Gioacchino Failla, giovane castelbuonese alla corte di madame Marie Curie, “uomo copertina” nel ’55 “Life”

di Antonio Fiasconaro

[ILSITODIPALERMO] Era nato a Castelbuono il 19 luglio 1891 e vi abitò fino all’età di 15 anni prima di emigrare negli Stati Uniti. Dopo la laurea in Ingegneria elettronica alla Columbia University di New York conseguì anche quella di Scienze Fisiche alla Sorbona di Parigi. E’ considerato uno dei pionieri della biofisica e della radiobiologia
Parigi, martedì 11 dicembre 1923. Fa molto freddo.La pioggia della notte ha lasciato dei riflessi lungo le strade lastricate. Alla Sorbona è un giorno davvero speciale. Al primo piano dell’edificio che fa angolo tra rue des Ercoles, rue Saint Jacques e rue Cujas, in fondo ad una aula sono seduti tre grandi studiosi: Maria Sklodowska, più nota come madame Marie Curie, chimica e fisica polacca, premio Nobel per la fisica nel 1903 e per la chimica nel 1911; Andrè Louise Debierne, chimico francese e scopritore dell’attimo nel 1899; Jean Baptiste Perrin, professore di chimica-fisica che tre anni più tardi conseguirà il premio Nobel per la fisica.

 

Parigi, martedì 11 dicembre 1923. Fa molto freddo.La pioggia della notte ha lasciato dei riflessi lungo le strade lastricate. Alla Sorbona è un giorno davvero speciale. Al primo piano dell’edificio che fa angolo tra rue des Ercoles, rue Saint Jacques e rue Cujas, in fondo ad una aula sono seduti tre grandi studiosi: Maria Sklodowska, più nota come madame Marie Curie, chimica e fisica polacca, premio Nobel per la fisica nel 1903 e per la chimica nel 1911; Andrè Louise Debierne, chimico francese e scopritore dell’attimo nel 1899; Jean Baptiste Perrin, professore di chimica-fisica che tre anni più tardi conseguirà il premio Nobel per la fisica.

Davanti a questa speciale commissione siede il trentaduenne Gioacchino Failla, nato a Castelbuono il 19 luglio 1891 ed emigrato a soli 15 anni a New York, dove risiede. Il siciliano conserva già in tasca una laurea in Ingegneria elettronica conseguita nel giugno 1915 alla Columbia University ma non si sente del tutto gratificato. Testardamente vuole portare a casa anche il “dottorato” in Scienze Fisiche che, da lì a qualche anno, sarà fondamentale per la sua brillante carriera. Ben rasato, di media statura con occhi marrone scuro e capelli scuri e ricci, indossa un abito grigio, camicia rigorosamente bianca chiusa al collo con un bel papillon colorato, sorride ed è pronto a discutere una “doppia tesi” sull’assorbimento sull’applicazione al dosaggio in radioterapia.

 

L’AMICIZIA CON MADAME MARIE CURIE – Gioacchino Failla, in occasione della Prima Guerra Mondiale venne assegnato, all’Ambasciata americana a Roma, con la qualifica di assistente scientifico. Finito il conflitto tornò a casa, passando però prima da Parigi dove ebbe l’occasione di visitare l’Istituto del Radio. Conobbe madame Curie e il suo socio Andrè Louise Debierne che avevano ripreso il loro lavoro di ricerca. Entrambi lo incoraggiarono a ritornare, così come racconta il prof. Juan Del Regato (uno dei medici più venerati nella storia della radioterapia americana), per conseguire un dottorato all’Università di Parigi.

 

Questo passo Failla lo compì qualche anno più tardi, nel 1922. Failla e madame Curie: un rapporto di collaborazione che era nato nel 1922 quando il catelbuonese si concesse un anno sabbatico dal Memorial Hospital di New York, città dove era approdato nell’autunno del 1915 accettando un lavoro part-time di aiuto tecnico nell’impianto del radio, che proprio in quegli anni veniva utilizzato. A raccomandarlo fu il prof. George Baxton Pegram, che insegnava alla Columbia University matematica, fisica sperimentale e radioattività e che fu suo docente.

 

Facciamo un passo indietro nel tempo. Siamo nel il 1916 e il giovane Gioacchino, che negli States si fa chiamare Gino, ottiene la cittadinanza americana a 25 anni. Un anno dopo, nel 1917 scrisse un trattato «La terapia del radio nel cancro», con l’urologo del Memorial Hospital Benj Stockwell Barringer e con il chirurgo dello stesso ospedale H. Harrington Janeway. Nelle prime 50 pagine Failla trattava della didattica della fisica della radioattività.

 

LAUREA IN INGEGNERIA ELETTRONICA – Nel 1911 Gioacchino Failla ha 20 anni e, dopo la maturità conseguita alla scuola di scienze, riesce a vincere una delle 12 borse di studio riservate agli studenti più meritevoli delle scuole pubbliche di Manhattan: 250 dollari l’anno per cinque anni. Mentre gli altri 11 fortunati «borsisti» si iscrivono presso il College di New York, il giovane Gino, invece, vuole andare ben oltre. Si iscrive in Ingegneria alla Columbia University. Eccelle in matematica, fisica, disegno, metallurgia, arti meccaniche. Sufficientemente bene in altre materie, tranne che in educazione fisica. Si laurea quattro anni dopo, bruciando tutte le tappe con un anno di anticipo sul ruolino di marcia, nel giugno 1915.

