“H2€: Si salvaguardi chi può”

Analisi, processi, rischi, contraddizioni e scenari futuri sulla gestione dell’acqua nella provincia di Palermo

Dopo “Una spremuta di acqua intelligente“, una nuova inchiesta di Gianpiero Caldarella – con la collaborazione di Pino Di Gesaro – sempre sul tema “H2O”, ma con un zoom più ampio e che induce a riflettere sulle scelte pubbliche circa la modalità di gestione futura della risorsa idrica. Perché non contano solo i contatori…

Nulla sarà più come prima nella gestione dell’acqua. Molti comuni della provincia di Palermo ben presto cederanno il servizio idrico al gestore unico, cioè all’AMAP. Abbiamo cercato di capire il perché e se questo sia un bene. Altri comuni, che hanno ottenuto il regime di salvaguardia, continueranno a gestire in autonomia il servizio idrico. Anche lì la nostra inchiesta, che ripercorre qualche anno di storia, ha cercato di capire come si è arrivati a questo risultato, con quale percorso e quali contraddizioni. Un’inchiesta che nasce sulle Madonie e che proprio su questo territorio concentra il suo focus, non omettendo di fare incursioni su situazioni che riguardano altri comuni della Provincia. Un percorso che inizia con la pubblicazione a metà giugno del 2021 (su scomunicazione.wordpress.com e su castelbuono.org) di quello che si potrebbe definire il sequel di quest’inchiesta. Il titolo era Una spremuta di acqua intelligente e lì si raccontava della scelta di ben 11 comuni madoniti che decidevano di dotarsi di contatori dell’acqua intelligenti. Una vicenda non slegata da quella che andremo ora a raccontare, anzi, era solo l’ultimo tassello di un puzzle che si compone a partire dal riconoscimento del regime di salvaguardia.

IL REGIME DI SALVAGUARDIA: COS’È E COME SI OTTIENE

Prima di ogni cosa mettiamoci d’accordo sul significato delle parole. Cos’è questo regime di salvaguardia per i non addetti ai lavori? I comuni che lo hanno ottenuto hanno sbandierato questo risultato come se avessero raggiunto la terra promessa, o forse sarebbe meglio dire l’acqua promessa, e forse non hanno tutti i torti. Perché il regime di salvaguardia è un’eccezione, una sorta di riconoscimento di qualità che consente ai singoli comuni di continuare a gestire il servizio idrico. Un riconoscimento che va salvaguardato, cioè protetto.

Protetto da chi o da cosa vi chiederete, ma è anche importante sapere chi è che assegna questo riconoscimento e sulla base di quali criteri

E allora cominciamo col dire che la regola generale impone che il Servizio Idrico Integrato (SII) sia organizzato sulla base degli Ambiti Territoriali Ottimali (ATO), che al minimo devono essere grandi quanto il territorio della provincia. La nostra inchiesta pone dunque il focus sull’ATO di Palermo, in cui risiedono circa 1.250.000 cittadini.

L’organo di governo dell’ATO è l’Assemblea Territoriale Idrica (ATI), della quale fanno parte tutti i sindaci degli 82 comuni della Provincia di Palermo. Costituita nel marzo 2016, l’ATI Palermo è attualmente presieduta dal sindaco Leoluca Orlando

L’ATI è uno dei protagonisti chiave di questa storia, tenetelo bene a mente.

L’home page del sito dell’Ati Palermo

Veniamo quindi alla regola generale: per ogni provincia, cioè per ogni ATO, ci dovrebbe essere un unico soggetto a gestire il servizio idrico integrato e l’ATI Palermo con la deliberazione n.10 del 20 settembre 2018 ha riconosciuto questo ruolo all’AMAP spa (Azienda Municipalizzata Acquedotto Palermo). I comuni attualmente gestiti dall’AMAP sono 35 con una popolazione di circa 920mila abitanti, tutti quanti i comuni partecipano al capitale sociale del gestore unico, hanno aderito con deliberazioni dei vari consigli comunali ed affidato la gestione del servizio idrico ad AMAP fino al 31 dicembre 2045

L’AMAP spa è una società interamente pubblica, cosa che va specificata per sgomberare il campo da equivoci rispetto al rischio di privatizzazione con la cessione del servizio idrico da parte dei comuni.

Bene, adesso abbiamo anche il nome del secondo protagonista di questa storia, cioè l’AMAP spa, che però resterà sempre sullo sfondo, come un fantasma minaccioso per le preziose sorgenti di casa nostra, evocato a più riprese da diversi sindaci o amministratori che hanno richiesto il regime di salvaguardia. E in effetti l’AMAP non è proprio quello che si potrebbe definire un modello di gestione e organizzazione svizzero, ma a differenza di ciò che accade in altre province della Sicilia è pur sempre un soggetto pubblico e in ogni caso, al di là delle più che lecite preoccupazioni, ci sono delle condizioni precise e stringenti affinché i comuni possano continuare a gestire il servizio idrico senza doverlo cedere al gestore unico individuato dall’ATI.

L’home page del sito dell’Amap

Queste condizioni sono dettate dall’art. 147, comma 2 bis del decreto legislativo 152 del 2006, aggiornato nel 2015. Secondo quanto stabilisce la legge, hanno diritto ad ottenere il regime di salvaguardia solo due tipi di comuni, che in ogni caso al momento della richiesta devono gestire il servizio idrico autonomamente. 

Il primo tipo riguarda i comuni montani con popolazione fino a 1000 abitanti. Qui non si richiedono particolari condizioni ed a trovarsi in questa condizione nell’ATO Palermo sono solo i comuni di Gratteri, Scillato e Sclafani Bagni.

Il secondo tipo di comuni che può invece richiedere il regime di salvaguardia non ha dei limiti rispetto al numero degli abitanti, ma deve presentare contestualmente le seguenti caratteristiche: approvvigionamento idrico da fonti qualitativamente pregiate; sorgenti ricadenti in parchi naturali o aree naturali protette ovvero in siti individuati come beni paesaggistici ai sensi del codice dei beni culturali e del paesaggio; utilizzo efficiente della risorsa e tutela del corpo idrico”. 

