Gioacchino Biundo racconta la sua campagna in Grecia, durante la II Guerra mondiale

[MADONIELIVE.COM] Gioacchino Biundo è nato a Castelbuono il 18 luglio 1921. Ha partecipato alla II Guerra mondiale nel reparto di Artiglieria. In Grecia fece parte dell’XI^ Armata, ricevette anche una medaglia al Merito riconosciuta dalle segnalazioni del Capitano al Generale. Tuttavia andò persa per i campi di guerra, assieme a tante altre cose, ma non ai ricordi che sono più vivi che mai!

Mi racconta quando è partito per la guerra?

Sono stato chiamato alle armi nel Gennaio del 1941, avevo quasi 20 anni. Partii militare per Vigevano, in provincia di Pavia, nel IX reparto di Artiglieria. Alcuni partimmo da lì per la Grecia e altri per la Jugoslavia. Passammo per Trieste, la frontiera era allora Postumia, all’epoca italiana, ora è Slovena. Attraversammo a piedi la Jugoslavia, allora occupata. Avevamo dei grossi cannoni chiamati 149/35. La parola 145 rappresentava il diametro della bocca da fuoco per 35 volte la lunghezza della bocca da fuoco. 145 mm diametro per 35 centimetri. Un cannone grosso che pesava 60 quintali. Erano stati usati anche durante la prima guerra mondiale. Probabilmente riconobbero che potevano ancora servire sia i cannoni che gli uomini e partimmo per la Jugoslavia.

Quando siamo arrivati in Jugoslavia era già occupata. Allora abbiamo attraversato Lubiana, Belgrado. Siamo passati per la Bulgaria. Lì abbiamo avuto una buona accoglienza. La regina di Bulgaria era la figlia di Vittorio Emanuele III, Giovanna. Quindi come italiani ci fecero una bella accoglienza. Arrivammo in Grecia dalla parte di Salonicco. Nel frattempo altre truppe italiane entrarono in Grecia dall’Albania, incontrando più resistenza. La Jugoslavia cadde entro sei mesi e la Grecia entro 7 mesi. Rimanemmo così in Grecia a presidiare.

Dove eravate esattamente in Grecia?

Eravamo stanziati nell’isola di Eubea collegati al continente con un ponte levatoio come quello di Taranto che si apriva al passaggio delle navi e poi si chiudeva. Piazzammo i cannoni, poiché eravamo in un posto esposto a probabili sbarchi inglesi. Restammo là fino all’8 settembre del 1943. Essendo nel reparto di Artiglieria non eravamo in prima fila esposti, per via dei cannoni grossi che avevamo. La guerra l’ho vista da lontano. Quei cannoni sparavano a distanza di 18 Km in linea d’aria per esempio da Castelbuono a Campofelice. Noi presidiavamo, facevamo perquisizioni nelle case dove le bande di partigiani si rifugiavano. Accampati sotto gli ulivi, facevamo la guardia a turno, circondati di reticolato, le guardie erano un giorno si e uno no. Guardie all’ingresso del caposaldo, guardia ai cannoni, guardia alla postazione delle mitraglie. Verso la fine del ’42 le truppe italiane in Africa cominciarono ad indietreggiare. C’era la preoccupazione che gli inglesi sbarcassero lì. Cosa che non successe. Ci fortificammo con mine anticarro e mine sdapp, fatte con un picchetto fatto con una scatola, tipo coca cola, collegate con un tappo. E se entravano le truppe esplodevano, facendo un macello. Fuori scavammo dei fossi anticarro, larghi 6 metri e profondi 4 metri, coperti da frasche, erbe per seppellire i carri armati senza farli uscire più. Per fortuna non successe nulla perchè sbarco non ce ne fu, fino all’Armistizio.

Dove si trovava alla data dell’Armistizio?

