Dossier Madonie. Un ragionamento d’insieme e uno sguardo di sistema per un futuro possibile.

Pubblichiamo un interessante approfondimento di Luciana Cusimano sul territorio delle Madonie, le sue criticità e potenzialità, che si pone l’obiettivo di stimolare un ampio dibattito.
L’intervento ripercorre le diverse iniziative, eventi e convegni che si sono svolti negli ultimi mesi proprio su questa tematica, e fa un’ampia analisi delle problematiche da questi emerse: emigrazione giovanile, mancanza di infrastrutture, burocrazia inutilmente lunga e complessa, politiche assenti o inefficaci. E tuttavia riflette anche sulle potenzialità di questo territorio, che pur possiede le capacità per “rilanciarsi”, attraverso una rinnovata collaborazione tra gli enti, l’imprenditoria giovanile, un turismo esperienziale diverso da quello di massa.
Con questo approfondimento, inauguriamo una collaborazione il cui obiettivo è quello di dare la giusta risonanza proprio a questo tipo di tematiche, incoraggiando la partecipazione e stimolando lo scambio di idee.

“Non conosco nessuna nazione che assista così passivamente alla morte dei luoghi.”

(PAOLO RUMIZ – LA LEGGENDA DEI MONTI NAVIGANTI)

Negli ultimi mesi si sono diffuse diverse e interessanti iniziative volte a riflettere e a stimolare il dibattito sulle peculiarità del territorio madonita, le sue emergenze, le criticità presenti e il suo potenziale futuro. Cercheremo di passarle rapidamente in rassegna, sintetizzandone presupposti, stimoli ed esiti.

A fine settembre, il collettivo Nóvemiglia (formato da architetti, fotografi, urbanisti ed esperti di comunicazione, uniti professionalmente da comuni esperienze, affiancato da vari partners e sponsorships), ha realizzato, nel territorio dei comuni di Castelbuono, Pollina, Isnello, Geraci Siculo, Gratteri, Petralia Sottana e Campofelice di Roccella, un percorso progettuale operativo sperimentale sul territorio che è consistito in un primo laboratorio di fotografia e analisi critica del paesaggio: “Madonie, Immagini e Immaginario“. L’obiettivo è stato quello di costruire una narrazione collettiva del paesaggio madonita. Si è indagato, attraverso le immagini, sulle possibilità di valorizzazione dell’identità dei singoli luoghi. Ampliando il livello di conoscenza critica del territorio da parte delle comunità del Parco delle Madonie e attivando un dibattito volto a stimolare l’immaginario collettivo sulle straordinarie opportunità che i diversi territori possono offrire nella loro unitarietà, si sono resi evidenti gli elementi più significati e le relazioni urbane esistenti guardando a un futuro dalle trasformazioni possibili.

Sulle Madonie, a dicembre, ha fatto tappa anche la campagna divulgativa itinerante intrapresa dal movimento giovanile “Si resti arrinesci” che, insieme al movimento delle “Valigie di cartone” guidato da Padre Garau e sposato anche a livello diocesano ed inter-episcopale, ha abbracciato un’intera generazione preoccupata di non poter investire il proprio sapere per e nel proprio territorio.

Importanti anche le occasioni di confronto sul tema promosse, rispettivamente, dal Circolo PD, dal Club per l’Unesco di Castebuono-Madonie e da Castelbuono Scienza; la locale organizzazione di partito e due delle associazioni culturalmente più attive nel vasto e vivace panorama culturale castelbuonese, grazie al patrocinio dell’Amministrazione Comunale di Castelbuono e al coinvolgimento di illustri relatori, hanno contribuito ad analizzare le varie e possibili politiche di investimento da attivare per arginare la fuga e stimolare il ritorno. Da ultimo, un’interessante conferenza organizzata dal Comune di Isnello, in collaborazione con la Fondazione Gal-Hassin e l’associazione FuturLab, ha visto confrontarsi rappresentanti degli enti pubblici locali con docenti universitari, alte figure dirigenziali e un giudice costituzionale sulle nuove frontiere dell’autonomia e le sfide economiche e gestionali da affrontare per un futuro possibile e sostenibile per le Madonie.

Iniziative molto diverse tra loro ma che hanno avuto il merito di approcciare, da diversi lati, gli aspetti più delicati e complessi di un problema politico e culturale molto preoccupante e comune all’intero territorio madonita: lo spopolamento delle aree montane e interne, nonostante le potenzialità economiche dei suoi attrattori. Un territorio che si interroga sul suo destino deve trovare soluzioni condivise per affrontare le importanti sfide che lo attendono e ragionare necessariamente in un’ottica di sistema.

