“Cento poesie nuove e varie” di Santo Atanasio: parole d’ombra e d’azzurro

Recensione di Antonella De Luca

Il respiro delle stagioni: quelle del ciclo della natura, che svela a tratti il suo mistero in un trascolorare di terre e di cieli, di fiori e di ali, e quelle dell’esistenza dell’uomo, che procede  –  ora con inquietudine ora con serena compostezza  –  tra la fascinazione residua della propria primavera, leopardiano simbolo della giovinezza, e la consapevolezza del proprio autunno che già cede al chiuso gelo invernale. Tuttavia, il poeta non si lascia vincere dalla  tentazione del ripiegamento in un cono d’ombra, ma torna ad aprirsi allo stupore dell’aurora che irrompe (“Così una volta ancora, / il cuore si disgela e si spalanca / al sogno di un domani / arcobaleno e sole, / oltre gli abissi cupi del dolore”). Allo stesso modo, percepisce che fino a quando il cuore riuscirà a vibrare di fronte alle colline, al mare, al cielo e  a sentire “la poesia della neve e dell’infanzia, e l’amore, e la morte”, potrà affermare di non essere vecchio. 

Siamo sommersi, allora, da un fluire di profumi, suoni, colori, che continuamente sembrano richiamarsi e rispondersi in una sinestesia dell’anima, protesa e spalancata all’Essere, a coglierne l’ebbrezza vitale e le struggenti malinconie, mentre il presente si innesta sulle memorie ancora palpitanti del passato e diventa già, esso stesso, memoria. Orazianamente, lo sappiamo bene, “dum loquimur, fugerit invida aetas” (“mentre parliamo, sarà fuggito l’odioso tempo”), ma proprio mentre l’attimo si consuma, nulla potrà impedire che la bellezza si sia irradiata come un improvviso bagliore sull’opacità del vivere e vi abbia lasciato per sempre la sua ineludibile traccia di splendore. Sì, bisogna attraversare il tempo per far vibrare, con tutta l’intensità possibile, l’anelito all’eterno insito nell’uomo. Il silenzio assorto, sempre sospeso tra fragilità e pienezza vitale, fa germinare la parola poetica, che diventa vita e, ancora, professione di speranza.

La poesia si fa voce del desiderio di perdersi nel Tutto e implora alla parola di “volare alta” e  di “crescere in profondità”, come indicano i bei versi di Mario Luzi posti programmaticamente come epigrafe iniziale della raccolta, ad esplicitare che  lo slancio del volo e l’ostinata fatica dello scavo interiore rappresentano il compito, forse la missione, del poeta, una sorta di vocazione laica alla profezia dell’Oltre.

Sullo sfondo, si staglia la Sicilia, l’isola in cui si riflette, come in uno specchio, l’anima-isola che ricrea la sua mappa interiore di contrasti e dissonanze, nei paesaggi incantati del sogno e nella consapevolezza acre e disillusa della realtà. All’interno di questa geografia reale e simbolica al contempo, si proietta il piccolo borgo con le sue antiche pietre, i suoi spazi sacri, e la campagna riarsa dal sole, con “l’azzurrina infinità del cielo”, gli alberi pascolianamente individuati ciascuno con il proprio nome in un inventario che diventa abbraccio e simbiosi (il castagno, il frassino, la quercia, il mandorlo) e poi i fiori (il glicine, i gerani, l’ibisco), i “giochi del vento”, la leggerezza di passeri e rondini, il frinire monocorde, ossessivo e pur dolce, delle cicale (“nenia che riconforta chi, dentro, è tutto inverno”), il volo girovago delle farfalle e dei pensieri, diventati un tutt’uno in una suggestiva metamorfosi, e poi ancora le memorie, continuamente dissepolte e vagheggiate. E’ continua la corrispondenza tra i paesaggi e gli stati d’animo: la desolazione degli alberi “nudi e bruni” e la fragilità del poeta (“E’ la loro ferita anche la mia!”), ma  –  anche  –  l’eguale anelito alla linfa-speranza che tornerà, “forse, domani”. 

Ed è qui, su questa terra, che si è presi dalla vertigine dell’infinito, che trascende l’angusto perimetro del divenire. Anche quando è rimpianto, straziante e dolcissimo, per un’assenza, che forse tale non è. Bellissime, nella loro espressività sussurrata e spoglia, le tre poesie per la madre. Allora i versi diventano elegia, invocazione struggente,  ma sempre canto d’amore, non epicedio.

“In me come in un libro: / le lettere d’amore / (tutte rammemorate / parola per parola) / che lessi nel gran sole / degli occhi di mia madre / (è altrove, lei, ora, è nell’oltreumano). // E’ bello custodirle /  nettare in fondo al cuore – ancora, / e ancora.”