L’8 settembre io mi trovavo in ospedale con la malaria. In Grecia presi la malaria la prima volta e poi ebbi la recidiva e mi mandarono in ospedale. Ogni sera andavamo in una sala convegni a sentire i bollettini di guerra alla radio. Alle 8 di sera puntuale, la radio annunciava che avrebbe parlato il generale Badoglio. Ecco le sue parole: ?Italiani vi comunico che oggi ho dovuto firmare un armistizio con gli alleati.?(si commmuove n.d.r.) Appena sentimmo pronunciare la parola Armistizio fummo presi dall’entusiasmo. Cominciammo a festeggiare e non sentimmo cosa continuò a dire la radio. Ma mentre festeggiavamo arrivò un tenente dall’ospedale a chiedere gridando: ?cos’è questo chiasso? Ognuno al vostro posto. I ricoverati nelle camere! Via? Noi non capivamo. Piuttosto pensavamo: ?ma dovrebbe essere contento che la guerra sia finita?. In quel trambusto non sentimmo più cosa disse la radio. Sgomberammo la sala e andammo a dormire. L’indomani mattina ci adunarono perchè il Colonnello ci volle parlare. ?Miei cari artiglieri ieri sera quando voi avete sentito la parola Armistizio, avete gioito perchè avete pensato che la guerra è finita e ce ne torniamo in Italia. Invece no. Miei cari artiglieri noi non sappiamo quando e se ci andremo in Italia. La guerra continua. Ieri sera ho avuto l’ultimo fonogramma che diceva che dobbiamo rimanere al nostro posto e difenderci contro chiunque. C’è stato l’Armistizio, ma senza condizioni. Noi siamo come un barca in balia delle onde.?

Eravamo isolati. Non c’era collegamento con nessuna parte. Il colonnello disse all’aiutante Maggiore di andare a vedere con la barca cosa succedeva nelle altre isole, con due uomini. Dove eravamo noi non c’erano i tedeschi. Dopo due giorni l’aiutante maggiore di ritorno comunicò che nel nord dell’isola la maggior parte degli italiani era in mano ai tedeschi. Allora dovevamo capire cosa fare perchè se arrivavano i tedeschi ci avrebbero preso con loro. In quel periodo erano successi i fatti di Cefalonia. Da noi arrivarono due soldati scappati da lì e ci raccontarono cosa era successo. Arrivarono anche due partigiani greci e ci invitarono a seguirli perchè ci avrebbero aiutato a raggiungere l’Italia. Allora tutti quelli che erano nelle batterie dei cannoni caricarono i camion per raggiungere le imbarcazioni. Alcuni si sono buttati a mare e perciò cannoni erano poi inservibili.

Cosa successe dopo?

Da qui comincia la nostra tragedia. Passammo dall’altra parte del continente, attraversammo le montagne e un paese di cui non seppi manco il nome. Ci disarmarono dicendoci che loro dovevano combattere contro i tedeschi e a noi avrebbero fatto raggiungere l’Italia. Prima restammo un paio di giorni in un paese che mi ricordava Pollina e poi ci incamminammo per qualche settimana. Mi si ruppero le scarpe e continuammo a camminare scalzi e mal vestiti. Gli indumenti miei erano rimasti nel campo. Avevo solo il pastrano. Dopo una settimana arrivammo in un punto vicino a un bosco e lì ci appostammo. Il paese era Carpinisi. Erano i primi di novembre. Giungevano gli spari delle mitragliatrici. Erano i partigiani contro i tedeschi. Da noi vennero i partigiani di prima mattina a dirci di andare via perchè stavano per arrivare i tedeschi. Ci incamminammo di nuovo per le montagne e dopo una settimana di girovagare arrivammo in un punto in cui una missione inglese forniva i partigiani di armi e di viveri, si accendeva il fuoco, si dava il rangio. Sembrava una buona sistemazione. Gli inglesi erano amici. Eravamo cinquemila tra i italiani, inglesi e greci. C’erano delle case di villeggiatura disabitate e ci sistemammo lì.