L’imponenza attuale del fenomeno migratorio è una vera e propria emergenza nazionale. Un fenomeno collettivo complesso che sta riscrivendo il futuro dell’Italia, dell’Europa, del mondo. Il mezzo milione di persone che in dieci anni hanno lasciato il Paese merita un dibattito pubblico serio e ragionato su tutte le implicazioni economiche, sociali, culturali e politiche delle migrazioni frutto della crisi di un Paese che ha smesso di offrire opportunità e speranze. La questione non può essere ridotta solo ai cosiddetti “cervelli in fuga”, alla perenne dicotomia Nord-Sud, al derby aree interne vs corrispondenti città metropolitane, all’individuazione dei posti in cui si vive meglio o peggio. Di mezzo c’è la mancata valorizzazione e, quindi, la perdita di un consistente “capitale umano” fatto di storie, scelte e percorsi individuali molto diversi tra loro. E’ necessario riflettere su un nuovo modello di società e di cittadinanza equo, coeso, aperto, solidale, in cui chi decide di emigrare lo fa per scelta e non per necessità. La costante fluidità di condizioni a cui ci espone il presente ci fa lottare quotidianamente con la nostra identità e il nostro orgoglioso senso di appartenenza e ci fa interrogare su quanto coraggio e senso di responsabilità ci vuole per restare, per andare e per tornare.

Lo spopolamento delle aree interne dipende da una molteplicità di fattori diversi ma interdipendenti tra loro:

  • Tasso di (de)natalità/mortalità in rapporto inversamente proporzionale tra loro;
  • Infrastrutture precarie o inesistenti e quindi scarsi livelli nella prestazione di servizi efficienti;
  • Mancanza di una fiscalità competitiva e di vantaggio aggravata da una burocrazia complessa e farraginosa che disincentiva all’investimento.

L’ultimo rapporto SVIMEZ lancia un preoccupato allarme. Al Sud il tasso di disoccupazione giovanile è pari al 53% e non si contano i Neet, cioè i giovani che non studiano e non lavorano. I giovani hanno il diritto di andare fuori, per motivi legati alla formazione e allo studio o per lavoro, ma hanno anche il corrispettivo diritto di scegliere se restare o, comunque, di ritornare per investire utilmente il bagaglio di competenze ed esperienze acquisite.

Attraverso l’individuazione e l’attuazione di politiche mirate, concrete ed efficaci, il tanto auspicato e necessario cambio di passo, invocato da più parti, può diventare una certezza. Pervenire ad una maggiore coesione territoriale, superando le ataviche differenziazioni, avvantaggerebbe lo sviluppo economico non solo delle Madonie ma dell’intero Paese e favorirebbe un vero e proprio cambiamento epocale oltre che sociale e culturale. Tuttavia, è necessaria anche una certa dose di coraggio e di costruttiva attitudine al rischio affinché si possa scardinare il rassegnato atteggiamento dominante, uscendo così dalle secche di una mentalità ferma e apatica. L’abbandono delle aree interne e la loro progressiva marginalizzazione non sono solo la conseguenza immediata e diretta della mancanza di opportunità lavorative ma anche di un decadimento e di un declino sociale complessivo e progressivo. Viviamo in una “società liquida”, nella quale si rifuggono le responsabilità e si invocano modelli sociali egoistici e superficiali. L’individualismo e la sfrenata corsa edonistica verso beni superflui generano una condizione di disagio esistenziale e le incognite rispetto al futuro innescano dinamiche irrazionali. Masse impaurite diventano facilmente manovrabili e condizionabili nelle scelte. In preda alle criticità, lo scetticismo dilaga e lascia spazio al pessimismo, la gente tende a perdere fiducia nelle istituzioni, le amministrazioni vengono percepite assenti o distanti (e, quindi, poco credibili), l’indignazione fine a se stessa allontana i cittadini dalla partecipazione politica e la perdita di consensi impedisce di trovare soluzioni concrete ai problemi e ai bisogni della collettività.

