Dossier “Tante Italie dove crescere”. I numeri delle Madonie e di Castelbuono

Dove nasci (e dove cresci) è una delle variabili che più decide le opportunità a disposizione del minore. Fa la differenza se nel comune dove abiti sono concretamente accessibili i servizi fondamentali per i più giovani. Luoghi dove incontrare i coetanei, imparare, giocare, fare sport. Un interessante dossier e una serie di mappe realizzate da Openpolis, in collaborazione con “Con i bambini”, cercano di comprendere meglio la condizione dei minori e i servizi disponibili sul territorio italiano: dall’asilo nido ai servizi nella scuola dell’obbligo, dal rischio abbandono precoce ai presidi educativi fuori dalla scuola.

Naturalmente il Sud è indietro e la Sicilia non fa eccezione. Nel riportare di seguito il testo che sintetizza i risultati del dossier e le principali mappe, abbiamo preso in esame i dati statistici che, tra luci ed ombre, misurano le Madonie ed in particolare Castelbuono.

I paesi delle Madonie: alcuni numeri

Bassa la percentuale di famiglie in potenziale disagio economico nelle Madonie, anche a Castelbuono (2,4%), sotto la media regionale, 42° in questa speciale classifica su 390 paesi. Bene soprattutto Petralia Sottana e Isnello (entrambi all’1,2%, 4° nella graduatoria regionale), ma anche Bompietro e Geraci.

Malissimo i dati che riguardano invece i tassi di natalità nelle Madonie, con Isnello stavolta negli ultimissimi posti, con tasso di natalità nel 2017 pari a “2” (2 nati ogni 1.000 residenti), peggio anche di Gratteri (3) e Geraci Siculo (4). Non bene neanche Castelbuono (tasso “6”), che però resta abbastanza stabile negli ultimi anni e non rivela un trend negativo, quanto Pollina e Petralia Soprana (entrambi in leggera ripresa). Un po’ meglio Cefalù (7), Collesano (8) e soprattutto Lascari (10) e Sclafani Bagni (12), nella parte alta della graduatoria regionale, guidata dal comune di Alì Terme (15).

A livello provinciale, il numero dei nati dal 2013 al 2017 è calato del 7,87%.

Il dossier prende poi in esame l’offerta formativa territoriale, scolastica e non, svelando ancora una volta tante Italie diverse, che in modo e con una capacità di erogazione di servizi radicalmente diversa si rivolgono ai giovani e contribuiscono alla loro formazione.

Invitiamo i lettori, ed in particolare gli amministratori locali e non, a valutare con grande attenzione quesi scenari e a lavorare prioritariamente a porvi rimedio.

La Redazione


1. Come la povertà educativa colpisce i minori nei comuni italiani

In Italia 1/6 della popolazione, circa 10 milioni di persone, ha meno di 18 anni. Ognuno di questi bambini e ragazzi vive in un contesto diverso, e porta con sé un proprio vissuto, che cambia in base al luogo di nascita, alla famiglia di origine, alle esperienze fatte.

10 milioni di storie diverse, ognuna unica, tutte importanti e da tutelare. Come stabilito dalla Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, di cui quest’anno ricorrono i 30 anni dall’approvazione:

Gli Stati parti riconoscono il diritto di ogni fanciullo a un livello di vita sufficiente per consentire il suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale e sociale (…) riconoscono il diritto del fanciullo all’educazione, e in particolare, al fine di garantire l’esercizio di tale diritto in misura sempre maggiore e in base all’uguaglianza delle possibilità.– Convenzione sui diritti dell’infanzia, artt. 27-28

Garantire lo sviluppo dei minori, offrire loro uguali possibilità, nel concreto significa fare i conti con tante situazioni di partenza differenti. Dove cresci è spesso la variabile decisiva.

A maggior ragione in un paese ricco di complessità come l’Italia. Sono molteplici le differenze che attraversano la penisola: tra le aree montane e quelle urbanizzate, tra i comuni interni e le grandi città, tra i territori con un diffuso livello di benessere delle famiglie e quelli più deprivati.

Il disagio delle famiglie con figli in Italia, comune per comune

Anche dal punto di vista del bambino, fa la differenza in quale comune o quartiere abiti, e se dove vivi sono concretamente accessibili i servizi fondamentali per i più giovani. Luoghi dove incontrare i coetanei, imparare, giocare, fare sport.