A dover certificare la presenza di queste caratteristiche è l’ATI che il 22 novembre 2017 -nel caso di Palermo- ha avviato l’istruttoria tramite la Struttura Tecnica Amministrativa (STA), che ha organizzato tavoli tecnici con i singoli Comuni, preparato schede e questionari per conoscere le situazioni dei singoli acquedotti ed il 12 aprile 2019 ha presentato all’assemblea dei sindaci un primo risultato di questa verifica.

Come spesso accade in Italia è stato concesso ai comuni dell’altro tempo per integrare la documentazione e così il secondo risultato di questa ricognizione è stato reso noto l’11 ottobre 2019, ed infine è stata concessa ai comuni un’altra proroga al 31 marzo 2020 per integrare la documentazione. Si arriva così al maggio 2020, quando l’ATI Palermo pubblica un lungo documento di 62 pagine dove vengono prese in esame le caratteristiche di ben 47 comuni, cioè gli 82 complessivi della provincia meno i 35 che aderiscono già al gestore unico, cioè all’AMAP.

Fermiamoci un attimo prima di esaminare i risultati di questa istruttoria per fare il focus sul territorio delle Madonie.

I COMUNI DELLE MADONIE E IL SUPPORTO TECNICO RICHIESTO A SOSVIMA

Succede che tra il 9 gennaio e il 28 febbraio 2020 ben otto comuni delle Madonie decidono di richiedere a Sosvima spa (Società di Sviluppo delle Madonie che abbiamo già incontrato nella prima parte dell’inchiesta relativa ai contatori intelligenti) il “supporto tecnico necessario per mantenere il regime di salvaguardia del Servizio Idrico Integrato”

I comuni in questione sono quelli di Caltavuturo, Castelbuono, Geraci Siculo, Isnello, Petralia Soprana, Petralia Sottana, Scillato e Sclafani Bagni. Anche in questo caso lo fanno con delle delibere di giunta, ad eccezione di Petralia Soprana, l’ultimo dei comuni a richiedere il supporto tecnico, stavolta con una delibera di consiglio comunale, del 28 febbraio 2020.

Molte di queste delibere sono praticamente identiche nella forma, tanto che se esistesse una legge sul copyright sugli atti amministrativi non si avrebbe molta difficoltà a parlare di plagio.

Ma veniamo al sodo. Il supporto tecnico richiesto non è a gratis, ma ha un costo di due euro ad abitante per ogni comune. Dato che l’importo è stato calcolato sui residenti al 31 dicembre 2019, le cifre di cui parlano le delibere variano dai 794 euro di Sclafani Bagni ai 16.898 euro per Castelbuono

Su otto comuni parliamo di una popolazione residente di poco più di 22mila abitanti, per un importo complessivo che sfiora i 45mila euro, non certo un’esagerazione visto l’ambizioso obiettivo. 

Alessandro Ficile, amministratore unico di Sosvima

Ma cosa dovrà fare Sosvima per questi comuni? Dalle delibere di giunta si legge che si occuperà di tre aspetti. Il primo è la “consulenza tecnico-normativo per la valutazione di conformità e di ottimizzazione della forma autonoma di gestione del servizio idrico integrato”. Il secondo è il “supporto tecnico-specialistico per la ricognizione e verifica delle caratteristiche tecniche di reti e impianti e dei requisiti operativi del servizio, mediante la raccolta di dati e informazioni secondo i criteri precisati dalla circolare MinAmbiente del 18/04/16, con particolare riferimento agli aspetti di salvaguardia delle risorse idriche e tutela ambientale dei corpi idrici”. Il terzo è “l’assistenza regolatoria sugli aspetti tariffari da raccogliere secondo le logiche del metodo tariffario ARERA”.

Che si tratti delle delibere di Scillato o Castelbuono, le parole utilizzate sono le stesse, eppure noi sappiamo già che esiste una differenza tra i comuni montani con meno di mille abitanti e gli altri.

Un altro aspetto da evidenziare è che nelle delibere è chiarito che Sosvima spa “potrà prestare il supporto richiesto sia mediante collaboratori interni che mediante affidamento di servizi all’esterno. Ma come nasce questa richiesta di supporto condivisa da ben otto comuni? Nella delibera di giunta del comune di Castelbuono (n.5 del 15 gennaio 2020), ma non solo, si legge che “i sindaci o loro delegati dei Comuni di Caltavuturo, Castelbuono, Geraci Siculo, Isnello, Petralia Soprana, Petralia Sottana, Pollina, Scillato e Sclafani Bagni si sono riuniti presso la sede di SO.SVI.MA. S.p.A. in data 10 dicembre 2019 ed hanno deciso di richiedere all’Agenzia di Sviluppo Locale il supporto tecnico necessario ad ottenere il “regime di salvaguardia” nella gestione del servizio idrico integrato”

Sempre a proposito della genesi di questa richiesta di supporto tecnico, arriviamo a questo punto alla determina di Sosvima spa dell’1 aprile 2020 (determina amministratore unico n.13 del 2020), avente per oggetto: “Fornitura di servizi tecnici per l’organizzazione del Servizi Idrico Integrato in forma autonoma nei confronti di 8 comuni soci –Liquidazione alla Giglio Srl della Fatt. n.22 del 31.03.2020”. Lì si legge che “il comune di Castelbuono, quale comune capofila provvisorio di un’iniziativa di possibile collaborazione tra comuni, ha chiesto al Prestatore di Servizi un’offerta di fornitura di servizi tecnico-normativi per l’organizzazione di attività comuni del servizio” e che “a seguito dei colloqui intercorsi con il sindaco del Comune di Castelbuono (PA) e dell’incontro con alcuni dei Comuni che hanno aderito al regime di salvaguardia presso la Sala Consiliare del 03/09/19, è stata concordata l’esigenza della fornitura di servizi specialistici in forma associata per il “regime di salvaguardia delle risorse idriche”, sulla base delle adesioni preliminari raccolte dai comuni intervenuti o comunque interessati e in possesso dei requisiti previsti dalla lett. b) co. 2 -bis) dell’art. 147 del dlgs 152/06, per il carattere innovativo del tema e la maggiore efficacia, migliore efficienza e l’effettiva economicità di un’attività comune”

Mario Cicero, sindaco di Castelbuono

Da queste poche righe emerge un ruolo attivo e speciale del comune di Castelbuono, quasi un primus inter pares, al cospetto degli altri sette comuni aderenti. Cosa tra l’altro ribadita con orgoglio dallo stesso sindaco di Castelbuono, Mario Cicero, in un comizio tenutosi nella piazza principale del paese la sera di domenica 27 giugno 2021.

