“A Vecchia ‘nzipita”: tracce di un antico rito di capodanno

A Vecchia Nzipita

La fine dell’anno e il successivo inizio di quello nuovo non passa mai inosservato nelle culture tradizionali, addirittura potrebbero trovarsi fenomeni di capodanni doppi all’interno dello stesso calendario cerimoniale in concomitanza con fasi particolari della produzione (agro-pastorale, artigianale o di altro genere) o della vita della comunità. Castelbuono celebrava almeno tre occasioni che portano nella loro struttura i classici riti che accompagnano i capodanni tradizionali ma oggi ci occuperemo in particolare di quello che coincideva con la data calendariale canonica: tra il 30 e il 31 Castelbuono  fa festa pa Vecchia nzipita.
I caratteri carnascialeschi, la questua, i doni ai bambini ( che non ne ricevevano a Natale ma in quest’occasione cerimoniale), la figura di un’anziana donna dispensatrice di beni ed altri riti che si svolgono (o svolgevano) nei giorni di festa, sono palesemente indirizzati a ingraziarsi  la prosperità per l’anno a venire e a rifondare i rapporti sociali della comunità[1].  La tradizione vuole che questa anziana e brutta donna[2], abiti in una grotta (a rutta a vecchia) sulle montagne che sovrastano il paese. Qui sta tutto l’anno preparando regali e dolci, nella notte del 30 scende a dorso d’asino (secondo una variante a piedi) per far visita alle case.
I bambini castelbuonesi aspettavano con ansia questa festa, fremevano attendendo la vecchia, sperando di essere stati abbastanza buoni. Ovviamente, inutile dirlo, dovevano già dormire quando la vecchia arrivava in casa perché non doveva essere vista![3]
Per più giorni fino al pomeriggio del trenta frotte di ragazzini organizzavano delle questue alimentari (soprattutto dolcini) conducendo per le strade manichini a foggia di vecchia, vestiti alla meno peggio, spesso fatti con vecchie scope. Bussando alle porte si diceva: ‹‹ Bon capu d’annu e bon capu di misi, i cosi duci unni su misi?››[4]. Dietro al  fantoccio, si cantava, ballava, si suonavano campanacci e si gridava : ‹‹ A vecchia passa a vecchia!›› . Si insegna ancora ai bambini una delle canzoncine  sulle note della aria di Verdi “La donna è mobile“: A Vecchia nzipita\ c’acchiana l’acitu\ u lignu è fracitu\ un servi chiù. Mentre ben fuori dal patrimonio comune sono ormai i motteggi  tra bambini come “vecchia stravecchia mi detti nuciddri un ti li dugnu picchi un si biddri” “chi ti purtavi? nuci e cosi duci! e cu si manciavi? u surci e a puci!”
Alcuni dei manichini venivano poi bruciati a sera inoltrata su un piccolo falò improvvisato, simbolo di un anno che va via e speranza di prosperità in quello che viene[5]. Altri, erano spogliati e le vesti tornavano ai rispettivi proprietari. Entrambe le dinamiche evidenziano comunque caratteristiche propiziatorie: anche la colletta, il montaggio e la redistribuzione dei vestiti e degli oggetti che formano il fantoccio è come lo smembrare e distribuire ricchezza e prosperità rivitalizzate tramite il rito (in questo caso processionale e di questua).
Non è un caso che fossero i bambini ad organizzare questa particolare festa e a portare per le strade a vecchia, sono infatti i bambini, in moltissime culture tradizionali oltre alla nostra, i detentori di un potere che gli viene dalla condizione liminare in cui si trovano e che perderanno appena entrati nell’età adulta. I bambini sono come dei mediatori tra il mondo e l’indefinito, impersonano chi non è personificabile, consentono la ritualità[6].
Così ricorda la signora Di Garbo:
‹‹Pà vecchia, uotti iorna prima, quinnici iorna prima passavini pi strati un vastuni cu na vesta longa longa attaccata e u fazzulettu ntesta e faciani  “e la vecchia e la vecchia!”(CANTA) e passavini! (…) pua quannu vinia a vecchia a lassavini stari…a spugliavini e i vesti i davini e mammi!o s’abbrusciavini ››

L’attesa più grande era nella notte fra trenta e trentuno. le madri, le nonne e tutte le donne di famiglia avevano per giorni e giorni organizzato la sorpresa per i bambini con una gioia e un’attesa che congiungeva così generazioni diverse: ficu sicchi, dolciumi, sciccaredda e cavaddruzza (asinelli e cavallini costruiti proprio con ossa di asino e bardati di stoffe), pupiddi (bamboline di stoffa) e ciò che ci si poteva permettere[7].  Si raccomandava ai bambini di dormire, ma sapendo quanto sono furbi, una donna della famiglia, solitamente la nonna o la più adulta, si metteva un fazzoletto sulla testa e un grande scialle sulle spalle e andava a posizionare i regalini sotto i cuscini o in luoghi nascosti. La mattina era davvero una gran festa ritrovare l’abbondanza portata in dono dalla vecchia.[8]
E’ ancora la signora Di Garbo a descriverci il rito :
‹‹A Vecchia! u trenta agliurnava u trentuni cu i pupiddri fatti di pezza…i faciumi prima du tiimpi, belli di pezza, cu i piduzzi ci faciumi! pua i capiddruzzi! chissi aviani i carusi!

