A volte ritornano. Accenni sul culto dei Morti a Castelbuono

Una preziosa new entry per Castelbuono.Org: un nuovo grande autore si aggiunge alle firme del nostro blog.
Angelo Cucco è forse il giovane castelbuonese più sapiente in materia di tradizioni, curiosità e arte sacra castelbuonese; un autentico “collezionista” della memoria locale. Da mesi Castelbuono.Org ed Angelo hanno provato a mettere a punto una rubrica che riuscisse nel fondamentale intento di rievocare il senso e il valore delle feste – sacre e civili – raccontandone “cunti” e curiosità ad esse associati.
Crediamo che quella “dei morti”, un po’ anche per fare un dispetto alla fortuna che sempre più riscuote Halloween, sia un’occasione da non perdere per inaugurare al meglio una rubrica come questa.
Grazie Angelo!

 

A VOLTE RITORNANO
accenni sul culto dei Morti a Castelbuono

A  volte ritornano, avvertiva il titolo di un noto film di Stephen King,e cambiando un pò il paradigma e la lettura, possiamo applicare l’aforisma al culto dei morti a Castelbuono.  Era proprio la convinzione del ritorno delle anime o della loro presenza e permanenza che governava l’idea comune della morte.
I morti non si facevano presenti solo il 2 novembre, la cultura della morte coinvolgeva la ritualità annua e della vita, il pensiero alla morte era costante e spaventoso e, come tale, altamente ritualizzato, cosparso di scaramanzia.
La data canonica del culto dei morti era quindi solo una punta d’iceberg.
Non cercheremo di essere esaustivi nel trattare l’argomento, poichè vasto e intrigato, ma prenderemo in considerazione alcuni elementi.
I morti possono tornare? Molte credenze pre-cristiane, latine, cristiane e islamiche si sono sedimentate confermando questa ipotesi.
Già nella fase liminare tra morte e vita, l’agonia (Ngunia), era pia pratica invocare la Gran Signura da Ngunia perchè liberasse l’anima in maniera definitiva e, nel momento in cui la persona spirava, ci si preoccupava di aprire una finestra perchè l’anima avesse possibilità di uscire  cercare la strada del Paradiso.
La finestra però  non andava richiusa subito ma dopo tre giorni  e lasciando una candela accesa, proprio perchè, come dicevamo a volte ritornano. Secondo la tradizione anime particolarmente pesanti (per i peccati) continuavano a vagare per sette anni sulla terra e le anime di donne probe o delle maare erano intrappolate nei rospi (buffi) per espiare le proprie colpe. Per questo i nostri contadini temevano di uccidere l’animale e quando non potevano farne a meno intercalavano l’atto con lo scongiuro “si si buffa ti pigghiai si si fimmina tinni vai!” e la appendevano per un piede senza versarne il sangue. Le leggende sulle rane e la magia sono tante e interessanti ma ci porterebbero troppo lontano dall’oggetto del post.
Per motivi simili non si spazza la casa o butta l’immondizia nei giorni nel lutto, un anima particolarmente debole potrebbe finire, per così dire, buttata.
il fatto di non vederla e di non poterla sentire e la paura di poterne inficiare la vita eterna (ma anche di lasciarla per casa a gironzolare), rendeva i parenti del defunto estremamente attenti alle pratiche e ai riti. Per non intrappolarla si doveva altresì evitare di mettere ori sul corpo del defunto e bisognava coprire gli specchi perchè non si incantasse di sè stessa.
Una sola moneta (poi mille lire) si metteva nel taschino o (più raro) in pugno…antica costumanza che ricorda i pegni greci e latini offerti a Caronte.
Finchè il corpo era in casa tuttavia, l’anima presenziava, questa convinzione spingeva ad affidare messaggi, lettere, oggetti per altri defunti (spesso riposti nella bara).
Il funerale era vista come l’ultima festa del defunto (e così era chiamata ” e finivi a festa” “ci facemmu na bella festa”), l’ultima, precisiamo, in cui anima  e corpo venissero festeggiate insieme… dopo la tumulazione il defunto entrava a far parte della schiera “di muorti”. Per chi poteva permetterselo restava soltanto “u quatru” (dipinto o fotografia) del defunto.

E proprio questa immensa schiera era quella festeggiata e invocata durante l’anno con tridui, novene, ottonari, giaculatorie (di cui rimane vasta testimonianza).
All’interno della grande schiera dei defunti però, vi erano delle gerarchie precise, le anime più miracolose erano quelle dei decollati (venerate con particolari riti anche nella chiesetta di San Giovanni) . In particolare considerazione, tutta Castelbuonese, erano tenute le mummie custodite nella cripta della Matrice Vecchia, dette “i viecchi a Matrici” a cui si tributano diversi eventi miracolosi tra cui un mettere in fuga dei ladri, celebrazioni di messe mortifere e il famoso crollo della cupola della nuova matrice (poichè secondo la leggenda i castelbuonesi si erano scordati di loro).
Particolare attenzione godevano le anime dei morti ammazzati e quelle dei pastori morti in  montagna, sul luogo della morte si era soliti lanciare una pietra ogni volta che si passava (creando veri cumuletti) per “arrifriscari l’arma”, chi non lo faceva rischiava di vedersi apparire il defunto.
Altri morti tenuti in considerazione erano i frati di Liccia.