Ma continuando a leggere la determina, la cosa forse più importante è il richiamo al disciplinare di incarico del 25 febbraio 2020 con il quale si affida alla Giglio Srl con sede a Menfi la“fornitura di servizi tecnico-normativi per l’organizzazione del servizio idrico integrato in forma autonoma” per un importo complessivo di 35mila euro più iva e allo stesso tempo si determina di “procedere alla liquidazione della fattura della Giglio Srl n. 22 dell’01.04.2020 avente un importo di €. 8.784,00 I.V.A. compresa”. Quindi, come in qualche modo previsto nelle delibere dei singoli comuni, la Sosvima si è affidata all’esterno per garantire il supporto tecnico. E del resto non si può dire che si tratti di un’azienda che non conosce il territorio, in quanto il titolare siede anche al vertice della C.A.D.A. snc (Chimica Applicata Depurazione Acque) di Filippo Giglio e C.,che per tanti anni si è occupata di molti impianti di depurazione dei comuni del comprensorio. L’importo complessivo di questo incarico sfiora i 41 mila euro iva compresa e quindi si avvicina molto ai circa 44 mila euro raccolti dai singoli comuni.

È bene a questo punto prestare attenzione alle date, il 31 marzo 2020, data della fattura della Giglio indicata in oggetto è la stessa data fissata dall’ATI come ultimo giorno utile ai Comuni per presentare la documentazione integrativa per il riconoscimento del regime di salvaguardia. A quanto ne sappiamo, la relazione finale della STA dell’ATI arriverà a maggio, quindi questa prima tranche viene pagata nell’attesa di sapere come è andata agli otto comuni interessati.

In più noi sappiamo che il disciplinare di incarico alla Giglio srl è del 25 febbraio 2020, a poco di un mese dalla scadenza fissata dall’ATI, ma a quella data il comune di Petralia Soprana non aveva ancora richiesto formalmente il supporto tecnico, cosa che avverrà con una delibera di consiglio comunale del 28 febbraio e per quanto riguarda il comune di Petralia Sottana, la delibera di adesione alla richiesta di supporto tecnico non è citata nella determina di Sosvima e noi non ne abbiamo riscontrato traccia, ma certamente esisterà.

Alcuni di voi si chiederanno come mai è stato fissato il criterio dei due euro per abitante per determinare l’importo del supporto tecnico. Certamente si tratterà di un importo congruo visto che la cifra si avvicina a quanto dovuto alla Giglio srl, ma è bene sapere che i comuni soci di Sosvima per essere tali pagano una quota di associazione di 3,50 euro per abitante. Del resto si tratta di un’agenzia di sviluppo molto attiva e certamente in grado di risolvere molti problemi ai comuni, ma il numero degli abitanti non viene calcolato sempre allo stesso modo. Sappiamo ad esempio che il comune di Isnello con la nota del Servizio Affari Generali e legali n.71 del 2 aprile 2021 ha provveduto a liquidare alla Sosvima la somma di 2.880 euro per il supporto tecnico fornito per l’ottenimento del regime di salvaguardia. Somma che sappiamo essere pari a due euro per abitante residente al 31 dicembre 2019. Lo stesso comune di Isnello per il pagamento della quota di servizio per l’anno 2021 alla Sosvima (Servizio Aa. gg. E legali n.59 del 12 marzo 2021) impegna la somma di 6.730,50 euro, pari a 3,50 euro ad abitante, ma se facciamo una divisione, comprendiamo che gli abitanti su cui si effettua il calcolo sono 1923 e non 1440.

Un discorso analogo vale per gli altri comuni soci di Sosvima che pagano le quote annuali in base al censimento del 2001. Un altro esempio è quello di Sclafani Bagni che paga 794 euro per il supporto tecnico, considerando due euro per 397 abitanti e 1771 euro come quota per il 2021, considerando 3,50 euro per 506 abitanti. Secondo quanto riportato sul sito della Sosvima, questa decisione di fermare le lancette dell’orologio è stata “determinata dall’Assemblea dei soci in data 27/04/2009”. Sicuramente tutto questo sarà legale, certo è un po’ singolare che, alla luce dello spopolamento subito dal territorio madonita nel suo complesso, per supportare lo sviluppo in pratica i comuni debbano pagare anche per i morti o gli emigrati. In fondo, basterebbe aggiornare di anno in anno il numero dei residenti e nel caso stabilire una cifra congrua, evitando questa macabra forma di ragioneria che conteggia tra gli abitanti anche coloro che non sono più tra i vivi da decenni. 

In più c’è da dire che all’inizio del 2020 l’Unione dei Comuni delle Madonie ha acquisito la quota azionaria detenuta prima dall’Ente Parco delle Madonie (190 azioni pari al 14,50% del totale per un valore di 19.380 euro). Nell’accogliere questa notizia, il capogruppo dell’opposizione in consiglio comunale di Castellana Sicula, Angelo Pizzuto, ha dichiarato: “L’Unione dei Comuni altro non è che un collegamento di enti locali che già, in gran parte, sono soci in Sosvima. Castellana Sicula ad esempio paga già una quota di circa 14 mila euro l’anno ed ora, attraverso l’Unione dei Comuni, dovrà far fronte ad una ulteriore aliquota annuale, con aggravio di costi per i contribuenti, per beneficiare dello stesso identico servizio. Un’assurdità contabile ed amministrativa”.

