche la prelibata cucina dei ristoranti e soprattutto le straordinarie bellezze artistiche, probabilmente sa che i “primati” castelbuonesi non sono solo quelli che fanno facile mostra di se’ nei mass media.
Sa anche, ad esempio, che l’imponente castello medievale che dà il nome al paese (“castrum-bonum”), è da qualche anno sede di un apprezzato museo. Un museo “civico”, per l’esattezza, e “civico” soprattutto per il sentimento dei castelbuonesi per il castello (che peraltro novantanni fa lo acquistarono con una “colletta” popolare, una volta finita in rovina la nobile stirpe dei Ventimiglia).

Una capillare raccolta fondi che restituì il castello alla cittadinanza, in primo luogo perché contenitore della splendida cappella barocca con stucchi dei Serpotta e al cui interno regna la sacra reliquia della patrona del paese: “a matri Sant’Anna”. Uno scrigno quindi, ma al tempo stesso una fortezza aperta alla visita museale, che negli anni – anche grazie alle sezioni e alle attività riservate all’arte contemporanea – ha saputo attirare quasi cinquantamila visite ogni anno. Castelbuono, anche da questo punto di vista, sembra una piccola oasi al riparo dalle difficoltà e dalle scelleratezze che la splendida Sicilia par riservare al comparto della valorizzazione del grande retaggio storico e artistico.

La visita all’antico maniero ci dà modo anche di conoscere in anticipo l’evoluzione e la natura attuale del tessuto urbano, grazie ad una sezione didattica dedicata, presentandoci un centro ben conservato e ricco di chiese e monumenti di pregio, sviluppatosi con ordine tutto dinanzi al maestoso Castello trecentesco e sotto la quinta naturale dei boschi madoniti.
Un rapporto tra natura e arte costante, che ritorna in ogni aspetto della vita castelbuonese. Nel peso specifico dell’altro museo locale – quello naturalistico – dedicato al grande botanico ottocentesco Francesco Minà Palumbo, sino ad arrivare anche ai festival musicali delle ultime estati, uno sul jazz e l’altro sul rock, che grazie a questo binomio vantano una stupefacente considerazione nazionale.
Oppure in tavola, dove l’estro, la qualità, la reinterpretazione della tradizione, sposano le tipicità del contesto naturale, senza internazionalismi o superfetazioni di maniera: solo arte (culinaria) e natura (generosa), mirabilmente amalgamate, che – oltre tutto il resto – diventano motivo in sé per “andare a Castelbuono”.
Beninteso: a Castelbuono, e non si legga in modo riduttivo, si va anche solo per mangiare?
Oltre il panettone, sana follia di una famiglia magnifica e senza inibizioni, la “testa di turco”, il dolce tipico per eccellenza, oppure il “Risu n’ taanu” (letteralmente ?riso in tegame?), altro dolce autoctono che si propone soprattutto a carnevale. E dopo la pasticceria c’è il resto; ed i funghi prima del resto. Dai porcini ai basilischi, i “tartufi” delle Madonie, ancor più preziosi perché rari e fuori stagione, insperati, fondamento di incredibili primi piatti tardo-invernali; o le carni degli animali selvatici, l’olio profumato e i vini biodinamici.
Un territorio vocato all’eccellenza che, ?nomen omen? dicevano i latini, elargisce del buono a tutti gli avventori fiduciosi. E pur se non passa più, oggi, per le strade castelbuonesi, quel fascino a motore, di auto in corsa a contendersi una Targa, resta immutato l?incanto dei nuovi Tazio Nuvolari, più lentamente e con le opportune soste, nel gustarsi questi percorsi pieni di arte, sapori e vita.

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