Bartolo e la diva. I Blonde Redhead 14 anni dopo

Lunedì 13 luglio sono andato a sentire i Blonde Redhead al Botanique a Bologna. Era il mio secondo live della formazione indie americana, frutto dell’incontro a New York di due fratelli italo-canadesi e una studentessa d’arte giapponese. Il primo risale all’anno 2001, erano headliner ad Ypsigrock. Avevo appena compiuto 15 anni. Lunedì ricordavo continuamente momenti di quella serata estiva ypsina di tanti anni fa.

Ogni fatto, emozione, sensazione creava un inevitabile paragone tra quel che era allora e quel che è adesso di me, dei Blonde Redhead, della gente che va a i concerti e tutto il resto. Kazu Makino, la cantante e polistrumentista giapponese, è cresciuta molto. Nel senso dell’età. Se non fossi un galantuomo direi che è invecchiata. Negli anni ha però ha acquistato sensualità, si muove sul palco con l’esperienza e la leggiadria di chi sa di aver contribuito molto alla scena musicale indipendente. Sa il fatto suo, sa che piace, sa che c’è gente che va ai concerti senza aver mai ascoltato una nota di una canzone ma si fa impressionare da due lunghe gambe nude.

E’ sensuale e leggiadra ma ha perso un po’ di quella rabbia acerba che ricordavo ad Ypsigrock. Il canto è sempre quello: orgasmico e volutamente stonato. I fratelli Simone ed Amedeo Pace sono rimasti ingessati e granitici come allora. I loro volti cupi nascondono una totale dedizione alla loro nobile professione e forse questo è la sola cosa che importa, anche se non abbozzano mai un sorriso e non comunicano niente al pubblico.

Il concerto è durato un’ora e venti in tutto. Davvero poco, considerato che il biglietto costava 20 euri. Tutto è finito alle ore 23.20 per una presunta indicazione di rispetto degli orari. Ripeto, ore 23.20. Mi spiace che abbiano fatto quasi solo canzoni degli ultimi album ed invece nessuna di Melody Of Certain Damaged Lemons, il loro capolavoro. Però hanno chiuso il concerto con il mio pezzo preferito in assoluto, veramente una bella sorpresa, ho goduto come un riccio appena Amedeo ha indossato la Fender Jaguar e ha iniziato con Kazu le prime fantastiche note dissonanti di Violent Life.

Ma non voglio fare una critica musicale, voglio parlare dei miei ricordi. Quello che rimane vivo e mi torna in mente in continuazione è soprattutto legato ad una figura chiave per il paese. Ho già detto che avevo 15 anni. E se hai 15 anni e vivi a Castelbuono devi avere i capelli lunghi e devi suonare la chitarra elettrica. Sei talmente assorbito dal mondo della musica alternativa che assapori ogni cosa e ti trovi alle cinque del pomeriggio a guardare anche tutti i sound check.

Il personaggio in questione si chiamava Bartolo, conosciuto con il soprannome “ ‘a bumma”, un’istituzione, uno di quegli uomini che fanno la storia di un posto. In mezzo ai 5 ragazzini con i capelli lunghi, c’era lui, instancabile bevitore, saggio conoscitore di funghi, buona musica, politica, tutti argomenti dibattuti in nottate senza fine, in qualche angolo di centro storico. Bartolo era in piazza Castello di fronte al palco, esattamente davanti a Kazu Makino che provava la voce al microfono. La guarda e comincia a inveire gridando “diva del cazzo!”, “non te la tirare”, “guarda non ce l’hai solo tu, giapponesina!”, “cosa cazzo dici?!”, “perché non canti da questo microfono?!” (accompagnando l’urlo ad un movimento diagonale dall’alto verso il basso di entrambe le braccia), e così via con altre invettive, per tutto il tempo del sound check, senza fermarsi mai.

Bartolo la odiava. Non so se ne avesse davvero motivo, ma era così, lei era una diva del cazzo, che entrava a deturpare il mondo surreale e fantastico del paese, con le sue abitudini, i suoi limiti, i suoi personaggi e le sue bellezze. Il fascino di un festival come Ypsigrock sta in questa contraddizione romantica. Un movimento musicale gigante e internazionale, racchiuso tra le mura medievali di un paesino di provincia siciliano, con tutti gli stereotipi del caso. Mai festival potrà essere più affascinante.

Io non so se la cantante giapponese capiva cosa stesse succedendo. Credo di no. Però quella scena rimarrà sempre memorabile. E per tutto il concerto c’ho pensato sorridendo. La osservavo muoversi e ballare, cantare e suonare. Così sensuale e leggiadra, così piena di se. La diva del cazzo.

Con questo è tutto, appuntamento al prossimo giovedì.

“Oltre Fiumara. Rubrica settimanale che apre uno spiraglio tra le cinta murarie del borgo, per far passare qualche notizia fuori dal comune.”

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