Arriviamo adesso, dopo questa veloce carrellata, alla data del 2 Novembre. Essa era preceduta da una novena (a nuvena i muorti) che si cantava o recitava in casa (Novene simili si recitavano anche in concomitanza degli anniversari di morte) ed era seguito da “u misi i muorti”, per tutto Novembre infatti era uso accendere lumi alla “Matri u priatoriu” (Madonna del Lume) venerata in Matrice, recitare le preghiere “pi l’armuzzi santi” e soprattutto produrre “i uastiddruzzi di morti” particolari pani che venivano donati ai poveri in suffragio delle anime purganti. Particolare devozione si riversava (e riversa) verso la Madonna del Carmine (la cui effige è presente in diverse sepolture  e all’ingresso dell’area cimiteriale nonchè all’interno della chiesetta).
Ma torniamo alla ricorrenza in sè. Per alcuni giorni poveri e  bambini percorrevano le strade del paese questuando (pane o biscotti) presentandosi “i muorti”. Il concetto che i morti tornino una volta l’anno è antichissimo e la loro apparizione è necessaria perchè ritorni l’abbondanza. è come se il loro ritorno garantisca la prosperità. Non a caso si cominciava a seminare il giorno dei morti e ai “vicari” di costoro (bambini e poveri) si offriva il pane.
La festa dei morti iniziava ufficialmente la notte dell’ 1 Novembre, vuole la tradizione che una processione di anime attraversi in detta occasione il centro abitato, con un preciso ordine, partendo dalla chiesa dei Cappuccini. Esistono varie varianti del racconto, la Signora Giuseppa Mancuso ricordava così:

u primu è l’ancilu rappresentanti
ca porta a cruci avanti avanti
i picciriddri muorti senza vattiati
l’armi santi dicullati
morti mpisi e anniati
armi i cu fu avvilinatu
s’ammazzau e fu ammazzatu
cu di tutti è scurdatu
 cu muriu surdatu
(…)
pua vennu l’armi u priatoriu
ca si dicinu u rusariu
vennu appressu i cuncurazioni
ognunu ca so divuzioni
Papau, nunzi e ribbunara
ncinzera, ncirera e campanara
chiddri di li gregoriani
chiddri cu i benni e mani
pi fini vennu i cappuccina
ludannu a trinità divina

 

La processione, che si svolgeva ad un?ora imprecisata della notte, percorreva alcune strade del paese (secondo la  versione in discussione scendeva per i Cappuccini, Sant?Agostino, San Francesco, Rua Fera, Piazza Margherita) per arrivare alla matrice vecchia. Qui, un campanaru muortu suona u campanuni di muorti  e annunzia la messa. Chi tra il popolo, destato nel sonno, avesse confuso quel suono con quello della normale Celebrazione e si fosse diretto in chiesa si sarebbe ritrovato tra i morti e avrebbe potuto passare dei guai. In molti giuravano di avervi partecipato e la mia informatrice ne ricordava due casi: una donna del quartiere Salvatore diceva di essere entrata, aver preso posto ed essersi accorta dell?errore solo quando entrarono i sacerdoti, l?altro sosteneva di essere entrato ma, appena sedutosi, vide un parente morto accanto a lui che lo avvertì di scappare.
La messa, manco a dirlo, è celebrata da sacerdoti defunti. Nella fattispecie erano i viicchi da matrici, quei sacerdoti mummificati e sepolti nelle cripte fino ad anni recenti.
Terminata la celebrazione i morti risalivano verso i Cappuccini salendo pà strata longa.
Guai a chi osa interrompere il rito! guai   per lui e per tutti!
La Signorina Peppina aggiungeva ? un sacciu si però, di quant?avi ca livaru i viicchi a matrici?si fa ancora!?
Anticamente il 2 novembre tutte le chiese e gli oratori (dove erano seppelliti i morti) montavano u tumulettu (finto apparato funebre in uso nel rito tridentino) e ivi si celebravano le messe.  Messe particolari si celebravano nella cripta della Matrice Vecchia. E ad ogni chiesa era legato il rito del VIAGGIU A PRIZZIUNCA ossia l’entrata e l’uscita per tre volte da una stessa chiesa recitando un pater un gloria e un credo in suffragio dei morti.
Con la costruzione del cimitero esso divenne il centro della “festa”. U viaggiu  a prizziunca si fece verso la cappella cimiteriale. Un uso antico e ormai desueto (prima dell’introduzione delle foto) era il trasporto, in pompa magna, del “quatru” del defunto al cimitero per il giorno di festa.
Era inoltre uso invocare i propri morti con le lamentazioni “cantate” e il grido, strappandosi i capelli e graffiandosi (cosi come si faceva durante il funerale). Frase tipica era “affacciati affacciati! parrami”. Le offerte di cera erano numerosissime e spesso accompagnate da libagioni e fiori.

Nelle leggende popolari è custodita anche una “fera di muorti” che si tiene in novembre (data vaga) e in un luogo imprecisato. Chi per caso dovesse capitarvi e non si accorgerà di essere tra i defunti potrà rischiare la morte, specialmente se mangerà qualcosa.
Diversamente alla mezzanotte di un giorno imprecisato di Novembre appare da qualche parte un tesoro nascosto…alla mercè di chi lo trovi : è a truvatura di muorti, uno dei doni d’abbondanza di cui parlavamo prima.

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