Dopo dieci giorni una mattina sentimmo delle cannonate. Caricammo tutto sui muli e partimmo. Arrivammo in un paese. Verso le due del pomeriggio si sentirono spari. Noi ci buttammo in mezzo al bosco e sentivamo mitragliare. Sicuramente ci fu qualche morto, ma noi non potemmo fermarci per saperlo. Nel bosco con noi c’erano i greci sfollati, donne, bambini che piangevano, uomini con roba caricata sulle spalle. Eravamo tutti insieme in mezzo al bosco. La sera ci fermammo lì, accendemmo il fuoco e pioveva pure. Eravamo con qualche tenda, i pastrani. La legna non mancava. L’indomani ci raggiunsero dei civili e ci incamminammo verso un villaggetto in cui ci fermammo e l’indomani i partigiani ci fecero partire per evitare che i tedeschi ci raggiungessero. Arrivammo sulla montagna. Mangiammo. Arrivarono i fascisti italiani a dirci di andare coi tedeschi. Allora un maggiore si mise in mezzo e disse a noi: ?Ragazzi da questo momento ognuno è libero di scegliere cosa fare. Chi vuole andare coi tedeschi vada, chi non vuole andare segua me?. Io seguii il maggiore con altri. Alcuni andarono coi tedeschi, ma in fondo non seppi mai chi andò. Noi cominciammo a camminare per la montagna. Era dicembre, faceva freddo. Ci fermammo e accendemmo un fuoco. Eravamo sparsi per il bosco. L’indomani mattina arrivarono dei civili greci. Io avevo un pastrano che per l’usura si scucì in tre pezzi e io lo conservai. Arrivati nel paese chiesi a una donna un ago per cucirlo. Continuammo a camminare per tre giorni fino a fermarci in un posto dove c’era una scuola per dormire. L’indomani, prima di ripartire, dei partigiani ci dissero che i tedeschi se ne erano andati, invitandoci a tornare indietro. Io ero con due amici: uno di Palermo e un altro calabrese. Io dissi loro che tornare indietro significava trovare freddo e fame e non volevo tornare. Loro erano liberi, ma io non sarei tornato indietro. Insieme decidemmo di incamminarci per avvicinarci al mar Ionio. I miei amici mi seguirono. Cercammo di andare verso i paesi. Io ero l’unico che parlava un po’ il greco. Chiedevo come arrivare ad Alta o a Prevesa(parla ancora e bene il greco n.d.r.) . Si doveva passare il fiume. Mentre cercavamo di passarlo, arrivò un greco e ci disse di non provarci perchè l’acqua era alta e rischiavamo di essere travolti. Allora chiesi se ci fosse un ponte. Ci dissero che era oltre. Intanto incontrammo un tizio che ci propose un lavoro per qualche giorno. Lavorammo e mangiammo. Dopodiché il lavoro finì e continuammo il nostro cammino. Era intanto il natale del 1943. C’era una capanna sulla nostra strada e ci rifugiammo lì, in mezzo al fieno, le punte del frumentone. L’indomani fummo svegliati da una donna che urlava e ci cacciava via. Pioveva e ci incamminammo. Era il 25 dicembre del 1943. Stavamo passando davanti una casa dove c’erano due uomini davanti alla porta. Uno ci invitò ad entrare per asciugarci. Ci fecero mangiare e verso sera, quando smise di piovere, ci disse che non poteva ospitarci ma ci avrebbe portato in un’altra casa dove qualcuno ci avrebbe ospitato per la notte. Ci accompagnò lui stesso a casa di un altro greco che ci fece dormire lì. Ma l’indomani ci disse di andare via verso un paese dove avremmo trovato qualcuno che ci aiutasse. Camminando raggiungemmo il ponte. Durante il cammino il mio amico palermitano stava malissimo. Arrivammo nel paese e incontrammo prima un giovane che ci salutò come italiani e subito dopo un prete ortodosso. Chiesi loro l’ospitalità. Ci ospitarono, ci portarono da mangiare, pane, legna, anche le donne ci vennero a salutare. L’indomani mattina venne un uomo e mi propose di lavorare da lui fino a quando volevo. Io ero felice dissi si all’uomo e cercai di trovare lavoro per i miei amici. Mi portarono il filo e l’ago e cucii il mio vecchio pastrano. Nel frattempo vennero altri a chiedermi se volevo lavorare, ma io dissi che io mi ero già impegnato e che perciò potevano prendere i miei amici. Intanto la sera nevicava. Il palermitano una notte uscì fuori per i bisogni e al rientro cadde a terra lungo. Io accesi il fuoco per farlo riscaldare. Durante la notte mi chiamò più volte, fino a quando entrò in coma e prima del mattino spirò. Fu una notte terribile!(si commuove ancora Gioacchino! n.d.r.) La mattina vennero gli amici greci a portarci da mangiare. Pane, carne per tutti noi. Ma io dissi che uno di noi non c’era più. Mi portarono a casa loro e dopo un po’ insieme andammo a scavare il fosso per il mio amico da seppellire. Prima di sera vennero diversi greci, il prete ortodosso e cantando accompagnammo e seppellimmo il nostro amico morto, dentro il fosso, con l’acqua benedetta nella terra nuda. Il prete gli buttò tre pugni di terra addosso e lo seppellimmo.(grande è la commozione di Gioacchino n.d.r.) I greci ci portarono nella loro casa. Mi dissero in greco di sedermi davanti al fuoco fino all’indomani quando saremmo andati a lavorare e che potevo stare lì quanto volevo(ripete queste parole in greco n.d.r.).