A fronte di questa complessità, la trattazione della povertà educativa avviene soprattutto utilizzando indicatori nazionali o al massimo regionali, anche per la carenza di dati aggiornati a livello locale. Un punto di vista purtroppo fuorviante per capire cosa succede nei luoghi dove vivono bambini e ragazzi. E quindi inservibile per programmare gli interventi di politiche pubbliche, educative e sociali sul territorio.

Un approccio che superi le medie regionali e nazionali

Per questa ragione l’osservatorio sulla povertà educativa, nato dalla collaborazione tra Con i bambini – impresa sociale e Fondazione openpolis nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, ha cercato di sperimentare un metodo innovativo. Affrontare i temi della povertà educativa partendo dagli indicatori internazionali ed europei, per poi analizzare i dati a un livello di disaggregazione sempre maggiore: regionale, provinciale, comunale.

Il livello minimo per valutare la condizione dei minori e la presenza dei servizi è quello comunale.

Il problema delle medie nazionali e regionali è che nascondono la reale offerta dei servizi. Ad esempio, cosa significa dire che in Lombardia ci sono 28 posti nei servizi prima infanzia ogni 100 bambini, se poi non si dà conto della differenza tra la città metropolitana di Milano, dove l’offerta raggiunge il 33,7%, e la provincia di Sondrio, dove non arriva al 20%? E ancora, nella stessa provincia di Sondrio, non si può prescindere dal divario tra il capoluogo (38 posti ogni 100 bambini) e altri comuni limitrofi, privi di asili nido.

E se questo è vero per tutti i comuni, per le grandi città neppure il dato comunale basta per ricostruire questa complessità. Cosa significa fare un confronto tra Roma e Milano, se poi si utilizzano medie comunali che appiattiscono le differenze tra municipi il cui numero di residenti è analogo a quello di capoluoghi di provincia e di regione?

307.184 i residenti nel VII municipio di Roma, un dato paragonabile a quello di una città come Catania.

Sono solo alcuni esempi di quanto sia necessario approfondire le analisi a livello locale, il più vicino possibile alla vita delle persone. È il primo presupposto per potersi confrontare, ai vari livelli decisionali, con la complessità di territori con grandi divari interni.

I servizi nel percorso di crescita di bambini e ragazzi

Con l’aiuto di alcune mappe, cercheremo di ricostruire in modo semplice le differenze nella presenza di servizi per i minori. Spesso di tratta di veri e propri divari che contribuiscono a rendere ancora più diseguali le condizioni di partenza.

Per approfondire meglio questi aspetti, i capitoli dell’esercizio seguiranno l’intero percorso di crescita del bambino. Nel prossimo capitolo, il secondo, affronteremo il tema delle nascite e della condizione economica e sociale di partenza.

Il terzo capitolo tratterà il percorso educativo, dall’offerta di asili nido alla presenza servizi nelle scuole, passando per il rischio abbandono scolastico dei più giovani.

Nel quarto capitolo ci concentreremo sulla presenza di presidi educativi al di fuori della scuola, dalle biblioteche ai musei.

Nel quinto e ultimo capitolo, mostreremo quanto possono essere profondi i divari interni anche tra zone diverse di una stessa città, come nel caso di Roma. La Capitale offre un punto di osservazione molto interessante su questi fenomeni. E su come possano convivere, spesso a poche centinaia di metri di distanza, realtà deprivate e non.

2. Nascere e crescere in Italia

Nel nostro paese si fanno sempre meno figli. Nel 2018 i nuovi nati sono stati 439mila. 18mila in meno rispetto all’anno precedente. 137mila in meno rispetto a dieci anni fa. Quasi mezzo milione in meno in confronto agli anni ’70.

Con questi ordini di grandezza non è esagerato parlare di una vera e propria emergenza nazionale. Un’emergenza che ha prima di tutto ragioni strutturali, ovvero la progressiva uscita dall’età riproduttiva della numerosa generazione dei baby boomers. Ma su cui incidono pesantemente anche gli effetti della crisi economica iniziata nel 2008.

Le dimensioni del calo demografico sul territorio

Nel confronto con gli altri paesi dell’Unione europea, l’Italia è il secondo paese per calo delle nascite e l’ultimo per tasso di natalità. Nel 2017 sono nati 7,6 bambini ogni 1.000 residenti, contro gli 11,5 di Francia e Svezia, gli 11,4 del Regno Unito, i 9,5 della Germania.

