Circuito museale. L’arch. Michele Puccia risponde al Sindaco

Colgo l’occasione della lettera aperta del Sindaco per ragionare in maniera molto ampia su un tema tanto interessante quanto poco affrontato: l’architettura e l’essenza dei luoghi. In particolare il rapporto tra icontenitorimonumentali e icontenutimuseali.Intervengo nel dibattito come architetto – e fin qui è facile – ma anche come componente del CdA del Museo Civico. Sono infatti diversi gli spunti di riflessione che si aprono dalla provocatoria proposta di spostate gli uffici comunali nel complesso monumentale di San Francesco e realizzare un polo museale nell’immobile di via S. Anna. Scriverò molto, come è mia abitudine, ma se viene richiesto un contributo e non un commento vale la pena approfittarne come si deve facendo le dovute premesse e i dovuti esempi perché ogni occasione è possibilità di crescita per tutti.

Architettura è il rapporto tra gli ambienti e le persone. Quando questo rapporto racconta di storie, sensazioni e atmosfere allora si tratta di architettura con la A maiuscola e questa si presenta quando un edificio viene concepito o viene trasformato in simbiosi con gli uomini che lo abitano rispecchiandone l’anima e, soprattutto, il tempo. Talvolta accade anche che alcuni di questi edifici superino in qualche modo la prova del tempo divenendo monumenti, vive testimonianze storiche e artistiche. Una sola costante impedisce ad ogni monumento di mutare in rovina, intesa come testimonianza che non parla piùdelpresente ma si limita a parlarealpresente: la sua continua trasformazione. Come la storia dell’architettura ci insegna non devono esistere restrizioni, tutto è sacro e nulla è sacro. Deve essere concesso trasformare tutto e stratificare i luoghi con interventi continui come si è sempre fatto. Bisogna solo sapere dove e come mettere le mani.Questo per ribadire ancora una volta il mio pensiero più volte pubblicamente espresso. Essere stati non è condizione per poter essere e trasformazione è la parola chiave per continuare o, polemicamente, iniziare a produrre qualità anche in ambito architettonico con importanti ricadute per aspetti della società che a prima vista potrebbero sembrare molto lontani dalla tematica.

La proposta del Sindaco è meritevole perché mette al centro la questione delle trasformazioni unitamente al tema – fondamentale – del lascito di intere generazioni che quasi nulla hanno apportato, genericamente in Sicilia ma a Castelbuono in particolare, in termini di architettura contemporanea di qualità. Tuttavia sono molti gli interrogativi che sorgono analizzando la situazione appena passato l’entusiasmo per gli interventi che si potrebbero realizzare in due contesti con così tante potenzialità.
Architettura è il rapporto tra gli ambienti e le persone dicevo, dunque queste due entità si influenzano reciprocamente e se le ultime hanno un’esigenza è pur vero che anche le prime hanno delle necessità e la cosa è ancora più evidente nei contesti monumentali poichè questi ci arrivano già carichi di narrazioni.Un esempio per tutti: L’esigenza che ha portato Ieoh Ming Pei ad intervenire sul Louvre era il bisogno di un museo moderno ed accessibile ma è stato il dialogo con il vecchio monumento – cioè l’esigenza dell’architettura – a fargli nascondere l’immenso nuovo edificio in cemento armato al di sotto della grande corte lasciando fuoriuscire la sola piramide in acciaio e vetro oggi simbolo di un’epoca.Poco casualmente con questo esempio ho anche introdotto il tema, a me molto caro, dei musei. Le nostre esigenze, come si evince dalla proposta del Sindaco, sono molto chiare e i numeri impietosi richiedono una svolta nel sistema museale che allo stato attuale sembra più vicino al caos di una offerta differenziata da grande città che alla dimensione di un paese come Castelbuono. Tuttavia l’essenza stessa dei luoghi e l’esperienza maturata nei decenni dal Museo Civico all’interno del Castello dei Ventimiglia ci forniscono una strada da percorrere. A mio modo di vedere non è tanto nella trasformazione fisica la risposta quanto in quella amministrativa. I due edifici chiamati in causa hanno caratteristiche completamente diverse che, ripeto, possono e devono essere stravolte con somma gioia di noi architetti ma non è questo il caso. O meglio, lo è in parte.Il complesso monumentale di San Francesco ci racconta di un luogo unico che tiene insieme un immenso sito conventuale di rilevante valenza paesaggistica con un chiostro di fatto più polifunzionale di un teatro (sic!), un potenziale grande parco urbano, una sede di prestigio come Palazzo Failla e una delle più fastose chiese della città con il non trascurabile ma trascurato Mausoleo dei Ventimiglia. Come è stato sottolineato si tratta di un potenziale turistico e culturale enorme. Non bisogna spostare il museo naturalistico bensì rendere davvero museo il monumento che lo ospita e questo sì, con le dovute e spregiudicate trasformazioni tipiche dell’architettura e dell’arte contemporanea inserendo nuove funzioni aperte ad un pubblico più vasto come ad esempio la biblioteca o gli altri musei esistenti e in progetto citati nella lettera aperta.

Attualmente il museo è frutto di un grande lavoro di trasferimento dalla vecchia sede che ha consentito una salto di qualità rispetto al passato ma non è abbastanza; non è ciò di cui la collezione Minà Palumbo ha bisogno. Andrebbe trasformato in un museo capace di parlare alla società di oggi all’interno di un contenitore capace di attrarre di per sé così come già avviene per il Museo civico all’interno del Castello che affianca ad un attrattore turistico consolidato un contenuto dinamico e diversificato per raggiungere differenti pubblici e diversi obiettivi che vanno dall’arte contemporanea all’educazione civica, culturale e artistica. La differente collocazione spaziale dei due poli monumentali in relazione ai flussi turistici verrebbe automaticamente meno qualora la capacità attrattiva e la relativa informazione riuscisse a raggiungere turisti e cittadini come difatti avviene puntualmente in relazione a specifici eventi di carattere comunitario o specialistico.

Realisticamente parlando questa sembrerebbe la strada più sostenibile anche in tema economico poiché se è vero che tutto è fattibile i costi di una completa trasformazione di entrambi gli edifici potrebbero di gran lunga superare i possibili benefici. Se l’esigenza è ripensare la Casa Comunale in tema di accessibilità questa andrebbe decentralizzata rispetto alla centro urbano ma anche in questo caso forse il tema è più legato alla mobilità ed all’insofferenza del cittadino riguardo il vivere una comunità che dovrebbe limitare l’utilizzo delle autovetture in funzione di un tessuto urbano da ripensare in chiave pedonale. Ma questo è un altro argomento.
Insomma, il tema si presta a continue divagazioni tecniche, economiche e culturali e, volendo mettere un punto, una prima proposta appare evidente tra le righe: razionalizzare il management dei differenti poli culturali di Castelbuono affidando ad un gruppo di persone che fanno di questi temi una professione il compito di costruire un percorso condiviso fatto di innovazioni e scommesse al fine di trovare la sintesi corretta ascoltando gli spazi e gli uomini che li abitano.
Arch. Michele Puccia

P.s. provocatorio: Se si vuole ragionare su un unico polo non solo amministrativo ma anche fisico lungo l’asse di via Sant’Anna basta intervenire quasi in corso d’opera sulla destinazione delle nuove Fontanelle! Il Museo Minà Palumbo nell’ex cine-teatro in continuità fisica con il Museo Civico. Semplice no?

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