“Emitte lucem tuam”. A beddra Matri u Priatoriu

Ogni tanto, durante una cerimonia o un qualche evento, il nostro sguardo si perde tra le tele e le statue delle chiese. Spesso ci chiediamo chi vi sia rappresentato o ci affrettiamo a definirlo “un santo, una madonna”.
In realtà, anticamente, poco si lasciava al generico( e quasi nulla al caso) in una rappresentazione sacra. Tutti gli elementi concorrono a definire “meglio” ad attribuire, a spiegarci chi sia quella figura, quale titolo mariano sia rappresentato. Colori, oggetti, piante, animali, lettere, frasi… ogni elemento è un tassello che, se correlato agli altri, ci offre l’identificazione e, spesso, una minibiografia in simboli del soggetto rappresentato.

Nel mese di Novembre, un po’ di attenzione vorrei prestarla ad una tela custodita alla Matrice Nuova, per l’esattezza nel penultimo altare della navata sinistra.
Come ogni oggetto che esiste da tempo e da tempo è patrimonio collettivo, anche la tela in questione nasconde storie e racconti… che speriamo di riuscire, in parte, a rievocare.
L’autore del bel dipinto è stato individuato in Tommaso Pollace, artista palermitano nato intorno al 1748 a Palermo e operante sulle Madonie almeno fino al 1819 (anno in cui risulterebbe dipingere alcune opere per la Chiesa di San Cataldo a Gangi).
La tela Castelbuonese raffigura LA MADONNA DEL LUME.
l’iconografia è talmente chiara e precisa da non lasciare ombra di dubbio in chi la osserva, ma perchè è così rappresentata? Non potrebbe essere un altro titolo mariano?
La risposta necessita di narrare una storia, la storia dell’istituzione del culto.
Ad inizio settecento, viveva a Bagheria una veggente che diceva di dialogare con la Vergine e con i Santi. Nel 1722, un gesuita, Padre Antonio Genovese, propose alla veggente di chiedere alla Vergine come volesse essere rappresentata e con che titolo essere invocata.
La risposta arrivò durante un’apparizione nella chiesa di San Stanislao a Palermo, la Vergine si mostrò così come desiderava essere rappresentata e soprattutto si dichiarò ” Maria Madre Santissima del Lume”.
Subito fu commissionato il dipinto, un ovale, di piccole dimensioni.
Ma un nuovo prodigio confermò l’iconografia, la Madonna apparve alla veggente mentre si trovava a Bagheria, chiedendole che fosse rispettato il suo volere e di recarsi a Palermo per correggere il pittore. In effetti egli si era preso delle licenze, vestendo la vergine di rosso e ponendovi sotto i piedi la luna (alcune tele tuttora esistenti -come quella di Palazzo Adriano- raffigurano la Vergine in abito rosso e sono considerate come derivate da quella errata).
La veggente però tardò nell’assolvere il compito per motivi familiari…e infine si ammalò. Il medico le consigliò di andare a Palermo per maggiori visite e lei capì che era un segno della Vergine. Così fece, ponendosi a guida del pittore e definendo per sempre l’iconografia della Madonna del lume.
La tela Castelbuonese è una perfetta riproposizione (sebbene in scala maggiore) del tondo palermitano, da cui si differenzia solo per la corona (retta dagli angeli in alto) che nell’originale è di tipo imperiale mentre nella nostra è principesca (forse in relazione al titolo ventimigliano?)
Il dipinto originale, conservato a casa professa, andò perduto durante i bombardamenti del 1943. Ne tramandano l’esatta conformazione due copie coeve (una è a Palermo nella chiesa di S. Stanislao, l’altra è in Messico, portata lì dai missionari gesuiti).
A sciogliere qualsiasi ulteriore dubbio, il cartiglio posto sull’arco sommitale recita ” emitte lucem Tuam” (Manda la tua luce).
Ma questa raffigurazione a cosa allude? che significati nasconde?
Maria si mostra intanto come Madre del Cristo (che regge in braccio bambino), il quale è indicato come LUME (ossia luce, faro, guida) dei Cristiani. Non a caso prende da un paniere, sostenuto da un angelo, i cuori “ardenti d’amore” dei fedeli che di lui “si infiammano” portandoli a sé.
La Vergine si mostra inoltre soccorritrice delle anime del purgatorio ed è raffigurata nell’atto di trarre un anima dalle fiamme eterne (Maria come libera inferni direbbe una tradizione iconografica), ovviamente intercedendo presso Gesù per la salvezza (non a caso lo tiene in braccio) possibile anche grazie alle anime dei giusti che offrono sacrifici a Dio ( i cuori ardenti nel paniere). Quasi un trionfo del bene in cui l’anonima anima è sintesi dell’umanità tutta.
Maria è inoltre presentata come Regina (coronata dagli angeli) e sovrana delle gerarchie angeliche (pone i piedi sui cherubini).
Il bianco della sua veste ne ricorda l’eterna purezza e verginità, il cobalto del manto invece ne ricorda l’acquisita “divinità”. il cinto segnato la perfetta castità.
La tradizione castelbuonese coglie bene il senso iconografico e le dona il titolo di “Matri du Priatoriu”. Per questo motivo era ed è uso invocarla e accedervi lumi nel mese dedicato ai defunti.
Come arrivò il culto a Castelbuono?
Questo ci sfugge. Sappiamo che il miracolo palermitano (e i successivi eventi) suscitarono una grande eco in Sicilia. Il culto alla Madonna del Lume si propagò in fretta e raggiunse anche la Calabria.
Non sappiamo, al momento, se l’altare fosse dedicato alla Madonna del lume già prima del terremoto che distrusse la matrice nuova nel 1820, forse un documento d’archivio potrebbe chiarire meglio.
Non possiamo avere neppure la certezza che la tela sia stata dipinta dopo quella data visto che il pittore visse ed operò a cavallo dei due secoli. Tuttavia visto che il Pollace si trovava a Gangi nel 1819 (come detto in apertura), visto che la tela è di dimensioni pari alle altre presenti in matrice e visto che la tela dell’altare corrispettivo(S. Michele) dovette essere rifatta per danni subiti nel crollo (quindi non sarebbe un caso isolato) possiamo immaginare come “post quam” il 1820.
Allo stato attuale non siamo in grado di chiarire se esistesse, magari, altra raffigurazione precedente della Beata Vergine del Lume, ma sappiamo che la sua festa ricorreva (nei primi del novecento) la seconda domenica di settembre.

bedda Matri du priatoriu\chisti cori no panaru\Quanti sciammi ni scanzaru
quanti nferni ch’astutaru\Quanti armi arrifriscaru\E all’ura da ngunia
pigghiati puri stu cori mia!\

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