-10,92% i nati in Italia tra 2013 e 2017.

Italia seconda in Ue per il calo delle nascite

Una tendenza al calo demografico che riguarda tutte le aree del paese, da nord a sud, con la sola eccezione della provincia autonoma di Bolzano. Ovviamente con misure diverse. Ci sono realtà del paese, come la Sardegna meridionale, dove il calo supera il 20%.

Nascite in aumento solo nella provincia di Bolzano

Nel 2017 sono nati 7,6 bambini ogni 1.000 residenti in Italia: si tratta del tasso di natalità più basso dell’Ue. Una media che varia sul territorio, osservando i dati comune per comune. Tra i capoluoghi di provincia, ai primi posti due città siciliane: Catania (9,37) e Palermo (8,53), seguite da Reggio Emilia, Napoli e Prato (circa 8,4).

Il tasso di natalità, comune per comune

Numero di nuovi nati ogni 1.000 residenti (2017)

FONTE: elaborazione openpolis – Con i bambini su dati Istat – statistiche sperimentali 
(ultimo aggiornamento: domenica 1 Settembre 2019)

Mentre ci sono capoluoghi dove i nati nel 2017 sono stati meno di 6 ogni 1.000 residenti. Tra questi diversi comuni sardi (Carbonia, Iglesias, Cagliari, Oristano e Sanluri) e altri centri dell’Italia centrale e settentrionale, come Urbino, Ascoli Piceno, Ferrara, Rovigo, Savona.
In generale, c’è un’emergenza natalità in quasi tutto il paese, ed ha almeno due facce. La prima, evidente, è quella dei danni connessi al declino demografico: dallo sviluppo economico del paese alla tenuta del sistema sociale e pensionistico. L’altra, meno palese, è il rischio che la voce e gli interessi dei bambini e i ragazzi, messi in minoranza, restino fuori dal dibattito pubblico.

Quanto impatta il disagio nelle famiglie

Oltre ai fattori strutturali, un ruolo importante nel calo delle nascite lo ha avuto anche la crisi economica iniziata nel decennio scorso.

Nel 2007 il 3,5% delle famiglie si trovava in povertà assoluta. Significa che, prima della recessione, circa una famiglia su 28 non poteva permettersi le spese essenziali per condurre uno standard di vita minimamente accettabile.

Con la crisi questo dato è progressivamente cresciuto. Nel 2018 le famiglie in povertà assoluta sono salite al 7% del totale. Una tendenza che ha riguardato soprattutto le famiglie con figli.

Più minori ci sono in famiglia, più è probabile che questa si trovi in povertà assoluta. Tra le coppie senza figli, circa una su 20 (il 5,2%) vive in povertà. Una quota che sale al 9,7% tra le famiglie con 1 figlio minore, all’11,1% con 2 figli minori e addirittura al 19,7% tra le famiglie con 3 o più figli minori.

1 su 5 le famiglie con almeno 3 figli minori in povertà assoluta.

La povertà ha colpito in modo diverso a seconda del territorio. Nel mezzogiorno le famiglie con almeno un figlio minore in povertà sono il 14,4% del totale, mentre nel centro-nord si attestano sull’8 10%. Ma si tratta di medie solo indicative, perché all’interno di queste macroaree convivono tante realtà diverse: esistono tanti nord, come esistono tanti sud.

Il disagio delle famiglie con figli in Italia, comune per comune

Percentuale di famiglie con figli in potenziale disagio economico (2011)

FONTE: elaborazione openpolis – Con i bambini su dati Istat 
(ultimo aggiornamento: sabato 31 Dicembre 2011)

Dati che indicano quanto sia importante monitorare l’andamento del disagio delle famiglie con figli sul territorio, comune per comune. Informazioni complesse, purtroppo raccolte solo in occasione dei censimenti, ma che rappresentano un punto di partenza utile per capire le ricorrenze territoriali del fenomeno.

La famiglie in disagio economico, regione per regione

Percentuale di famiglie con figli in potenziale disagio economico (2011)

FONTE: elaborazione openpolis – Con i bambini su dati Istat 
(ultimo aggiornamento: sabato 31 Dicembre 2011)


3. Il percorso educativo, dall’asilo alla scuola

Il percorso educativo del minore va considerato nella sua interezza, e non ridotto alla sola scuola dell’obbligo. L’apprendimento inizia nei primi mesi di vita, quindi l’analisi deve partire dall’asilo nido e arrivare fino alla conclusione del ciclo scolastico. Considerando anche quanto sia frequente la sua interruzione prima del tempo, con gli abbandoni precoci.