Non sono mancati alcuni rilievi critici rispetto a queste iniziative, per lo più mossi da chi non ha sentito l’esigenza di prendervi parte, temendone la portata retorica, o da chi, incapace di riconoscere le proprie colpe e responsabilità rispetto alle problematiche discusse, si è sentito additato, colto in fallo e messo con le spalle al muro. Vale la pena far notare che ogni iniziativa che solleva l’attenzione sulle preoccupazioni della società civile e induce ad affrontare certe questioni delicate offre l’occasione per il ritorno a una sana e costruttiva dialettica guidata dal senso civico. Se si avverte l’esigenza di discutere, interrogarsi insieme e dibattere significa che la noia, il torpore, l’apatia, la rassegnazione e l’inganno non hanno del tutto preso il sopravvento e si è ancora perfettamente consapevoli che soluzioni preconfezionate non ne esistono ma vanno trovate insieme e costruite con impegno.

Tutti gli autorevoli interventi che hanno caratterizzato questi eventi sono stati importanti per inquadrare correttamente il fenomeno nella sua complessità. Tuttavia, e senza nulla togliere a nessuno, si cercherà di inquadrare all’interno di un ragionamento unitario quelli che, a sindacabile parere di chi scrive, hanno contribuito maggiormente a fotografare la realtà oggettiva anche e soprattutto al fine di  prospettare le soluzioni migliori.

L’analisi dei dati di un sondaggio curato da un gruppo di giovani madoniti, guidati dall’ing. Dino, divulgati nel corso dell’evento organizzato da Castelbuono Scienza lo scorso 13 gennaio, testimonia che, per certi aspetti, i segnali di decrescita nel territorio sono allarmanti (seppur perfettamente allineati con la media nazionale di tutte le aree interne) ma, di contro, il grado di soddisfazione e di piena autonomia economica di quanti hanno seguito la propensione al “cù nesci, arrinesci” non è poi così elevato, nonostante l’accesso a un welfare più efficiente e garantito e migliori livelli di prestazioni essenziali. La voglia di tornare per restare ci sarebbe ma è controbilanciata dal timore di ritrovarsi in contesti in cui il declino socio-culturale l’ha sempre fatta da padrone e in cui la discriminazione e l’emarginazione derivanti dalla condizione sociale di provenienza, dalle “simpatie” politiche, dalle logiche di appartenenza familiare, dalle “conoscenze” più o meno dirette, sono una condizione sommersa ma costante. Segue un certo grado di sfiducia nei confronti degli amministratori e dei propri concittadini, ritenuti incapaci di reperire e gestire le risorse necessarie per intraprendere azioni strategiche volte al rilancio e allo sviluppo economico del territorio. La distanza e la mancanza di comunicazione tra istituzioni preposte e cittadini e l’assenza di sistemi di informazione trasparente sulle misure volte a favorire la progettualità e l’imprenditorialità completano questo triste quadro. Queste asimmetrie informative possono essere risolte e superate: basta volerlo! Un ritrovato dialogo tra i vari livelli istituzionali, le amministrazioni, i rappresentanti di categoria, le associazioni culturali che insistono sul territorio e i cittadini può rivelarsi lo strumento più immediato e risolutore di questa frattura profonda. Il confronto dialettico rappresenta la base su cui si innesta una società civile che vuole capire e ragionare. Forse, una minore concentrazione di enti dalle funzionalità pressoché sconosciute, procedure più snelle, meno sigle atte a indicare misure, programmi e strategie di investimento e più realtà aggreganti con finalità costruttive e concrete potrebbero scardinare la propensione all’individualismo e alle logiche di quartiere o campanile. Tavoli tecnici, apposite conferenze di servizi, sportelli informativi sulle possibilità a sostegno dell’imprenditoria giovanile, una progettazione d’area vasta, strutturata e condivisa da chi vive i luoghi, che sappia coniugare le eccellenze territoriali (agricoltura, artigianato locale, offerta turistica, tradizioni, enogastronomia, cultura) sono davvero qualcosa di utopico e avveniristico? Sono davvero una prospettiva imbarazzante da realizzare? Pare evidente a tutti che alla forza delle idee vada affiancata la cogenza di azioni efficaci e mirate.