I SALVAGUARDATI, I SALVAGUARDABILI E I BOCCIATI

Ma torniamo all’iter dei nostri comuni. A maggio arriva la relazione conclusiva dell’ATI. Tutti i comuni supportati da Sosvima vengono “promossi”. Andiamo a vedere il quadro generale. Sono 47 i comuni inseriti in questa relazione. Tra questi ve ne sono dieci che decidono spontaneamente, tramite delibere di consiglio comunale, di cedere la gestione del servizio idrico al gestore unico d’ambito, cioè all’Amap. I comuni in questione sono: Bagheria, Baucina, Cefalù, Cerda, Ciminna, Giuliana, Mezzojuso, Roccapalumba, Ventimiglia di Sicilia e Vicari. A questo punto ne rimangono altri 37 che dobbiamo distinguere in tre categorie: i “salvaguardati”, i “salvaguardabili” e i “bocciati”.

I salvaguardati sono Gratteri, Scillato e Sclafani Bagni, cioè i comuni con meno di mille abitanti che, scrive l’ATI, “possono mantenere l’attuale gestione del Servizio Idrico Integrato in forma diretta ed autonoma, senza bisogno che sia condotta alcuna verifica”, ma che tuttavia dovranno “conformarsi a tutte le direttive ARERA sulla materia in questione”.

Poi ci sono i salvaguardabili che in questa “tornata” sono ben 14 e cioè: Caltavuturo, Castelbuono, Collesano, Gangi, Geraci Siculo, Isnello, Montelepre, Palazzo Adriano, Petralia Soprana, Petralia Sottana, Polizzi Generosa, Pollina, Prizzi e Roccamena

Tabella riassuntiva sui comuni della Provincia in merito  alla titolarità della gestione del servizio idrico integrato 

Le schede relative a queste comuni sono naturalmente più lunghe ed evidenziano gli avanzamenti fatti nell’istruttoria e le criticità relative ad ogni singolo comune ma alla fine si chiudono con la medesima formula: “può essere concesso un periodo di salvaguardia tale da consentire al Comune di allinearsi agli standard di gestione previsti, durante il quale dovranno essere condotte le opportune verifiche volte ad accertare il raggiungimento di detto obiettivo e quindi poter eventualmente confermare la salvaguardia”.

Inoltre, si dice che il tutto si può fare “a condizione che vengano superate positivamente le verifiche annuali di cui all’art.31.9 dell’allegato A alla deliberazione 580/2019, pena la revoca della salvaguardia”

Infine c’è il gruppo dei venti comuni “bocciati”, da Altofonte a Villafrati, e per ognuno di essi l’istruttoria si conclude con questa formula: “la richiesta di salvaguardia della gestione non può essere accolta e quindi la gestione del servizio idrico integrato in esame dovrà confluire in quella unitaria d’ambito”. Ma non solo, perché si scrive anche che questi comuni dovranno anche “adottare specifico atto deliberativo del consiglio comunale, pena il commissariamento”.

Naturalmente non tutto è perduto per questi comuni perché il 25 giugno 2020 si riunisce ancora una volta l’ATI, composta dai sindaci -o loro delegati- della provincia presso il Noviziato dei Crociferi di Palermo. Dalla deliberazione che ne seguirà, ben altri sei comuni vengono “promossi” ed entrano a far parte dei “salvaguardabili”. Si tratta di Campofelice di Roccella, Contessa Entellina, Giardinello e Misilmeri più altri due comuni, cioè Castronovo di Sicilia e Villafrati, le cui richieste di salvaguardia vengono accettate, ma subordinandole al parere positivo del Ministero (MATTM). Cosa è successo nel frattempo? 

Intanto ricordiamo l’iter per ottenere la salvaguardia: i comuni trasmettono le informazioni all’ATI, la Struttura tecnica Amministrativa fa la sua istruttoria e da le sue valutazioni, il consiglio direttivo dell’ATI prende atto di queste valutazioni e le sottopone all’assemblea dei sindaci dell’ATI che dovrà esaminare ed approvare il tutto. 

Nel frattempo succede che i sei comuni sopracitati, meno Castronovo di Sicilia più Termini Imerese, fanno pervenire all’ATI nuova documentazione. Queste note vengono assunte al protocollo dell’ATI, citate in delibera, immaginiamo anche valutate dalla STA e diventano oggetto di discussione. Ancora una volta tutti promossi, tranne Termini Imerese. In più c’è il caso di Castronovo di Sicilia che produce nuova documentazione direttamente in assemblea che delibera dopo aver “udito i rappresentanti dei Comuni”. Non riusciamo bene a capire, perché nella delibera non se ne trova traccia, se la STA ha fatto una valutazione “espressa” sulla documentazione prodotta in aula o se le competenze dei sindaci sono state sufficienti a valutare il quadro.

A questo punto le richieste di salvaguardia non accolte rimangono solo 14, dato che in qualche modo dovrebbe ridimensionare i trionfalismi di certi sindaci che hanno sbandierato questo risultato come se fossero saliti sul podio delle olimpiadi. 

La sensazione è che le maglie per ottenere il regime di salvaguardia si siano allargate in corso d’opera, ma certo non sta a noi che non abbiamo le competenze dirlo. Al più possiamo riportare quanto scritto sulla valutazione conclusiva dell’ATI di maggio 2020 per quello che riguarda alcuni comuni. Prendiamo il caso di Campofelice di Roccella. Solo un paio di mesi prima della concessione della salvaguardabilità l’ATI scriveva che “pur prendendo atto del lodevole sforzo del Comune nell’adozione di plurime iniziative volte a superare le criticità gestionali sopra descritte, resta comunque oggettivamente desumibile, dall’esame della Scheda ricognitiva dei dati di gestione del SII 2019 trasmessa, che solo il 50% della risorsa idrica impiegata proviene da fonte di pregio, poiché il restante 50% viene distribuito agli utenti che occupano la fascia costiera, tramite l’acquedotto alimentato dalla Sorgente Presidiana, la cui acqua immessa, notoriamente, non è potabile. Tale situazione è sufficiente da sola, per considerare inaccoglibile la richiesta del Comune volta ad ottenere la salvaguarda della gestione del servizio idrico”. Evidentemente in poche settimane sarà successo qualcosa che ha del miracoloso, dato che la qualità dell’acqua e l’ubicazione delle sorgenti è uno dei requisiti fondamentali per ottenere il regime di salvaguardia.