L’offerta di servizi per la prima infanzia

Gli asili nido sono il primo passo nel percorso formativo dei bambini. In molti casi si tratta del primo vero luogo di socialità al di fuori della famiglia di origine, in una fase – quella tra 0 e 3 anni – in cui i bambini gettano le basi di tutti i loro futuri apprendimenti.

Per questa ragione estendere la possibilità di accesso ai servizi per la prima infanzia è cruciale. La questione non è più solo quella (pure fondamentale) di ampliare l’offerta di un servizio socio-assistenziale. L’asilo nido ha prima di tutto una funzione educativadare a tutti la possibilità di frequentarlo oggi significa ridurre le iniquità del sistema scolastico domani. A partire da fenomeni come l’abbandono scolastico e l’acquisizione di competenze insufficienti, che colpiscono soprattutto chi viene da famiglie svantaggiate.

In questa prospettiva, un primo obiettivo prioritario per il nostro paese dovrebbe essere il raggiungimento dell’obiettivo europeo: 33 posti nei servizi per la prima infanzia ogni 100
bambini residenti. Attualmente, nella fascia 0-2 anni, questo obiettivo è ancora lontano dall’essere raggiunto.

24 i posti in asili nido e servizi integrativi ogni 100 bambini con meno di 3 anni.

Un’offerta che peraltro non è uniforme sul territorio nazionale. Tra le regioni, solo 4
superano la soglia del 33%. Si tratta di Valle d’Aosta, Umbria, Emilia Romagna e Toscana. Nel mezzogiorno l’offerta è molto al di sotto non solo dell’obiettivo europeo, ma anche della stessa media nazionale. In Campania, Calabria e Sicilia sono meno di 10 i posti ogni 100
bambini.

Solo 4 regioni superano i 33 posti nido ogni 100 bimbi

Posti in asili nido e servizi prima infanzia per 100 residenti 0-2 anni (2016)

FONTE: elaborazione openpolis – Con i bambini su dati Istat 
(ultimo aggiornamento: domenica 31 Marzo 2019)

Osservando i dati provincia per provincia, spiccano per livelli di copertura soprattutto le province emiliane, toscane, dell’Umbria e alcune delle regioni a statuto speciale (eccetto la Sicilia). Queste si collocano stabilmente al di sopra del 33%. Nell’Italia settentrionale la maggior parte delle province oscilla tra il 20 e il 33% di copertura potenzialeIn quella meridionale quasi nessuna provincia arriva ad una copertura del 20%. Ma l’offerta non è omogenea, anche nell’Italia del nord.

Anche all’interno di regioni del centro-nord mediamente più servite ci sono realtà dove il servizio è meno diffuso. In Lombardia, ad esempio, la città metropolitana di Milano supera il 33%, mentre la provincia di Sondrio non raggiunge il 20%.

Disparità che mostrano quanto le medie nazionali o regionali siano insufficienti per capire punti di forza e carenze del servizio prima infanzia. E come l’offerta vada ricostruita sul territorio, a livello comunale. Con questa granularità, emerge un quadro frammentato che mostra il ritardo del mezzogiorno nella diffusione degli asili nido e dei servizi integrativi.

I comuni senza asilo nido

Presenza di almeno un asilo o di un servizio integrativo nei comuni italiani (2016)

FONTE: elaborazione openpolis – Con i bambini su dati Istat 
(ultimo aggiornamento: domenica 31 Marzo 2019)

Nel mezzogiorno l’offerta è più carente, e si concentra in pochi comuni, spesso circondati da territori senza asili nido. Se confrontiamo i capoluoghi di provincia, i livelli più alti di offerta potenziale si rilevano a Bolzano e Siena (quasi 2 posti ogni 3 bambini).

Mentre in 10 capoluoghi, tutti del sud, l’offerta non raggiunge il 10% della domanda potenziale. Tra questi in particolare Crotone (4,7 posti ogni 100 bimbi), Catania (5,5%) e Messina (5,7%).