Il sole del suo sorriso continua a splendere in fondo all’anima raggelata del figlio e ne consola l’inverno interiore (in un’altra sezione, più avanti, in una riflessione più generale, si parla di “morti / così ostinate / da non morire mai / del tutto”).

A volte, Atanasio osa una sorta di personale codice allusivo ai suoi modelli, riprendendone gli stilemi e la simbologia, ma rovesciandone il contesto e il messaggio. 

E’ quello che accade in Pioggia di ottobre, in cui l’esplicita contiguità con la famosissima  Pioggia nel pineto dannunziana sposta consapevolmente l’atmosfera dionisiaca e sensuale dell’estate di Alcyone al malinconico riverbero grigio dell’autunno, inteso  –  anche  –  come fase dell’esistenza: “Piove… E la luce grigia della pioggia / sotterra lentamente / tutte le cose intorno, / e la gloria dei sogni che sognai, / e la mia vita schiva e greve d’anni”, con il gioco sottile  del repentino passaggio, nei tempi verbali, dal presente al passato remoto, e dell’insistenza sulla figura etimologica di sogni soltanto sognati, appunto, e inesorabilmente sommersi. Accade il contrario, invece, in Nebbia d’autunno, dove la nebbia, simbolo pascoliano del mistero e dell’inquietudine, diventa un impalpabile velario che dischiude sensazioni limpide e luminose ad una creaturalità lieve, ormai senza più peso.

Adoperando la rilettura della pregnante metafora della barca, consueta in tutta la tradizione letteraria (da Francesco Petrarca a Edgar Lee Masters), la poesia, che in Dante (“Guido i’ vorrei che tu e Lapo ed io) era vascello avulso dalle tempeste della realtà, in uno spazio metastorico e perennemente avvolto nel sortilegio del sogno, qui è “una vela che rientra in porto, lacerata” ma straripante di vita e di bellezza, nella sua dicotomia costitutiva, intessuta di sofferenza e gioia.

Una sezione di testi viene assorbita dall’impegno civile e dalla storia. Già nella poesia dedicata a Falcone e a Borsellino, il poeta riprende uno slogan di massa che inneggia alle loro idee che “marciano avanti ogni anno, tutti i giorni” e lo strappa al rischio dell’assuefazione, riprendendo una dicotomia cara al Vittorini di “Uomini e no nella bella immagine di un mondo spaccato in due: “gli uomini, e gli altri”.

Di fronte agli scenari di guerra, inoltre, l’io del poeta sembra ulteriormente dilatarsi in un sentimento di condivisione e di fratellanza universale, ad accogliere in sé l’esperienza del dolore collettivo. Il linguaggio abbandona le immagini rarefatte, la musicalità, la ricerca della misura esatta del metro, di quel lirismo, a volte preziosistico, trasfuso nell’amato endecasillabo  –  così presente nella trama apparente dei versi liberi  –  e diventa volutamente discorsivo, prosastico, disseccato, quasi del tutto impoetico nella spietatezza del taglio cronachistico, in un martellante calendario dell’orrore (“terzo giorno di guerra”, “…sessantasette giorni allucinanti”, “metà maggio”). E poi il lamento, che si esprime nella preghiera (“O Dio, / anche i tuoi cieli sono in agonia”) o nell’urlo della triplice anafora (“…la Civiltà è morta, è morta, è morta, / negli occhi il grido: “pace! pace! pace!”) che evoca e attualizza l’antica invocazione petrarchesca come le risonanze quasimodiane senza per questo cedere alle suggestioni della “retorica esecrabile”, anzi affermando scoratamente che “la parola ‘pace’ più tace più tace più tace”, questa volta in una sorta di ancora triplice rintocco funebre.

Eppure più forte l’anima si aggrappa all’amore per la vita, al senso della libertà che è leggerezza ed incanto: “La libertà: // la colgo dentro agli occhi / pudichi e spensierati dei fanciulli / che ad ogni aprile rondini si credono / e volano a smarrirsi nell’azzurro”. E, anche in una mattina di gennaio, si smemora a guardare l’oscillare lieve di un ramo di mandorlo “sotto il peso di un passero che sogna”, per concludere “Anch’io soavemente / fremo d’azzurro e d’ali”.

La speranza, quindi, rimane l’estremo dono della parola poetica, che resiste e si consegna al lettore perché cerchi a sua volta l’amore e la bellezza, per trasformare anche la sua vita “in rondine leggera – / per farsi eternità”.

Antonella De Luca

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Santo Atanasio, “Cento poesie nuove e varie”, Gilgamesh Edizioni, Asola (MN), 2022.