Certo è che il Comune di Campofelice, la cui sindaca Michela Taravella da lì a poco, cioè il 26 novembre 2020, sarà nominata nel consiglio direttivo e quindi vicepresidente dell’ATI, ha lavorato sodo in questi anni, con interventi strutturali, quali l’ammodernamento di parte della rete fognaria e la messa in funzione del nuovo depuratore, inaugurato il 18 febbraio 2020 e finanziato dall’Assessorato regionale all’Energia con 3,9 milioni di euro. All’inaugurazione, oltre che il sindaco e il Presidente della Regione erano presenti anche diversi big della politica regionale come l’assessore al territorio Totò Cordaro ed altri. 

Un momento dell’inaugurazione del nuovo depuratore di Campofelice di Roccella

E se questo non bastasse, in una successiva dichiarazione alla stampa, la sindaca Taravella affermava che: “Abbiamo avviato importanti progettualità per il rifacimento del pennello a mare e per la realizzazione della condotta idrica nella zona costiera. Per quest’ultimo progetto, per cui abbiamo ottenuto tutti i pareri positivi in conferenza di sevizi, in forza del Contratto di Sviluppo Rete Madonie 22, cui abbiamo aderito grazie a Sosvima spa, potremo ottenere un finanziamento di oltre 5 milioni di euro. Adesso -continua- la nostra partita si gioca su questa importante infrastruttura, che potremo realizzare proprio perché abbiamo la gestione diretta del Servizio. (…) Ringrazio Sosvima e Alessandro Ficile per il prezioso supporto tecnico”.

Insomma, è un mondo bellissimo quello che si prospetta.

I “SUPPORTATI” AUMENTANO: UNA SCELTA VERAMENTE NECESSARIA?

Ma facciamo un passo indietro e torniamo a Sosvima e alla richiesta di supporto tecnico già avanzata da ben otto comuni delle Madonie. Tra il 3 luglio e il 23 ottobre 2020 altri quattro comuni, sempre con delle delibere di giunta, fanno la richiesta di supporto tecnico a Sosvima per l’ottenimento del regime di salvaguardia. Si tratta, in ordine cronologico, di Campofelice di Roccella, Gangi, Collesano e Polizzi Generosa. Se ripensiamo all’accordo quadro stipulato dai Comuni con l’Unione dei Comuni Madonie per la fornitura dei contatori intelligenti, si tratta esattamente degli stessi undici comuni, più Gangi che come sappiamo aveva già provveduto in autonomia a sostituire i contatori. In qualche modo, dunque, quell’accordo quadro può essere considerato come un’appendice o la “logica” prosecuzione della richiesta di supporto tecnico.

Stavolta le somme impegnate dai comuni sono diverse. Polizzi Generosa, Gangi e Collesano, che sono gli ultimi a richiedere il supporto, fra settembre e ottobre 2020, impegnano una somma pari ad 1,20 euro ad abitante residente al 31 dicembre 2019. Campofelice di Roccella, invece, con la delibera di giunta n.89 del 3 luglio, impegna una somma pari a 2 euro per abitante, ma su un totale di 7mila abitanti e non di 7500 e passa residenti. Una “carezza” che gli fa risparmiare qualcosa rispetto agli otto comuni della prima tornata, ma certamente gli fa spendere qualcosa in più rispetto ai tre comuni di cui abbiamo appena parlato. Il totale della somma si aggira sui 26mila euro.

Una volta ottenute le delibere in mano, l’Amministratore unico di Sosvima, con la determina n.6105 del 2 novembre 2020, approva “l’estensione incarico alla Ditta Giglio Srl per la fornitura di servizi tecnici per l’organizzazione del Servizi Idrico Integrato in forma autonoma nei confronti di 4 comuni soci”. Dato che si tratta di un’estensione di incarico (per supportare gli otto comuni che avevano già aderito si era stabilito un compenso di 35mila euro più iva), il nuovo compenso avviene con il calcolo del cosiddetto “quinto d’obbligo”, quindi 7mila euro più iva

Per i 12 comuni da supportare (praticamente più della metà del totale dei comuni che alla fine otterranno la salvaguardia) il totale della somma destinata alla Giglio srl sarà quindi di 42mila euro più iva, cioè circa 51mila euro iva compresa. Eppure dai comuni saranno partiti in totale circa 70 mila euro ed immaginiamo che la differenza tra la cifra corrisposta alla Giglio srl e il totale raccolto sia servito per esigenze di segreteria o affiancamento al supporto esterno.

Ma quello che più ci piacerebbe sapere è come mai si stabilisce un importo diverso tra i comuni della prima tornata e quelli della seconda, cioè come mai alcuni comuni pagano due euro ed altri 1,20 e poi c’è quell’eccezione di Campofelice che pur appartenendo alla seconda tornata paga due euro. Abbiamo immaginato che avendo preso “il treno in corsa” ed avendo già espletato una parte delle pratiche il lavoro sia stato minore. Ma di certo, se questo tipo di ragionamento è stato fatto, probabilmente i tre comuni con popolazione inferiore a mille abitanti avrebbero dovuto pagare meno dato che per loro non sono richiesti particolari e stringenti requisiti per ottenere il regime di salvaguardia. E ancora, il 30 dicembre 2020 viene approvato il piano d’ambito da parte dell’ATI e la determina di estensione dell’incarico è del 2 novembre. Perché si cerca di fare sempre tutto all’ultimo minuto? Del resto, la situazione fotografata nella delibera dell’ATI del 25 giugno è quella che rimarrà anche nel piano d’ambito con 23 comuni che ottengono il regime di salvaguardia, anche quelli soggetti a parere favorevole da parte del Ministero.