Pua vinia na nuttata da vecchia, ma mà s’attaccava u fazzulettu biancu ntesta e nuatri carusi  ni mittia i cusuzzi ddra… i ficu sicchi…si cosi! u ndumani a matini nuatri l’attruvaumi! pua erimi chiù grannuzzi e nuatri faciumi ” nuatri ami a vidiri siddri è daveri ca c’eni a vecchia!” e vittimi a ma matri ca mittia i così ddra…sutta u cuscini! sutta i cuscina…a matina quannu aggliurnava nuatri tuccaumi picchì u sapiumi ca ni mittiuni… e pigghiaumi sti pupiddri, sti cosi. Certi voti i giocattolini puri ni facia attruvari! a mia mi facia attruvari u firriciddri i stirari, a cucineddra…sempri cosi di dintra, di cociri..accussì cosi nichi nichi. e masculiddri ci facia attruvari i cavaddruzza. I cavaddruzza sa di chi i faciumi? cu l’ossa di scecchi! ca i iavini a pigghiari iddri propria, i carusi, di dunni si iavini a ittari l’armali…e faciumi pua, ci mittiumi prima a vardiddruzza i cosi…chissi erini i scecchi di prima!››

Fino agli anni Sessanta del novecento[9] bande di ragazzini si occupavano ancora di gestire il rito e portavano in giro per le strade i fantocci raffiguranti  a Vecchia , oggi l’uso è completamente tramontato cedendo il passo ad una sfilata.
Questo corteo, fortemente voluto dalla Pro Loco  più di venti anni fa, è nato con lo scopo di tramandare la tradizione castelbuonese, portandola tuttavia ad un cambiamento radicale.
Non sono più i ragazzi ad organizzarsi in bande  ma alcune associazioni che provvedono a comprare le caramelle e a momenti di animazione nelle piazze. Non ci sono più tanti fantocci esibiti come stendardi dell’anno vecchio e poi bruciati ma una Vecchia  in carne ed ossa (una donna o un uomo travestiti)  che sfila cavalcando un asino e lanciando caramelle,  accompagnata da una frotta di bambini festanti.
Dopo la proloco è stato il gruppo T a curare l’evento a cui, negli ultimi anni si sono aggiunti altri gruppi ed associazioni ( Neuroninatto, colibrì, Proloco). Al corteo si aggiungono spesso altre figure mascherate  o musici  che ne cambiano  ogni anno l ‘aspetto, molte di queste innovazioni sono state portate da Stefania Sperandeo che ama potentemente questa tradizione.

Ancora oggi si usa fare regali ai bambini[10] ma sempre più spesso si predilige “la festa della Befana” (il giorno dell’Epifania) più sponsorizzata dai media e ricca di rimandi globali oltre al Natale.

BUONA VECCHIA A TUTTI  E BUON ANNO!

 

BIBLIOGRAFIA

  • Bonato L., 2006, Tutti in festa, antropologia della cerimonialità, Milano, Franco Angeli editore.
  • Bonazinga S., 2009, Tradizioni Musicali in Sicilia, materiali per il corso di etnomusicologia.
  • Bravo G. L., 2005,  La complessità della tradizione, festa, museo e ricerca antropologica, Milano, Franco Angeli editore
  • Buttitta I., 2002, Il fuoco. simbolismo e pratiche rituali, Palermo, Sellerio editore
  • Buttitta I., 2006a,I morti e il grano, Tempi del lavoro e ritmi della festa, Roma, Meltemi
  • Lanternari V., 2004, la grande festa, vita rituale e sistemi di produzione nelle società tradizionali,Bari, edizioni Dedalo
  • Leone S., 2008, Castelbuono: ‘u paisi, storia ed arte, fatti e persone, cultura e tradizioni, Castelbuono, Ed. Le Madonie.
  • Lévi-Strauss C., 1995, Babbo Natale giustiziato,introduzione di Antonino Buttitta, Palermo, Sellerio editore.

[1] Cfr. Buttitta 2006:176

[2]  Donne anziane che portano doni e abbondanza nelle notti di fine anno sono comuni nelle Madonie. A Gratteri vi è un uso simile a quello di Castelbuono.  Nei Carnevali tradizionali è sempre un vecchio (u Nannu) ad essere “festeggiato” e, morendo, a lasciare u tistamentu.  Sulla possibile interpretazione dell’invenzione di una figura che solo i bambini credono vera consultare Lévi-Strauss 1995:59-77.

[3] Pratiche simili sono diffuse a livello universale, basti pensare al più moderno babbo natale, ma anche nella ritualità siciliana troviamo altre vecchie, strine e i morti che, se non visti dai bambini, dispensano doni.

[4] Medesimo augurio si faceva entrando nelle case dei parenti quando ci si aspettava il dono di cibarie o altre piccole strenne (Cfr. Leone 2008:328)

[5] Cfr. I. Buttitta, 2002:51

[6] Cfr. I. Buttitta 2006a: 106

[7] Nelle famiglie meno abbienti spesso si cambiava solo il vestitino alla bambola dell’anno precedente.

[8] In alcune comitive di amici si usa ancora di fari a Vecchia ai bambini. Uno del gruppo si traveste e si presenta ai bimbi mentre giocano tutti insieme (entrando dalla finestra o a sorpresa dalla porta) e distribuisce loro regalini e dolcini.

[9]  Benché l’uso fosse già desueto, qualche banda di ragazzini lo perpetuò fino agli anni Novanta.

[10] I regali oggi sono spesso giocattoli, soldi o calze natalizie ricolme di dolci.

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