La presenza di servizi nelle scuole

Tra i banchi di scuola, quotidianamente, si incontrano i percorsi diversi di milioni di ragazze e ragazzi. L’efficacia del sistema scolastico si misura anche nella capacità di integrare e valorizzare le differenze, senza cristallizzarle. Altrimenti i divari già esistenti si riproducono, e si tramandano di generazione in generazione.

I dati Invalsi ci mostrano come sia ancora forte la relazione tra i risultati degli alunni e la condizione economica, sociale e culturale della loro famiglia. In terza media, il 53,7% degli alunni che vengono dalle famiglie di fascia socio-economico-culturale più bassa ottengono risultati insufficienti nei test di italiano. Tra quelli delle famiglie di fascia alta le insufficienze sono il 15,8%.

19 su 28 la posizione dell’Italia rispetto agli altri paesi Ue per punteggio medio degli studenti svantaggiati.

Nel ridurre questo tipo di divari la scuola che si frequenta ha un ruolo decisivo, perché l’esperienza tra le mura scolastiche può cambiare molto a seconda dell’istituto. La componente umana può fare la differenza: la motivazione degli insegnanti, la presenza e il coinvolgimento della comunità educante.

Ma un altro aspetto da non trascurare è il tipo di dotazioni presenti all’interno della scuola. Nelle prossime mappe ci concentreremo su due in particolare. In primo luogo, lapresenza all’interno dell’edificio scolastico della mensa. Una variabile importante, perché è strettamente legata alla possibilità per i ragazzi di frequentare la scuola in orario pomeridiano, dai corsi di recupero ad altre attività.

In Italia in media circa un edificio scolastico su 4 (26%) è dotato di mensa. Tra le regioni, spiccano i dati di 4 territori: Valle d’Aosta (69,4%), Toscana (63,3%), Friuli-Venezia Giulia (62,0%) e Piemonte (61,3%). In tutti gli altri casi gli edifici scolastici con la mensa sono meno del 40%.

Solo in 4 regioni oltre la metà delle scuole ha la mensa

Percentuale di edifici scolastici statali con la mensa (2017)

FONTE: elaborazione openpolis – Con i bambini su dati Miur 
(ultimo aggiornamento: martedì 25 Settembre 2018)

Le regioni in fondo alla classifica sono Sicilia (8,2%) e Campania (9,5%). Scendendo a livello provinciale, in 26 province sulle 106 per cui abbiamo dati, oltre la metà delle scuole ha la mensa (non sono disponibili i dati per il Trentino Alto Adige). Spicca il dato delle province di Lucca, Prato e Aosta dove la percentuale di edifici scolastici dotati di mensa è attorno al 70%.

Lucca, Prato e Aosta sono le province con più scuole con la mensa

Percentuale di edifici scolastici statali con la mensa (2017)

FONTE: elaborazione openpolis – Con i bambini su dati Miur 
(ultimo aggiornamento: martedì 25 Settembre 2018)

Le province con meno mense nelle scuole sono Ragusa (1,29%), Napoli (3,22%), Catania (4,29%), Palermo (4,53%) e Trapani (4,83%). Data la forte ricorrenza della Sicilia, sia nella classifica regionale che in quella provinciale, può essere interessante focalizzarci sulla presenza di mense sull’isola.

La Sicilia è la regione con meno edifici scolastici dotati di mensa (meno del 10% ne ha una). In controtendenza con il dato dell’isola è quello di Messina. In questa città metropolitana gli edifici scolastici con la mensa sono il 20,3%. E nel capoluogo la metà degli edifici statali (50%) ne ha una. Il secondo, distanziato, è Siracusa (11%).

Le mense nelle scuole in Sicilia

Percentuale di edifici scolastici statali con la mensa (2017)

FONTE: elaborazione openpolis – Con i bambini su dati Miur 
(ultimo aggiornamento: martedì 25 Settembre 2018)

Un altro tema fondamentale è la presenza della palestra dentro la scuola. Lo sport ha una funzione educativa riconosciuta da tutti i sistemi scolastici Ue, che difatti lo prevedono come materia didattica. In media in Italia circa il 41% degli edifici scolastici statali ha una palestra o una piscinaLa metà delle regioni supera questo dato. Il valore più alto si raggiunge in Friuli Venezia Giulia (57,8%), seguito dal Piemonte (51%). Si avvicinano alla metà degli edifici con palestra e piscina Toscana (48,1%), Lazio (46,6%) e Marche (46%).