La prima pagina del Piano d’Ambito approvato dall’ATI Palermo il 30 dicembre 2020

E soprattutto, e qui forse sta la domanda più grossa, come mai alcuni comuni soci di Sosvima e in più facenti parte dell’Unione dei Comuni Madonie sono riusciti ad ottenere il regime di salvaguardia senza bisogno di pagare il supporto tecnico? E qui stiamo parlando dei comuni di Gratteri e di Pollina, che tra l’altro, come sappiamo non hanno neanche aderito all’accordo quadro per la fornitura di contatori intelligenti. Esistono dei geni negli uffici tecnici di questi due comuni che possono fare a meno degli specialisti di settore oppure la gestione di queste pratiche era possibile anche per gli altri comuni senza dover far fumare nessun cervello? E se era possibile, perché si è deciso di gravare sulle casse comunali? Oppure, dato che l’ATI ha deciso di ritenere salvaguardabili anche gestioni su cui anche il ministero -come vedremo tra poco- ha sollevato dei dubbi, forse questa grande battaglia per la salvaguardia alla fine si è ridotta a un “liberi tutti”?

La storia ci dirà come andrà a finire questa vicenda.

IL MINISTERO DELL’AMBIENTE SCOPRE LE CARTE

Quello che sappiamo è che da due lettere del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (MATTM- Direzione Generale per la sicurezza del Suolo e dell’Acqua) indirizzate alla Regione Sicilia (Assessorato regionale dell’Energia) e per conoscenza anche all’ATI Palermo, la situazione è tutt’altro che cristallina. La prima lettera è protocollata in uscita dal Ministero il 17 luglio 2020. Il Ministero ribadisce che è in capo all’ATI “l’onere e la responsabilità del giudizio” sul regime di salvaguardia e che i presupposti indicati nella norma e specificati nei pareri del ministero rappresentano la base per le valutazioni “al fine di determinare il limite tra discrezionalità e arbitrarietà”

Dice inoltre che “le condizioni per la salvaguardia devono essere verificate all’atto della salvaguardia stessa” e che laddove, come nel caso di specie, si rimanda a data successiva la convergenza ad una situazione di efficienza, efficacia ed economicità, qualità tecnica e gestionale del servizio, lascia presumere che all’attualità non ricorrono i presupposti per la salvaguardia. In tale situazione mancherebbero pertanto i presupposti necessari e imprescindibili per il riconoscimento della salvaguardia”. Si tratta di affermazioni di un certo peso, ma non è tutto perché ulteriori specificazioni del ministero ci forniscono informazioni sulla qualità delle istruttorie e delle scelte operate dall’ATI. Il Ministero scrive infatti che appare peraltro emblematico il fatto che molti dei comuni salvaguardati siano interessati da procedure di infrazione comunitaria per mancata o inadeguata attuazione della direttiva 91/271/CEE”. Praticamente sui 20 comuni con più di mille abitanti ritenuti salvaguardabili più della metà sono “fuorilegge”.

Tabella estratta dalla lettera inviata dal Ministero dell’Ambiente con le procedure di infrazione relative ad ogni Comune

E per quanto riguarda i tre comuni con meno di mille abitanti, il ministero scrive che “non avendo cognizione dei contenuti delle richiamate linee guida adottate dall’ATI e della relazione tecnica, la verifica in concreto del possibile discostamento degli orientamenti fissati dal Ministero e da codesto Assessorato, risulta impossibile”. Tra i requisiti tecnici e gestionali che configurano i “presupposti necessari, imprescindibili e tassativi imposti dalla norma” il ministero cita a titolo esemplificativo “l’integrazione verticale del SII, l’individuazione delle fonti qualitativamente pregiate e la relativa georeferenziazione, la percentuale delle perdite di rete, la dotazione idrica pro-capite, l’adeguatezza delle reti fognarie e del trattamento depurativo” e via dicendo. Insomma, qualcosa non avrebbe funzionato per il meglio, o nella raccolta dei dati forniti dai comuni, -che abbiano pagato il supporto tecnico o meno poco sembra importare- o nella trasmissione dei dati che sono partiti dall’ATI.

In questa lettera si parla anche dei due comuni, Villafrati e Castronovo di Sicilia, la cui salvaguardabilità era in qualche modo subordinata al parere favorevole del ministero. 

Il ministero risponde che tale richiesta di parere “non è stata rintracciata agli atti”. E poi dato che si tratta di comprendere se è considerato accettabile ai fini della salvaguardia il trattamento delle acque, cioè la potabilizzazione mediante osmosi inversa, da Roma rispondono che non si può fare, sia per “gli alti costi energetici ed ambientali”, sia perché l’acqua dovrebbe essere remineralizzata e sarebbe corrosiva per le condutture. Allo stesso modo, il ministero considera inaccettabile la richiesta di considerare nella norma l’approvvigionamento da sorgenti o pozzi ricadenti fuori da parchi naturali o aree protette ma che risultino alimentati da sorgenti che ricadano all’interno delle aree appena citate. Questa lettera è a firma del Direttore Generale del Ministero Maddalena Mattei Gentili e cita come referente la dottoressa Marina Colaizzi.

Dottoressa Colaizzi che evidentemente preoccupa non poco alcuni protagonisti della “lotta” per l’ottenimento del regime di salvaguardia. Infatti, succede che il 4 dicembre 2020 il blogger madonita Vincenzo Lapunzina pubblica nella sua pagina Facebook la schermata di un messaggio whatsapp che sarebbe comparso sul gruppo “Servizio Idrico Madonie”, sarebbe stato postato dall’Amministratore unico di Sosvima Alessandro Ficile e sarebbe stato diretto, secondo quanto scritto dal Lapunzina, (che non ha rivelato la fonte) “agli amministratori dei Comuni interessati”. In questo messaggio Ficile scriverebbe: “Ho saputo che la dott.ssa Colaizzi, la pasdaran del Ministero Ambiente per quanto riguarda le famose comunicazioni che volevano stroncare gli affidamenti in salvaguardia ai comuni, è atterrata come dirigente in Regione Sicilia (in aspettativa dal MATTM e quindi a tempo). Penso che adesso l’assessore Pierobon avrà al suo fianco chi scrive direttamente le lettere di fuoco alle ATI e che lo supporterà nell’azione di contrasto alle salvaguardie: si preannuncia una stagione di battaglie pesanti. Credo sia necessario che tutti voi vi rendiate conto di questo inserimento che renderà più faticoso e rigoroso il rispetto di quanto vi siete impegnati a fare con lo schema di Convergenza, nostra unica ancora di salvezza per lottare. Saluti”

