Al Museo Civico di Carini inaugura il 7 luglio la mostra personale di Michele Di Donato

[riceviamo e pubblichiamo] Il Collettivo Neuma, all’interno delle manifestazioni di Palermo Capitale della Cultura 2018 presenta la mostra fotografica dal titolo “Metapolis. La stasi della presenza nella solitudini dello spazio” a cura di Fabiola Di Maggio, foto di Michele Di Donato.
Il reportage Metapolis, realizzato da Michele Di Donato nei centri di Tratalias, nel sud della Sardegna, e di Murano, nella Laguna Veneta, dal quale sono state scelte le ventiquattro fotografie qui in mostra.
Attraverso la sensibilità dell’artista, la mostra mette il luce il rapporto che isole distantissime tra di loro geograficamente, hanno con la spazialità e la comunicazione. La rassegna rappresenta il senso di distacco e di isolamento che appare così attuale e contemporaneo, attraverso immagini di luoghi immanenti, metafisici, intrisi di realismo e così liricamente isolati.
La mostra si svolge sul fil rouge che lega le isole geografiche alle sensibilità dell’intimo di ogni uomo contemporaneo. La solitudine è la condizione odierna: moltitudini di persone virtualmente in relazione le une con le altre, risultano apparentemente vicine, eppure l’incomunicabilità e l’impossibilità della relazione sono all’ordine del giorno, animi isolati al pari delle isole rappresentate, vicine eppure staccate dalla costa. Così Michele Di Donato nelle sue fotografie vuole mettere in relazione spazi intimi della soggettività individuale con gli spazi pubblici della condivisione.
«Set perfetti – scrive la curatrice Fabiola Di Maggio – grazie ai quali è stato possibile visualizzare, nell’ottica dell’artista, sineddochi iconico-spaziali, cenni emblematici al fascino del “Bel Paese”. Due isole, due metonimie, in coordinate geografiche opposte, per significare non solo la penisola, ma un senso del luogo isolato, staccato, che rispecchia perfettamente la condizione umana odierna: esseri solitari in mezzo a un mare di persone, come isole virtualmente connessi alle altre terre con le quali comunicare eppure, di fatto, distanti da tutti gli altri luoghi con i quali relazionarsi. In questa iconica stasi della presenza, giocata tra metafisica e realismo, niente è come appare. Nulla si conosce. Qualcosa si scorge e subito si perde. Tutto si immagina. Forme e contenuti si spostano sul nastro del tempo per approdare in uno stato post-storico, nei luoghi silenti di un immaginario teso e irregolare dove il potenziale e cosciente annullamento dell’uomo contemporaneo è in combinazione con le molteplici tessere di solitudine che compongono gli spazi più intimi e soggettivi, e gli spazi pubblici, delle poleis e oltre».