Eppure, le risorse non mancano. Semmai, assistiamo inermi al loro spreco. Validi economisti si sono chiesti se si può “Morire di aiuti”. Evidentemente sì, se non inquadrati correttamente in una visione di insieme ampia e strategica e se arrivano a pioggia senza il coordinamento necessario alla creazione di reale sviluppo. Nell’ambito della conferenza tenutasi al Gal Hassin di Isnello lo scorso 25 gennaio, due illustri costituzionalisti, il prof. Agosta e il giudice costituzionale Luca Antonini, hanno insistito nel ribadire che, non casualmente, la Sicilia è stata la prima regione italiana a vedere riconosciuta la propria autonomia e che l’autonomia, prevista e fortemente tutelata dalla Costituzione, va concepita non come un esercizio di potere contro ma un servizio a favore dei territori beneficiari. Una concezione dinamica e attuale della nozione di autonomia regionale, “svecchiata” dal tradizionale sindacalismo sul riparto di competenze tra Stato e Regioni, assicura condizioni di benessere per tutti. L’autonomia rappresenta un valore aggiunto per la tutela e la salvaguardia dei diritti dei cittadini, come tale non può tradursi in una fonte dissipativa degli stessi. Garantire standard elevati, da un punto di vista quanti-qualitativo, nella prestazione dei servizi essenziali è la precondizione per il rispetto della dignità umana. Affinché ciò accada è necessaria una costante sinergia tra tutti gli enti amministrativi che convergono sul territorio (es. Comuni, Parchi, Unioni dei Comuni) al fine di trovare una convergenza verso la concretizzazione di obiettivi di buon governo. Un “policentrismo anarchico”, che escluda il dialogo e il confronto tra gli stessi e veda contrapporsi responsabilità e funzioni, rischia di danneggiare irrimediabilmente le eccellenze e le potenzialità del territorio. 

Le Madonie sono un micro-territorio ricco e variegato che spazia dall’alta montagna al mare: le favorevoli condizioni climatiche, l’eccezionale biodiversità e le peculiarità naturalistiche e geologiche si coniugano perfettamente con le tradizioni eno-gastronomiche e l’artigianato locale. I diversi percorsi naturalistici e artistici, che partono o attraversano i centri storici dei borghi madoniti, e i numerosi attrattori presenti (solo per citarne alcuni e senza pretesa di esaustività: le piste di Piano Battaglia, i Parchi avventura, la rete dei Musei civici, il Centro per le Scienze Astronomiche Gal Hassin, i telescopi di prossima attivazione sul Monte Mufara) potrebbero rappresentare il volano per un’economia florida basata su un’offerta turistica varia e destagionalizzata. Se a tutto questo aggiungiamo la presenza di poli scolastici di riconosciuto valore (gli II.SS. “L. Failla Tedaldi” di Castelbuono e “G. Salerno” di Gangi), la prossima attivazione di un ITS per le Scienze Alimentari (con indirizzi dedicati all’affinamento delle tecniche di coltivazione dei grani antichi e la valorizzazione delle carni locali), l’individuazione della c.d. Zona blu (ovvero l’essere un’area ci sono le condizioni per prospettive di longevità superiori rispetto alla media mondiale) e molto altro ancora, sorge spontanea la domanda di cosa (ci) manchi per essere “un’isola felice”. Si potrà obiettare, tra le altre cose, che la rete stradale fa acqua da più parti, che un certo immobilismo fa avvertire come assente l’Ente Parco nonostante la sua attività trentennale, che il proliferare incontrollato della fauna selvatica sta deturpando il paesaggio… ma siamo sicuri che, in fondo, non ci siano altri problemi radicati in una mentalità statica e scarsamente consapevole e lungimirante?

Per rilanciare questo territorio e frenare l’esodo, credo che sia doveroso riflettere sull’invito ai giovani madoniti (e non solo) rivolto dal prof. Ruggieri, che insegna Economia delle Industrie Turistiche presso l’ Ateneo palermitano ed è a capo dell’ Osservatorio sul turismo delle isole europee, nell’ambito del suo intervento al convegno isnellese. Per intravedere prospettive future bisogna trovare il coraggio di investire. Investire comporta una certa dose di rischio e necessita di una non indifferente capacità di sapersi mettere in gioco e in discussione. Tutto ciò viene, quasi sempre, avvertito come un problema e non come un’opportunità. Non sempre si è in grado o ci si sente all’altezza di sapere accettare le sfide, non per mancanza di risorse ma per indole e scarsa volontà. Borghi intessuti di storia, in cui ogni pietra e ogni passo sanno di arte e cultura, devono aprire le porte delle loro case abbandonate a forme di turismo esperienziale ed immersivo, rifuggendo le logiche di massa e del “mordi e fuggi”. Le ultime tendenze del settore indicano che non servono nuovi posti letto ma “prodotti” nuovi. Il turista merita di respirare la quotidianità e di venire coinvolto nel modo di vivere proprio del paese che lo ospita, di immergersi nei suoi saperi, oltre che di gustare i suoi sapori, di sentirsi parte attiva della comunità che imparerà a conoscere e che lo invoglierà a ritornare. Appare chiaro che sviluppare modelli di sviluppo turistico di questo tipo alimenta forme di economia circolare che hanno una ricaduta positiva sull’intero territorio e che portano al coinvolgimento dell’intera popolazione, ciascuno per quelle che sono le proprie specifiche professionalità. Un’imprenditoria giovane e dinamica, che sappia sfruttare i vantaggi dell’innovazione e del progresso tecnologico, senza sottovalutare le potenzialità dell’artigianato, può trovare e riscoprire nel proprio territorio la ricchezza auspicata e spesso erroneamente ricercata altrove. 