Certamente questa comunicazione -se realmente accaduta, come riportato da Lapunzina su Fb- non rappresenterebbe un atto pubblico, ma sarebbe un “dietro le quinte” degli addetti ai lavori. In ogni caso sarebbe singolare che una dirigente del Ministero venisse definita “pasdaran” (ndr: le guardie della rivoluzione iraniana del 1979) per aver fatto il suo lavoro. Comunque sia, un dettaglio potrebbe rassicurarci: le lettere partite dal Ministero sebbene non ascoltate sarebbero state lette e rilette, tanto da diventare “famose”, contraddicendo il luogo comune che “nessuno si legge le carte”. In più una riflessione andrebbe fatta sulla funzione di “avvertimento” che questo messaggio avrebbe nei confronti degli amministratori dei comuni chiamati ad una “stagione di battaglie pesanti”. Ancora una volta la sensazione sarebbe che la funzione di supporto tecnico richiesto all’agenzia di sviluppo, permetterebbe alla stessa di travalicare il suo ruolo sfiorando quel confine oltre il quale si colloca il ruolo di indirizzo politico. E se così fosse, a che pro? In ogni caso non sappiamo se e quando questo messaggio sarebbe stato scritto nella chat, anche se dopo la pubblicazione del Lapunzina -il 4 dicembre 2020, a meno di un mese di distanza dall’approvazione del Piano d’Ambito dell’ATI-, non si hanno notizie di smentite. 

Certo è che il riferimento a più lettere ci porta agevolmente a proseguire il discorso.

Veniamo ora alla seconda lettera, in uscita dal ministero il 23 settembre 2020

Anche in questa missiva si conferma che l’onere di valutare i presupposti necessari al regime di salvaguardia spetta all’ATI, sottolineando che “le considerazioni che seguiranno non rappresentano una revisione dell’istruttoria svolta, non rientrando questa nelle funzioni della scrivente e del MATTM, ma sono da considerare riscontro alla richiesta di fornire chiarimenti in merito all’interpretazione e applicazione dell’articolo in argomento.”

In altre parole si ribadisce che la patata bollente è nelle mani dell’ATI e si ricorda che il rischio è alto perché “in caso di non conformità, anche di una sola Regione o di un solo EGATO (ndr: ente di governo dell’ambito territoriale ottimale), sarebbe inibito all’Italia l’accesso ai fondi della coesione.

Parole che fanno tremare i polsi. La missiva del ministero contesta le linee guida dell’ATI che ai fini dell’ottenimento del regime di salvaguardia ritengono ammissibili le gestioni dei comuni “anche quando il segmento della depurazione non è curato dal comune interessato, purché detta depurazione sia tale da garantire comunque la tutela del corpo idrico”, basando tale “elasticità” sulla sentenza TAR Lombardia n. 371 del 15 marzo 2017. 

Sentenza che per il ministero non è condivisibile per varie ragioni che vengono citate in dettaglio e che comunque “quand’anche la si voglia considerare come precedente esplica i suoi effetti solo nei confronti delle parti interessate e non alla generalità delle situazioni”.

Le parole che arrivano da Roma non lasciano adito ad interpretazioni: “sarebbe ingiustificato e illegittimo consentire ad un ente locale la continuazione in forma autonoma di parte del servizio idrico integrato in presenza del Commissario alla depurazione, quando l’ente locale non ha dato prova di capacità ed efficienza.” Ingiustificato e illegittimo, ribadiamo.

Ma è anche interessante cogliere lo stile della missiva che a tratti diventa pedagogico, come se ci si trovasse di fronte ad una platea di scolari, a cui bisogna continuamente fare il riassuntino.

Scrive pertanto il Ministero: “la ratio su cui si fonda la deroga al principio dell’unicità gestionale prevista dall’art. 147, co. 2bis, lett b) risponde ad un criterio di virtuosità, in quanto i comuni possono gestire autonomamente il SII se il competente Ente di governo d’ambito accerti, contestualmente: l’approvvigionamento idrico da fonti qualitativamente pregiate; le sorgenti ricadenti in parchi naturali o aree naturali protette ovvero in siti individuati come beni paesaggistici ai sensi del codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42; l’utilizzo efficiente della risorsa e la tutela del corpo idrico e purché vi sia comunque a monte il presupposto di una gestione autonoma esistente legittima. Orbene, la gestione autonoma può essere giustificata soltanto dall’impossibilità per il gestore unico di operare in maniera più virtuosa rispetto al singolo Comune.

Occorre a tal riguardo rilevare che l’effettiva sostenibilità delle gestioni autonome esistenti, da dimostrarsi in concreto e non per mera affermazione di fatto, va verificata dall’ente di Governo d’ambito caso per caso e i Comuni interessati devono essere in grado di  dimostrare, al momento dell’accertamento dei requisiti per la salvaguardia, che effettivamente il SII è gestito in maniera economica, efficace ed efficiente, provare che la tariffa copre i costi del Servizio, di gestione, di investimento e i costi ambientali e della risorsa (art. 9 direttiva 2000/60/CE e artt. 119 e 154 del D.lgs. 152/2006). In assenza di tali essenziali presupposti, non si ravvedono ipotesi di continuità delle gestioni esistenti non ancora trasferite ai gestori unici del servizio idrico integrato.”

L’ultimo passaggio interessante che troviamo in questa lettera è quello che in qualche modo invita i comuni a stare al loro posto: il modello di gestione non può essere scelto arbitrariamente dai Comuni in quanto le funzioni in materia di SII, ivi compreso l’affidamento del servizio, sono state trasferite agli enti di Governo d’ambito (ex Autorità d’ambito), e pertanto agli enti locali non è riconosciuto il potere di autodeterminazione essendo spogli di tale funzione (Cfr. C. Cost. n. 246/2009).”

Certo, i bene informati e gli attenti alle cronache pensano che per diversi comuni, nonostante le inadempienze, forse è possibile operare meglio del gestore unico, cioè dell’AMAP finito sotto i riflettori della stampa nella prima metà di giugno per l’inchiesta relativa proprio ai depuratori.

