Considerazioni di un cittadino sugli ultimi avvenimenti politici

Siamo sinceramente spiazzati dalle mosse di Cicero, “già” sindaco, “già” candidato sindaco del coordinamento di Andiamo oltre, oggi candidato sindaco pro domo sua. E spieghiamo subito che quest’ultima identificazione non vuole in nessun modo essere né riduttiva né offensiva. Semplicemente, dato che a sostenerlo non si può dire che ci sia uno schieramento politico, né un movimento d’opinione politico, né una lista civica ma solo un elenco di firme ottenute in vari modi -non ultimi la petizione porta a porta e la richiesta di condivisione contestuale a un disbrigo pratiche- riteniamo che la sua candidatura possa essere considerata espressione di una domus, mutuando uno dei sensi latini di questo termine. Una domus costituita dalla famiglia (metaforica) di castelbuonesi affratellati da un nesso (ancora da individuare) e identificati nei presunti “già” 723 firmatari. E qui il “già” è d’uopo perché questo numero, nel comizio del 19/2 in Piazza Margherita, è stato portato a 523 dal comiziante stesso (500 in realtà, il 23 lo aggiungiamo noi come buon peso); poi, volendo dar fede allo sparuto gruppo di fans che è andato a complimentarsi con Cicero alla fine dei comizi, non è improbabile un ulteriore saldo al ribasso che  lasci sopravvivere soltanto il buon peso.

Dicevamo di essere sinceramente spiazzati: ma da cosa?

Non dai due comizi, dai quali onestamente non ci aspettavamo alcun colpo d’ali, memori dei suoi non propriamente alati precedenti oratori e redazionali.

Nemmeno dal suo volteggiare sulle regole condivise del movimento Andiamo oltre (non è il caso di specificare il tipo di uccello). Mentre sui voli pindarici delle locuzioni e sul rispetto delle regole grammatico-sintattico-lessicali … sorvoliamo.

Non ci ha stupito persino la non proprio velata presunzione di onnipotenza oratoria, politica, progettuale: ha detto di avere le idee per fare progetti importanti, anche prima che siano pubblicati i bandi stessi dei progetti, come se li leggesse nella sfera di cristallo. Ha anche prospettato capacità di sollevare l’economia quasi taumaturgiche (sarà per questo che i famosi firmatari ne hanno il culto?)

Ci ha stupito invece la pochezza delle giustificazioni addotte circa il mancato rispetto della decisione assembleare di Andiamo oltre. Attenzione: decisione assembleare, non dei convocati da una o dall’altra fazione in competizione dentro Andiamo oltre. L’indicazione, data da Cicero nel comizio del 19/2, che molti non sarebbero andati a votare per le primarie ritenendolo superfluo, poiché la pre scelta in suo favore operata dal coordinamento sembrava ormai inscalfibile, è pretestuosa e velleitaria. Cicero è un veterano delle primarie e sa bene che non ci si possono fare sconti. E non se ne sono fatti in realtà. Le assenze alle primarie non sono dovute a superficialità. Meno che mai quella, inspiegata a tutt’oggi, dell’arruolatore di sostenitori diversamente castelbuonesi.

Ci ha stupito moltissimo, anzi possiamo dire che ci ha quasi basiti, la dichiarazione, ostentata quasi come una sofferenza, riguardo alla scelta “lacerante” a cui lo hanno costretto facendogli fare le primarie con la Romè. A questo proposito ci sia consentita un’affermazione che riteniamo obiettiva: una competizione democratica tra due persone libere, che rispetta tutte le regole democratiche condivise preliminarmente, anche se le due persone hanno trascorsi di militanza comune e persino di amicizia, non può essere e non è mai “lacerante”. “Lacerante” è ben altro. “Lacerante” è il mancato rispetto delle regole condivise non appena il loro risultato non soddisfa più“, in nome del motto, squallido, “Non c’è nulla di più ingiusto di ciò che non ci conviene”. “Lacerante” è l’aver creato una spaccatura nel movimento politico che si è voluto fortemente e che si è propugnato come idea alata di politica, omnicomprensiva di tutte le energie positive e di buona volontà del paese. “Lacerante” è infine, ma è la cosa più importante, aver gettato all’aria una vittoria elettorale possibile restando uniti, in nome solo di un personalismo irrefrenabile, distruggendo un’unità a sinistra faticosa ma possibile.

Questo si che ci ha sorpreso. Infatti, nonostante avessimo già assistito a cose analoghe nel passato, stavolta ha destato sorpresa per la rapidità e l’opportunismo del voltafaccia di pensiero: nel giro di meno di una settimana il movimento che lo mandava quasi in sollucchero, che lui considerava il fiore all’occhiello della buona politica di Castelbuono, è stato bollato come inadeguato e censurato nella forma e nella sostanza. E cosa sarà successo mai in quei pochi giorni? Per quello che ci ricordiamo, l’unica cosa accaduta nel frattempo è solo ed esclusivamente la scelta di Lia Romè come candidato sindaco operata dall’assemblea.  Non ci venga quindi a raccontare –come ha fatto nei comizi- che lui ha un sogno; la cosa più probabile è che lui abbia delle mire, non un sogno. Le mire di fare il sindaco ad ogni costo, anche contro la legittimità di un candidato amico e (almeno a parole) “sognato” l’estate scorsa, quando fantasticava di un candidato sindaco donna.