 

LA SCUOLA SUPERIORE DI SCIENZE – E’ quella di Stuyvesant, dove Gioacchino Failla si iscrive nel 1908, quando ha 17 anni. Alla fine del primo anno gli viene permesso di sostenere gli esami delle materie del secondo anno che supera brillantemente. Bravissimo in algebra, carpenteria, tedesco, francese, fisiologia e disegno. In quel periodo vive con la madre nella 33ª strada, al numero civico 350. Il suo percorso scolastico si conclude superando brillantemente altre materie come la trigonometria, la fisica e la lavorazione del metallo. Meno bravo, invece, in storia inglese ed americana.

 

Consegue la maturità nel 1911, all’età di 20 anni. Gioacchino Failla arriva a New York nell’estate del 1906, a 15 anni. Conosce l’italiano, il siciliano, il castelbuonese. Il primo suo compito dopo avere toccato la terra della «Grande Mela» è quello di mettersi sullo stesso piano dei suoi coetanei americani, cioè di imparare l’inglese che non conosce e che deve sapere alla perfezione per poter andare avanti nella sua permanenza in questa terra assai lontana rispetto a Castelbuono.

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faillaDa personaggio sconosciuto a Castelbuono ed Italia a scienziato affermato negli Stati Uniti. Com’è strana la vita. E dire che Gioacchino Failla non ha mai dimenticato le sue origini. Per anni intraprese una fitta corrispondenza epistolare con la cugina Sofia Rosa, figlia dello zio Luigi Failla Tedaldi. Poi il tempo, la lontananza…

 

Eppure lo scienziato castelbuonese ha lasciato un importante ?testamento?: milioni di lavoratori di molte generazioni che oggi sono a stretto contatto con le radiazioni molto al suo lavoro sulla protezione dalle radiazioni. E la fisica sanitaria ebbe un ruolo predominante per i suoi studi, per le sue sperimentazioni.

 

Il termine “fisica sanitaria” nacque nel laboratorio metallurgico dell’Università di Chicago per designare, come racconta il prof. Juan Angel del Regato (1909-1999), “quei fisici coinvolti nella misurazione delle radiazioni, per salvaguardare chi lavorava con esse e per distinguere queste persone dai fisici teorici o quelli che avevano a che fare con altri aspetti della scienza fisica”.

 

Failla adoperò questo termine per la prima volta all’inizio degli anni ’40 del Novecento e grazie a lui nel 1956 fu fondata una Società di Fisica Sanitaria. A tal proposito bisogna ricordare quanto ebbe a dire Walter  Stephen Snyder (1909-1977): “Il prof. Failla fu certamente uno dei primi e dei più grandi fisici sanitari del tempo”.

 

Uno studioso assai ricercato non solo negli States ma in tutto il mondo accademico. Fu consulente, tra l’altro dei Servizi di Salute Pubblica e dell’Amministrazione dei Veterani. Parecchie istituzioni del tempo, soprattutto quelle coinvolte nella ricerca atomica, lo ricercavano per la sua esperienza nella protezione dalle radiazioni.

Fu consulente, tra l’altro, anche dei Laboratori Nazionali di Argonne, di Los Alamos e del progetto di propulsione nucleare del motore degli aerei. Interessante anche il suo lavoro portato a termine nel 1957 insieme alla moglie Pat sull’invecchiamento, studio iniziato tra il 1950 e il 1953. Postulò, così come racconta ancora il prof. del Regato che “sebbene l’esposizione giornaliera alle radiazioni potesse essere ridotta, l’accumulo totale delle esposizioni era molto importante e, sebbene il recupero fosse maggiore di un danno irreversibile, era vero l’inverso per ionizzazioni altamente specifiche come quella delle particelle alfa e dei neutroni, che producono danni ai cromosomi e mutazioni genetiche. Teorizzò inoltre che se il processo di invecchiamento è dovuto all’accumulo di cellule mutate per vari motivi – caldo, malattie infantili, ereditarietà – in tutti i tessuti del corpo, allora l’esposizione alle radiazioni ionizzanti altera semplicemente il tasso di mutazione e accelera il processo d’invecchiamento”.

Altro suo studio fu quello sulla fisiopatologia dei tumori maligni e la loro sensibilità al radio. Ricerche iniziate fin dal 1937 con la collaborazione di K. Sugiura (1892-1974) che si occupò del lavoro preliminare irradiando il sarcoma 480 in vitro e una volta impiantato in vivo. Il prof. Failla notò che le cellule di tumore irradiato spesso prima di morire si gonfiavano. Ne dedusse che ciò era causato da un’alterazione della pressione osmotica, dovuta probabilmente alla inonizzazione che colpiva la membrana cellulare. E non ultimo creò anche un’unità per contenere 4 gm di radio che fu chiamata “pack”. Aveva un meccanismo di «spegnimento» per proteggere il personale e le risorse potevano essere usate a 8-10 centimetri di distanza.

Failla non finì di sorprendere. L’1 febbraio 1955 la prestigiosa rivista di foto-giornalismo ?Life? gli dedicò la copertina (nella foto). Per la prima volta un italiano, un siciliano, in questo caso un castelbuonese, conquistava la prima pagina immortalando lo scienziato davanti ad un microscopio nel suo laboratorio e dedicandogli due pagine di un ampio servizio. Failla aveva 65 anni ed era nel pieno della sua attività scientifica.

Cinque anni più tardi, nel 1960 divenne professore emerito di Radiologia e decise di lasciare la sua casa di New York per trasferirsi con la moglie Pat a Chicago, allontanandosi dalle due figlie Marie Luise che si laureò in Biologia e lavorò per anni al Museo di Storia Naturale di New York ed Evelyn che gli diedero anche cinque nipoti. La morte arrivò la sera del 15 dicembre 1961 sulla strada ghiacciata Downers Grove. Era a bordo della sua auto con il suo allievo John E. Rose che rimase gravemente ferito, lui invece morì sul colpo. Alla sua memoria ancora oggi si celebra ogni anno un premio scientifico. (2. fine)