Fase due: tutto l’amore che manca

Vi invitiamo a leggere l’opportuna riflessione del giornalista e scrittore isnellese Gianpiero Caldarella, pubblicata sul suo blog scomunicazione, in cui – con la consueta fervida intelligenza che lo contraddistingue – giunge persino ad una proposta a tutela… dell’amore.

Eravamo stati avvisati. Non si poteva accontentare tutti. Qualcuno ci sarebbe rimasto male.

Del resto gli innamorati non sono contemplati nei manuali di giurisprudenza. Abbiamo faticato e non poco per annoverare i conviventi tra i “portatori di diritti”.

Adesso però la situazione è eccezionale. Il virus è sempre lì in agguato, il Governo lavora da matti, il comitato tecnico scientifico e la task force guidata da Colao scrutano l’orizzonte. Bisogna fidarsi.

I decisori politici, a qualunque livello, regionale o nazionale, si avvalgono di esperti che sembrano deresponsabilizzare il loro operato. Le decisioni difficili sono sempre seguite da un “se dipendesse da me”, declinato nelle varie salse. In tempi lontani era “Dio che lo chiedeva”, sussurrando direttamente nell’orecchio del re, altre volte abbiamo sentito dire che “ce lo chiede l’Europa” ed oggi “ce lo dicono gli esperti”.

L’alternativa sarebbe dunque il fai da te o il balletto -due passi avanti e uno indietro- proposto da quel tanghero di Salvini & Co.? No di certo.

Se fosse possibile avanzare una proposta, dovendo governare un’intera società, e non solo l’economia e la sanità pubblica -che quella privata si governa benissimo da sola a quanto pare- mi piacerebbe che oltre ad esperti virologi, epidemiologi ed economisti, fossero consultati degli esperti di storia, di psicologia, di logica, di semiotica. Insomma, siamo così sicuri che possiamo fare a meno del sapere umanistico in una situazione drammatica come questa?

Ma cerchiamo di non volare troppo in alto e partiamo dai casi concreti in cui qualcuno si riconoscerà e qualcun altro no. Il sottoscritto vive in un piccolo paesino di montagna in Sicilia, sulle Madonie, uno dei tanti borghi spopolati dopo decenni di emigrazione. Spesso nei mesi invernali faccio due passi dopo cena percorrendo il viale Impellitteri (isnellese ex sindaco di New York) e torno a casa dopo non aver incontrato anima viva. Ricordo che un giorno di anni fa vidi una locandina su un convegno di astronomia (organizzato dall’allora nascituro Parco Astronomico “Gal Hassin”) il cui titolo era “Siamo soli nell’universo?”. Ero nel corso principale, era sera, mi guardai intorno, verso la piazza, verso il belvedere. Nessuno all’orizzonte. Allora risposi: “Sì, siamo soli”.

Cosa voglio dire con questo? Che i numeri sono importanti e che forse bisognerebbe trattare in modo diverso non solo le aree più colpite ma anche le aree con una densità abitativa estremamente rarefatta. Non poter fare quella passeggiata in solitaria la sera è un’imposizione che non incide per nulla sul rischio. Rispettare la distanza è un discorso di responsabilità personale, certo, ma chi decide dovrebbe anche tener conto di fattori meno soggettivi, quali appunto i numeri. Quei numeri che, anche in “tempi di pace”, penalizzano i piccoli borghi dove per qualunque acquisto o esigenza bisogna spostarsi altrove.

Ma cosa c’entra tutto questo con l’amore? Congiuntamente e purtroppamente c’è un nesso. E qui un esperto di logica poteva servire al governo. Vi racconto una storia vera, quella di un amico che ha vissuto quasi l’intera sua vita all’estero. Un giorno mi disse: “Gianpiero, io ho ho otto figli, mia moglie ne ha altri otto. Insieme abbiamo dodici figli”. Sembrava un rebus, poi continuò: “quando mi sposai con lei avevo quattro figli da un precedente matrimonio e lei lo stesso. Insieme abbiamo fatto altri quattro figli. Tutti sposati e con figli. Quando ci riuniamo, siamo in sessanta”. Ho molta stima di questa persona e apprezzo la sua capacità di alleggerire ogni situazione e il suo gusto per la battuta. Eppure il suo racconto oggi è importante. Ci ricorda, qualora ce ne fossimo dimenticati, che esistono anche le famiglie numerose. Magari non come quella del mio amico, ma comunque numerose. Ed esiste anche chi è solo al mondo o ha un solo parente in vita.

Secondo le indicazioni del Governo, dal 4 maggio ci sarebbe chi potrà vedere decine di persone “congiunte” e chi, per sua sfortuna non può neanche vedere la persona amata che magari vive a 10 chilometri di distanza. Se la regola è quella del distanziamento e del numero dei contatti che una persona ha, chi fa rischiare di più all’intera comunità? Quello che ha una grande famiglia o quello che ama una sola persona e vorrebbe vederla dopo due mesi di assenza?

A questo punto potrebbe servire una piccola proposta. Ognuno di noi ha degli affetti che possono anche esulare dal contesto familiare. Se si permettesse ad ognuno di avere la possibilità di mantenere i contatti con un numero limitato di persone, dichiarato a priori, in autocertificazione e magari tracciabile con l’app immuni, un numero ad esempio limitato a cinque -ricordate il fumetto “5 è il numero perfetto” di Igort?- si permetterebbe anche a chiunque di congiungersi con chi è veramente importante, non ponendo gerarchie tra famiglia, amori o amici.

Solo poche persone e solo chi è importante. Sarebbe una scelta di responsabilità, se mi vedo con te anche tu scali uno dalla tua lista e decidi pertanto di non vedere qualcun altro.

Il tormentone del “restate a casa” altrimenti potrebbe fare molti più danni di quanti non si immagini, perché sa di antico, di reclusione, e qualunque storico potrebbe spiegare la frase “in amore e in guerra non esistono regole”, facendo un elenco lunghissimo di tragedie e battaglie che si sono consumate e che sono diventate capolavori della letteratura.

Basta parlare di questa epidemia come una guerra. Sono i numeri che contano, la distanza sociale e la responsabilità individuale.

Non dimentichiamoci del fattore A.

A come amore, è quello che da sempre rende migliore ogni uomo e ogni donna.

Gianpiero Caldarella

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.