E’ chiaro che serve più coraggio a restare che ad andare; le vie di “fuga” non hanno mai rappresentato una soluzione definitiva ai problemi reali, anche se spesso sono sbrigative e deresponsabilizzanti.

Spiace solo constatare, in iniziative di questo tipo, la sistematica e indifferente assenza di esponenti del governo regionale che non induce a consolidare quel clima di fiducia che dovrebbe innescarsi soprattutto nelle fasi esecutive post elettorali. Così come appare inquietante il disinteresse di molti dei giovani ancora rimasti, delle donne che potrebbero (e dovrebbero) decidere di fare impresa tra loro, degli adolescenti che si affacciano alla maggiore età e, quindi, alla fase di pieno e maturo coinvolgimento politico. Tante, troppe occasioni mancate.

Non resta che condividere l’auspicio espresso dal prof. Fabrizio Barca, ex ministro per la coesione territoriale, ideatore della Strategia Nazionale Aree Interne e coordinatore del Forum Diseguaglianze e Diversità, a margine dell’evento organizzato da Castelbuono Scienza, di saper ritrovare quella compattezza necessaria per affrontare il cambiamento. Il principio di uguaglianza sostanziale, enunciato al comma 2 dell’art. 3 della Costituzione, afferma che “E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Questo significa che contribuire al miglioramento è compito di tutti e ciascuno. Le aree interne soffrono tutte di problematiche simili a prescindere dalla loro ubicazione. La marginalizzazione si può e deve combattere attraverso il ritorno a un pieno coinvolgimento per la creazione di un “sistema a rete” che consenta ai Sindaci di comunicare tra loro e coi cittadini, al fine di sviluppare strategie efficaci per la coesione territoriale e modelli di sviluppo imperniati sulle possibilità locali che non mancano e di cui andare orgogliosi. 

Lo scollamento tra Regione e realtà territoriali, così come gli inutili verticismi e le individualistiche logiche “di campanile”, comportano pesanti ricadute negative sulla credibilità degli amministratori agli occhi dei cittadini.

Amministrare un territorio è una sfida importante che va combattuta ogni giorno per essere vinta. E da giovane, tra i giovani e coi giovani, c’è chi ha deciso di affrontarla con coraggioso e costante impegno. Un esempio per tutti lo ritroviamo nell’amministrazione comunale di Isnello, guidata dall’avv. Marcello Catanzaro che ai giovani madoniti lancia un appello che risuona quasi come un grido nel deserto: restare per non disperdere il legame con le proprie radici e le tradizioni ma anche per il gusto di partecipare, animare ampi spazi di confronto, di ascolto, di studio, impegnarsi nel “fare sistema”, per non disperdere energie e attenzioni, sapendo focalizzare i problemi al fine di pretendere risposte e trovare soluzioni. Un ritorno alla nobile arte della Politica, quella vera, come impegno nel territorio e interesse per il territorio, che invogli alla partecipazione attiva e all’instaurarsi di meccanismi di coinvolgimento pieno, che crei modelli virtuosi di cooperazione tra pubblico e privato, anche rispetto alle scelte gestionali, di progettazione urbana funzionale e sostenibile e di valorizzazione dei beni comuni.

Cosa ci manca, dunque? Semplice. Forse, solo una visione prospettica di insieme e di lungo periodo. La capacità e l’umiltà di sapere fare squadra coi migliori, di coniare un sistema nuovo e alternativo rispetto alle vecchie logiche numeriche e di partito. L’orgoglio e la voglia di credere che progettare un futuro migliore è possibile.

Franco Arminio scrive: “Nessuno sa come andrà a finire, dipende da ognuno di noi. Dipende dalle verità che proteggeremo, dai sogni che proveremo a realizzare. E’ ora che ognuno stenda il suo sogno sulla tavola del mondo, i sogni non prendono spazio, ma lo danno.”

Luciana Cusimano

Castelbuono, 4/02/2020

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