Quanto tempo rimane lì?

Passò l’inverno, senza sapere cosa succedesse in Italia. Venne la primavera, l’estate e io ero diventato uno di loro. Era un villaggio di 50 famiglie, tutti mi volevano bene. Mi davano il latte. C’era pure una ragazza che si era innamorata di me. Anche io lo ero.(ride Gioacchino n.d.r.) Mi chiamavano Jacomo. La ragazza mi diceva: ?Quando ci andiamo in Italia??(lo ripete in greco e si commuove n.d.r.). La signora che mi ospitava mi voleva bene come una madre. In inverno mi scaldava i vestiti sul fuoco, neanche mia mamma lo faceva per me. Dormivamo a terra, su un tappeto di lana. Donne da un lato del camino e uomini dall’altro lato. Era agosto e mi successe una cosa che mi scoraggiò parecchio. Un giorno mentre lavoravo decisi di farmi un bagno, asciugandomi al sole. Mi venne una febbre che pareva non passarmi più. Passarono 40 giorni. Mentre stavo lì i partigiani ci cercarono per chiederci di andare con loro per lavorare nella ricostruzione delle case bruciate dai tedeschi. Io dissi che non potevo perchè stavo male e volevo che il mio amico calabrese restasse con me. Si portarono gli altri due compagni. Lo stesso giorno si presentò un soldato italiano con divisa inglese a chiedere perchè non eravamo andati coi partigiani. Io dissi il perchè e lui mi rassicurò dicendo di avere fatto bene e che presto ci avrebbero rimpatriato. Lui era abruzzese di Pescara. Mi disse pure cosa prendere per la mia malattia e mi portò con lui, in un paese in montagna, dove una famiglia lo ospitava. Nel giro di una settimana io guarii. Passò ottobre e nei primi di novembre, mi propose di andare nel paese dove ero prima per una festa. Io però non volli andare perchè non avevo vestiti buoni. Rimasi lì con la famiglia. Dopo due giorni tornarono i miei amici gioiosi sventolando il foglio di viaggio per essere rimpatriati. Andammo verso Cardiza, dove ci concentrammo. Camminando incontrammo nel bosco uno scheletro umano, circondato dagli stracci della nostra divisa. Il cadavere era stato sbranato dai lupi. Il terzo giorno arrivammo in un paesino dove incontrai vecchi compagni. Fu bello ritrovarsi! Ci scambiammo le notizie sulle nostre disavventure. Mi dissero di quanti morti c’erano stati. Mi portò dal Colonnello. Lo salutai, dissi che ero della IX batteria e mi comunicò che era morto il mio capitano. Ci raccontammo le nostre sofferenze e prendemmo coraggio perchè presto saremmo tornati in Italia.(si commuove ancora n.d.r.)