Ci hanno stupito le motivazioni addotte per la sua discesa in campo come candidato sindaco che sono in sintesi due. La prima è la spinta emotiva rappresentata dai 723, oppure 523, oppure 23, oppure, op op (questa non è nostra, abbiamo adottato una battuta del grande Gaber), che lo ha “costretto a fare una riflessione condivisa”. Riflessione che lui ha quasi subìto, distante come era, a Verona, e ignaro della raccolta che ferveva e fremeva. Così, come Pietro l’Eremita coniò il motto “Dio lo vuole” per arruolare i crociati da mandare a combattere per liberare la Terra Santa, qui M.P. (abbiamo usato questa sigla casualmente, perché non conosciamo il nome del promotore e dire N.N. ci sembrava troppo generico) ha coniato il motto “il paese, anzi che dico, il mondo lo vuole” per arruolare firmatari con cui liberare la corsa alla sedia non tanto santa ma proficua di sindaco. Il grande Totò risponderebbe sicuramente: “… Ma ci faccia il piacere”. La seconda è quasi nobile, traendo le origini dalla frase di De Coubertin, creatore delle olimpiadi moderne: peccato però che mentre questi sosteneva il motto “L’importante non è vincere ma partecipare”, ha preferito un motto (sentito al comizio) che diceva più o meno “L’importante non è partecipare ma vincere”. E poiché Romè (ovviamente a suo dire, cosa che ha la stessa valenza di un avvocato del diavolo che parli male del candidato alla beatificazione) arriverebbe sesta su cinque, tale motto non poteva essere rispettato. Sempre il grande Totò qui direbbe, ancora più forte: “… Ma ci rifaccia il piacere”. Suvvia, non faccia torto all’intelligenza di chi lo ascolta e dica semplicemente che la motivazione è la stessa delle 2 (o meglio 3) precedenti volte e quindi è molto più terra terra. E non la diciamo, lasciandola alla razionalità di chi legge. In realtà però, questa volta, oltre alle motivazioni di sempre, ci potrebbe essere un’aggravante formidabile: chi lo ha superato, Romè, è uno dei pochi casi di collaboratori di cui si era circondato che ha mostrato concretamente capacità di sintesi politica e decisionali autonome e degne di nota (confermate nel comunicato del 22/2). Senza voler fare un panegirico a Romè, questo è incontestabile. Niente niente che soffra la sindrome dell’allievo che supera il maestro?

Infine ci sono due interrogativi a cui vorremmo ottenere risposta: premesso che non crediamo granché alla concretezza del passo indietro che dice di aver fatto prima delle primarie (se fosse stato concreto non vediamo chi poteva impedirgli di attuarlo), il primo interrogativo è che se la competizione con Romè, per Cicero,  risultava lacerante, non sarebbe stato più signorile e rispettoso fare lui un passo indietro invece di chiederlo alla Romè?. Ah già, con Romè –sempre secondo lui- si perde. Ma qui viene il secondo interrogativo: se con Romè si perde e con lui si vince (che tra parentesi assomiglia moltissimo al detto tipico dei giochi natalizi “rosso e bleu mai perdè”, detto che tipicamente … non funziona mai come sappiamo noi giocatori ciulati), considerato il responso a favore di Romè dell’assemblea di Andiamo oltre, non poteva Cicero mettere le sue “taumaturgiche” capacità al servizio di Romè prima e del paese poi, così decretando la vittoria elettorale di Andiamo oltre e il raggiungimento del bene supremo del paese? Ma forse le sue virtù “taumaturgiche” si attivano solo se lui è candidato sindaco in prima persona.

Ora diventa indispensabile per lui  vincere le elezioni (anche se onestamente noi siamo e restiamo lontani anni luce dal considerare fondata questa possibilità, tanto che se fossimo bagarini daremmo la sua vittoria 1000 a 1). Diversamente l’errore madornale che, secondo noi, è stato consumato indipendentemente dal risultato, lo porterà all’isolamento politico (per non usare una parola che ricorda le tristezze della II guerra mondiale). Su quali basi di fiducia oggi si può rischiare un’alleanza politica con lui?

Direbbe Manzoni a questo punto, riprendendo la famosa frase della sua ode per Napoleone Bonaparte, “Ai posteri l’ardua sentenza”.  

Noi però siamo più propensi a considerare, come frase più appropriata e profetica, ovviamente solo politicamente parlando e non riportandola qui per non far torto alla cultura del candidato stesso, l’incipit della stessa ode.

Maurizio Cangelosi

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