Il Friuli-Venezia Giulia è la regione con più palestre nelle scuole

Percentuale di edifici scolastici statali con palestra o piscina (2017)

DA SAPERE

Non sono disponibili dati per il Trentino Alto Adige.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i bambini su dati Miur 
(ultimo aggiornamento: martedì 25 Settembre 2018)

Le regioni con meno palestre sono Calabria (22,3%) e Campania (25,7%). Ovviamente non significa che gli alunni che frequentano scuole senza palestra non ne abbiano accesso, in altri istituti o in impianti sportivi del territorio. Ma mappare la loro presenza è comunque importante.

Da un lato, perché sono le norme sull’edilizia scolastica a stabilire che nella programmazione degli interventi sia garantita ad ogni scuola la disponibilità di palestre e impianti sportivi. Dall’altro, perché anche le palestre scolastiche possono essere valorizzate per attività pomeridiane, diventando un punto di riferimento per le famiglie.

Scendendo a livello provinciale, ai primi posti per presenza della palestra (o della piscina) nella scuola spiccano le province friulane.

Solo nel 17% delle province oltre la metà delle scuole ha la palestra

Percentuale di edifici scolastici statali con palestra o piscina (2017)

FONTE: elaborazione openpolis – Con i bambini su dati Miur 
(ultimo aggiornamento: martedì 25 Settembre 2018)

Al primo posto Pordenone (65%), al secondo Trieste. Al quarto posto, subito dietro Prato (59,35%), Udine (57,74%). Le province con meno palestre nelle scuole sono tutte calabresi, in particolare Reggio Calabria (20,42%), Vibo Valentia (21,34%), Crotone e Cosenza (entrambe attorno al 22%).

La Calabria è la regione con meno scuole dotate di palestre o piscine. Poco più di un edificio scolastico su 5 ne ha una, contro una media nazionale quasi doppia. Osservando il dato comune per comune, si nota come la distribuzione sia piuttosto variegata sul territorio regionale.

L’abbandono scolastico

L’abbandono scolastico è un fallimento educativo per l’intera società. A lasciare la scuola o i percorsi di formazione prima del tempo sono soprattutto i giovani che vengono da una situazione di svantaggio, sia economico che sociale. In un mondo che richiede sempre più competenze, chi resta escluso rischia più degli altri un futuro di marginalità sociale.

Perciò una delle sfide per aumentare l’equità e l’efficacia del nostro sistema di istruzione è abbattere il tasso di abbandono scolastico. Per verificare l’impegno in questa direzione, a livello europeo è stato stabilito un obiettivo: ridurre la quota di giovani che abbandonano precocemente gli studi e la formazione al di sotto del 10% entro il 2020.

Italia quarta in Ue per abbandono scolastico

Percentuale di giovani tra 18 e 24 anni che non hanno il diploma (2018)

FONTE: elaborazione openpolis – Con i bambini su dati Eurostat 
(ultimo aggiornamento: lunedì 1 Luglio 2019)

In base a questo indicatore, l’Italia è il quarto stato Ue con il più alto tasso di abbandono scolastico, dopo Spagna, Malta e Romania. Negli ultimi 10 anni la quota di abbandoni nel nostro paese è progressivamente diminuita: nel 2008 sfioravano il 20%, 5 punti in più rispetto ad oggi. Ma il trend dell’ultimo biennio mostra un’inversione di tendenza: dal 13,8% del 2016 siamo tornati al 14,5% attuale.

14,5% i giovani tra 18 e 24 anni che hanno lasciato la scuola prima del diploma.

A fronte di questa media, l’abbandono colpisce in modo diverso le aree del paese.

Abbandoni sopra il 20% nelle isole e in Calabria

Percentuale di giovani tra 18 e 24 anni che non hanno il diploma (2018)

FONTE: elaborazione openpolis – Con i bambini su dati Istat 
(ultimo aggiornamento: mercoledì 17 Aprile 2019)

In tre regioni, Sardegna, Sicilia e Calabria, oltre il 20% dei ragazzi ha abbandonato precocemente la scuola. Una quota doppia rispetto al 10% che l’Ue si è posta come obiettivo. Se scendiamo a livello provinciale, in alcuni territori, come quello del Sud Sardegna e nel catanese, oltre un giovane su 4 ha lasciato prima del diploma.