Ma la sua famiglia aveva notizie di lei?

Nel frattempo la mia famiglia non sapeva nulla di me da giugno del 1943 fino a gennaio del 1945. C’era un po’ di allegria nell’aria. Eravamo tanti. Arrivammo l’indomani a Cardiza. C’era lì un cartello che diceva che chi voleva lavorare nella ferrovia era favorito nel rimpatrio. Io mi iscrissi. Per gli amici miei il numero era chiuso. Lì trovai un maggiore inglese che fece un discorso: ?italiani io vi ho seguito dall ‘8 settembre 43, ho condiviso con voi il freddo e la fame, oggi ho l’onore di riportarvi in Italia. Per ben 8.000 italiani il rimpatrio sarà vicino, non appena ci sarà la nave?. Io andai a lavorare nella ferrovia per ricostruire la linea che era saltata durante la guerra. I tedeschi si erano ritirati appena videro che i russi avanzarono. Lavorammo 10 giorni e poi ci fu una festa in città. Il maggiore inglese organizzò una partita di calcio tra italiani e greci. Ci chiamarono e ci consegnarono una striscetta. Andammo a Volos nel mare Egeo. La striscia diceva che eravamo italiani e non prigionieri e dovevano essere rimpatriati in Italia. Una sorta di passaporto. Andammo verso Volo, un’isoletta. Ci accampammo. Gli inglesi ci disinfettarono dalla testa ai piedi, ci fecero spogliare nudi. Avevamo i pidocchi. Camminavamo avvolti in una coperta di lana, prima di ritrovare i miei vestiti bagnati. Un giorno venne un cappellano italiano e ci chiese di dare notizie dei compagni morti. Io dissi pure della morte del mio compagno, Chiazzese Antonino, palermitano, residente in via Immacolatella Sperone. La sua famiglia aveva una fabbrica di scatolette di conserve, Chiazzese era il loro nome. Dopo due giorni arrivò la nave. Era la vigilia dell’Immacolata del ’45. Partimmo il giorno dell’Immacolata. Ma per tre giorni navigammo prima di arrivare a Taranto nel campo di concentramento, dove c’erano prigionieri tedeschi. Siamo stati lì 15 giorni poi andammo a Trani e poi ad Orvieto. Lì ci hanno fatto vestire e per un mese abbiamo fatto la pacchia. Ci portarono in una caserma. Ci diedero finalmente la licenza e da Orvieto arrivai a casa il 18 febbraio del 1945. Arrivammo a Messina di sera e treni per Palermo non ce ne erano. Dormimmo lì. Ci vollero due giorni per arrivare a Castelbuono. Il cammino verso casa fu emozionante. Io vivevo in un vicolo vicino al municipio, la discesa che va verso il Salvatore. Incontrai una ragazza che mi riconobbe e chiamò i miei genitori(si commuove Gioacchino n.d.r.) e fu una grande gioia.

Nel dicembre del 1945 mi presentai al distretto militare. Mi fecero un interrogatorio e mi diedero 10.500 lire.

Mirella Mascellino

L’intervista è stata raccolta con la collaborazione di Marienza Mazzola, il 26 giugno 2011.

Un grazie ad Antonio Aronadio, senza il quale non avrei mai conosciuto Gioacchino Biundo. Un grazie immenso a Gioacchino Biundo per il grande dono che mi ha fatto col suo racconto!