Gianfranco Raimondo: “Le cinque regole per riconoscere la buona politica”

Cara Comunità di Castelbuono,

ho fatto davvero fatica a seguire il dibattito nuovamente inasprito in questi giorni. Ho cercato, anzi mi sono sforzato, di comprendere il senso e la logica delle disordinate argomentazioni maldestramente espresse, ma non ci sono riuscito.
Io e come tanti abbiamo avuto l’impressione di leggere scritti di studenti impreparati che sono costretti a
copiare, a ricorrere all’aiuto di compagnetti ugualmente scarsi e arrampicarsi sugli specchi per evitare una
bocciatura che inesorabilmente arriverà.
Ricordo che il dibattito è l’humus (il concime, per intenderci) della democrazia, e sottrarsi alla critica per prodursi in confuse e risentite capriole sintattiche sottolinea solo una vacante politica narcisista, autocelebrativa e testarda.

Ma se la politica è sorda, non lo sono i cittadini, che meritano di essere coinvolti prima di tutto con la chiarezza affinché possano dare il loro prezioso contributo alla partecipazione del governo di un Paese.
Per la seconda volta, non mi sottraggo al dibattito ma non tornerò sui dettagli tecnici poiché a fatica sono stati camuffati e arruffati dalla politica dimostratasi incapace di rispondere. Ritengo allora più utile individuare le cinque linee guida che esaltano la buona politica, l’unica davvero all’altezza del confronto con i cittadini e nell’interesse di tutti.

1. Saper pensare
La politica deve saper pensare per avere idee e poterle esprimere, e il pensiero si basa su processi logici. Per chi ha le idee chiare e le sa esprimere, si tratta del gioco più semplice della Settimana Enigmistica che anche i bambini sanno fare: unisci i puntini dei processi logici da uno a cinquanta e vedrai il disegno, l’idea.
Nel dibattito la politica – per esprimere il pensiero – deve stare alle regole del gioco, diversamente avremo solo falsi scarabocchi e nessuna idea, perché chi non vuole, o peggio, non sa neanche contare.

2. Saper scrivere
La scrittura sta alla base della politica per emanare buone leggi, ordinanze e atti amministrativi. Per questo alla politica non serve chi scrive gesticolando.
Winston Churchill scrisse ai suoi ministri un documento, Brevity, ricordando quali chiare caratteristiche gli atti di governo dovevano avere nella guerra appena iniziata. La propaganda di Hitler, invece, la troviamo nel Mein Kampf che è l’esatta e confusa trasposizione del suo teatrale gesticolare che sfoggiava nei suoi pericolosi comizi.
Per le nuove generazioni, Churchill sarà pure meno conosciuto di Hitler, ma vinse il premio Nobel per la Letteratura, salvò l’umanità dalle atrocità del nazismo e tuttavia perse le elezioni dopo la guerra.
E sopravvisse alla Storia con il suo governo, i suoi scritti e senza poltrona.

3. Saper guidare
La politica deve saper guidare uno stato, una regione, un paese ovvero saper coniugare gli interessi pubblici alle esigenze dei cittadini. Saper guidare un Paese non significa saper guidare una macchina (la propria, per intenderci) o un camion.
Chi sa guidare un Paese sarà una sicura fonte di risparmio e di efficienza; saper guidare solo una macchina o un camion ci darà semplicemente un costo in più.

4. Saper scegliere
La politica deve saper scegliere nell’interesse superiore pubblico. Ad esempio, un accorto presidente del consiglio o sindaco, sceglierà come ministro o assessore, per restare nel tema delicato dei rifiuti, un soggetto adatto per caratteristiche e competenze a quel campo, e non un esperto in bar ed enogastronomia.
E ancora, se la politica si esalta per l’apertura dell’ennesimo bar, richiamando addirittura l’attenzione dei governatori regionali, e non si preoccupa dell’inaugurazione di strade, scuole e teatri (e non cammaruni per la ristorazione, per intenderci) allora è segno che le discussioni da bar saranno la voluta conseguenza di una politica entusiasta di rispecchiarsi nei propri interessi.

5. Saper distinguersi
La politica deve saper distinguersi, a questo servono le buone ideologie che proiettano nella realtà una visione del paese piuttosto che un’altra. Per dire, essere comunista significa in Italia – tra le altre cose – tutela dei lavoratori, dell’ambiente e della parità di genere, a partire dalla donna.
Ma se ignoro i lavoratori del comparto rifiuti, taglio alberi indiscriminatamente (in un parco, per far legna, per intenderci) e calpesto le primarie con la prima donna espressa come candidata sindaco dal mio movimento, sarò ancora comunista?
E se mi svesto da comunista per la disperata elezione in Parlamento con un altro vituperato partito, sarò forse solo un voltagabbana a convenienza, ottenendo solo il rosso di rabbia degli ex-compagni e il rossore degli avviliti sostenitori per la mancanza di pudore.

Morale della favola e una dedica

La buona politica preserva i cittadini, quella cattiva accontenta solo gli elettori.
Anche Barabba fu scelto a furor di popolo. Ma quello che faceva i miracoli era l’altro. E fu crocifisso.

A mio Padre, a mio Zio.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.