L’abbandono scolastico nelle province italiane

Percentuale di giovani tra 18 e 24 anni che hanno solo la licenza media (2017)

FONTE: elaborazione openpolis – Con i bambini su dati Svimez e Istat 
(ultimo aggiornamento: martedì 11 Settembre 2018)

Andando ancora oltre, possiamo provare ad approfondire l’analisi a livello comunale. Qui purtroppo le sole informazioni disponibili risalgono al 2011. È infatti in occasione dei censimenti che vengono raccolte con una simile disaggregazione.

Anche al momento del censimento, comunque, le tendenze appena rilevate erano già presenti. Tra le 15 maggiori città italiane, Catania spiccava come quella con il più alto abbandono. Anche se va precisato che l’indicatore qui utilizzato differisce da quello europeo: considera la percentuale di giovani tra 15 e 24 anni senza diploma e che non sono in un percorso regolare di studi o di formazione.

L’abbandono scolastico a livello comunale, regione per regione

Uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione (2011)

FONTE: elaborazione openpolis – Con i bambini su dati Istat (censimento 2011) 
(ultimo aggiornamento: sabato 31 Dicembre 2011)

4. Le esperienze educative oltre la scuola

Quando si parla di contrasto alla povertà educativa, la prima cosa che viene in mente è il ruolo dell’istruzione in senso stretto. E in effetti, come abbiamo visto nelle mappe precedenti, il potenziamento dei percorsi educativi formali, dall’asilo nido alla scuola, è il primo aspetto da monitorare e su cui intervenire.

Il percorso di formazione non riguarda solo quello che si apprende dentro le mura scolastiche.

In parallelo però, bisogna ricordare che gran parte delle opportunità formative che fanno la differenza sullo sviluppo del minore si trovano fuori dalla scuola dell’obbligo. E riguardano esperienze di tanti tipi: da leggere un libro a uscire con i propri coetanei, dal confronto con gli adulti alla visita di un museo, da una vacanza lontano da casa a una serata al cinema. L’accesso a questo tipo di esperienze, che è riduttivo etichettare come “consumo culturale”, purtroppo cambia in base alle possibilità della famiglia di origine.

10,1% delle famiglie non ha neanche un libro in casa.

È stato indagato da Istat l’effetto familiarità sulla letturase i genitori non leggono, solo il 30,8% dei figli sono lettori. Al contrario, la quota di bambini che leggono sale al 66,9% se sia la madre che il padre sono lettori.

Una tendenza che riguarda l’accesso a tutte le opportunità educative al di fuori della scuola. Le variabili relative al consumo culturale sono tra loro auto-correlate, e cambiano in base allo status socio-economico-culturale della famiglia. Un altro modo in cui i divari di partenza si riproducono di generazione in generazione, colpendo chi nasce nelle famiglie più svantaggiate.

Si tratta di temi complessi, e non basta – da sola – l’offerta di strutture e servizi culturali per invertire questi trend. Ma la presenza di presidi educativi in un territorio può essere la premessa per intervenire.

La presenza di biblioteche

Un primo, fondamentale presidio educativo sono le biblioteche. Luoghi che – se ben progettati – possono diventare anche spazi di aggregazione, punti di incontro per i giovani e l’intera comunità. Possono offrire un posto tranquillo per studiare, la cui disponibilità è uno degli indicatori scelti da Unicef per calcolare il tasso di deprivazione minorile. Inoltre, ultimo aspetto da non trascurare, queste strutture garantiscono a tutti – a prescindere dal reddito dei genitori – la possibilità di prendere in prestito un libro.

In Italia ci sono circa 18mila biblioteche. Rispetto ai 6,8 milioni di bambini e ragazzi di età compresa tra 6 e 17 anni, significa 2,6 strutture ogni 1.000 minori. Un dato che cambia da regione a regione.

L’offerta di biblioteche nelle regioni

Numero di biblioteche ogni 1.000 residenti 6-17 anni (2019)

FONTE: elaborazione openpolis – Con i bambini su dati Iccu-Abi e Istat 
(ultimo aggiornamento: lunedì 30 Settembre 2019)

La diffusione maggiore si registra nelle regioni più piccole, come Molise e Valle d’Aosta, dove ci sono più di 5 biblioteche ogni 1.000 minori. Il motivo è che, dal momento che non disponiamo di ulteriori criteri per parametrare l’offerta di biblioteche (es. dimensione, numero di accessi ecc.), ciascuna struttura esistente, piccola o grande, conta allo stesso modo.

Già da una vista regionale emerge come la presenza più contenuta riguardi le 3 maggiori regioni del mezzogiorno: Puglia, Campania (meno di 2 strutture ogni 1.000 minori) e Sicilia (2,08).

Le province con più biblioteche rispetto ai minori residenti sono Trieste e Isernia (oltre 8 biblioteche ogni 1.000 residenti dell’età considerata). Seguono Macerata (6,52), Belluno e Pavia (5,49).

L’offerta di biblioteche nelle province

Numero di biblioteche ogni 1.000 residenti 6-17 anni (2019)

FONTE: elaborazione openpolis – Con i bambini su dati Iccu-Abi e Istat 
(ultimo aggiornamento: lunedì 30 Settembre 2019)

Sono 4 le province dove risulta meno di una struttura ogni 1.000 bambini e ragazzi tra 6 e 17 anni. Si tratta di Monza e Brianza (0,91), Latina 0,90, Ragusa (0,78), Barletta-Andria-Trani (0,74). Oltre alla provincia di Bat, agli ultimi 15 posti compaiono altre 3 province pugliesi: Taranto (1,17), Brindisi (1,23), Foggia (1,48).

Del resto, come avevamo già osservato, la Puglia è la regione con meno biblioteche totali in rapporto alla popolazione 6-17 anni. Ed è terzultima (dopo Lazio e Campania) isolando le sole biblioteche pubbliche e non specializzate (quelle potenzialmente più fruibili dai minori). Per questa ragione è interessante approfondire il dato a livello comunale.

La presenza di musei

Un’altra istituzione culturale di cui è utile mappare l’offerta sul territorio sono i musei. In Italia ci sono 4.889 tra musei, gallerie d’arte, monumenti e parchi archeologici aperti al pubblico.

Attualmente, come rilevato nel corso dell’indagine conoscitiva tenuta dalla commissione parlamentare infanzia e adolescenza nella scorsa legislatura, manca un sistema di monitoraggio sistematico della fruizione da parte dei minori. Ciò limita molto le possibilità di analisi, ciononostante mapparne la presenza in rapporto alla popolazione minorile costituisce un primo punto di partenza.

In Italia in media ci sono circa 5 musei ogni 10mila ragazze e ragazzi di età compresa tra 0 e 17 anni. Una cifra che può variare molto tra le aree del paese. Dal momento che il dato conteggia il numero di musei a prescindere dalla loro effettiva dimensione, il rapporto è spesso più alto nelle regioni piccole.

La presenza di musei nelle regioni

Numero di musei ogni 10mila residenti 0-17 anni (2017)

FONTE: elaborazione openpolis – Con i bambini su dati Istat 
(ultimo aggiornamento: martedì 29 Gennaio 2019)

Al netto di questa precisazione, spicca la presenza di musei nell’Italia centrale, mentre le 3 maggiori regioni del mezzogiorno (Campania, Sicilia e Puglia) si trovano ampiamente al di sotto della media (meno di 3 musei ogni 10mila minori).

Scendendo a livello provinciale, si conferma la maggiore presenza nel centro Italia. Dopo Aosta, con circa 40 musei o strutture similari ogni 10mila minori, spiccano Siena e Isernia (quasi 20 musei ogni 10mila minori). In termini assoluti sono le città metropolitane di Roma, Torino e Firenze ad avere più musei sul proprio territorio.

La presenza di musei nelle province

Numero di musei ogni 10mila residenti 0-17 anni (2017)

FONTE: elaborazione openpolis – Con i bambini su dati Istat 
(ultimo aggiornamento: martedì 29 Gennaio 2019)

Da questo punto di vista, l’Emilia Romagna rappresenta un caso interessante, data la forte differenziazione tra i territori che la compongono. Spiccano le province di Parma (9,52 musei
ogni 10mila minori), Ravenna (9,32) e Piacenza (8,9) e Ferrara (7,78). Mentre una quota più bassa della media nazionale si registra a Reggio Emilia (3,91) e Modena (4,55).

I musei per minore nei comuni italiani, regione per regione

Numero di musei ogni 10mila residenti 0-17 anni (2017)

FONTE: elaborazione openpolis – Con i bambini su dati Istat 
(ultimo aggiornamento: martedì 29 Gennaio 2019)

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