Eppure, dura lex sed lex. La logica del “lui è peggio di me”, che tra l’altro rimane tutta da dimostrare, non può certo diventare un alibi per aggirare gli ostacoli e mantenere a tutti i costi la gestione in proprio del Servizio Idrico Integrato. Prima o poi, se delle scorciatoie sono state seguite, queste potrebbero finire per danneggiare comunità molto più vaste dei singoli comuni. 

UNA MONTAGNA DI SOLDI E UN GRANDE AZZARDO

Inoltre, è bene ricordare che stiamo parlando non solo dell’acqua, ma anche di una montagna di soldi. Infatti il piano di investimenti presentato con l’approvazione del Piano d’ambito dell’ATO Palermo del 30 dicembre 2020 prevede quasi due miliardi e settecento milioni da investire nei prossimi 30 anni nei comuni della provincia di Palermo

Tabella riassuntiva degli interventi previsti nelle 4 fasi del Piano d’Ambito, con la distinzione tra la quota posta a carico della tariffa d’utenza e quella a valere su risorse pubbliche, nonché il costo calcolato per singolo abitante. (Estratto dal Piano d’Ambito)

Una somma che solo in parte sarà ricoperta con denaro pubblico e a beneficiare maggiormente del contributo pubblico saranno i comuni che hanno aderito al gestore unico.

Quota degli investimenti suddivisi fra i comuni salvaguardati e il gestore unico AMAP in cui faranno l’ingresso altri Comuni (Estratto dal Piano d’Ambito)

Viene da chiedersi quindi perché tanta caparbietà dei comuni nel continuare a chiedere il regime di salvaguardia. Qualche maligno potrebbe sostenere che la spiegazione sta non tanto nel volere cedere l’acqua al gestore unico, quanto nel non voler cedere la titolarità nel gestire il denaro che sarà utilizzato per rinnovare e trasformare questo grande sistema che sta dietro all’acqua. 

Tabella con gli investimenti previsti nei comuni che hanno ottenuto il regime di salvaguardia nei prossimi 30 anni.

Certamente i maligni sbaglieranno e del resto a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.

Inoltre la questione non può essere ricondotta alla dicotomia pubblico-privato. Qui l’Amap è interamente pubblica. Semmai bisognerebbe prestare molta attenzione ai privati, grandi, piccoli e medi che offrono infrastrutture, milioni di metri cubi di acqua, depuratori, servizi, competenze e quant’altro a gestori comunali e d’ambito che in questo mare di soldi pubblici e non rischiano di finire come pesci imbrigliati nella rete.

La nostra inchiesta è partita con l’analizzare l’accordo quadro per la fornitura di quasi 23mila contatori intelligenti in undici comuni delle Madonie. Quasi tre milioni di euro che sembravano un’enormità, ma a confronto con i quasi 2,7 miliardi di investimenti previsti in 30 anni in tutti i comuni della provincia di Palermo, adesso sappiamo che sono poca cosa.

Eppure è dalle piccole cose che si comincia. A tal proposito, nel Piano d’ambito redatto dall’ATI abbiamo trovato dei passaggi interessanti, come a pag. 143 dove si dice che dovrà essere data priorità alle utenze sprovviste di misuratori, ovvero quantitativamente più importanti o ancora ai circuiti distributivi in cui è acclarata una penuria di risorsa idrica e/o si registrano le maggiori perdite idriche apparenti”.

E ancora, a pag.156, quando si parla degli interventi da fare nella fase emergenziale, cioè nei primi 4 anni, si sostiene che la strada è quella di “aggredire le criticità acute, intervenendo sulle infrastrutture “sopra suolo” più facilmente controllabili che svolgono funzioni critiche rispetto al livello di servizio e al rispetto delle norme di legge (sollevamenti idrici e fognari, opere di captazione, serbatoi)” e poi “proseguire, estendendola a tutti i comuni, l’attività di Conoscenza, informatizzazione e ingegnerizzazione ed automazione delle reti già in corso per il perimetro del gestore AMAP S.p.A.; proseguire, estendendolo a tutti i Comuni dell’Ambito, il progetto “misure di processo” in tutti i nodi del sistema ed avviare una massiccia campagna di rinnovo dei sistemi di misura di utenza, con relativa georeferenziazione ed informatizzazione”

C’è quindi un prima e un poi che vengono evidenziati dall’ATI, e non si capisce perché si debba cominciare proprio dai contatori intelligenti con tutta questa fretta, citando la direttiva ARERA come una spada di Damocle. Se così fosse, a Palermo e nei centri maggiormente popolati si sarebbero già attrezzati in tal senso. Oggi, dunque, con più carte sul tavolo, è possibile affermare che forse la priorità espressa da questa intelligenza collettiva che si annida nei comuni dell’Unione Madonie, poteva essere un’altra.

E rispetto ai costi a pag. 175 si afferma che bisogna garantire “all’utenza e al gestore un’apparecchiatura aggiornata e tecnologicamente avanzata”, che “il costo è esclusivamente a carico della tariffa d’utenza” e che il costo del primo impianto è stato ipotizzato superiore (120 €/utenza) in considerazione della diffusa necessità di adeguare anche le nicchie di alloggiamento (installazione di valvole di non morosità, etc..) o delle colonnine di presa ormai vetuste. Le ulteriori sostituzioni sono previste con un costo inferiore (60 €/utenza)”. 

Per quello che invece noi abbiamo verificato (vedi articolo precedente: “Una spremuta di acqua intelligente”) per il solo acquisto dei contatori negli undici comuni delle Madonie si prevede un costo a base d’asta di circa 130 euro, a cui bisogna aggiungere i costi per la sostituzione e, nel caso, per l’adeguamento delle nicchie. Altro che i 120 euro di cui parla l’ATI.

E soprattutto, la sensazione è che questo riconoscimento del regime di salvaguardia, per usare le parole del ministero, viaggia su un filo sottile che separa “la discrezionalità dall’arbitrarietà”; è come se fosse tuttora sub-iudice, come se si rischiasse da un momento all’altro di perdere questo status e in quel caso tutti gli investimenti e i mutui accesi dai comuni potrebbero diventare un “regalo” per il gestore unico d’ambito. 

Un bell’azzardo per le amministrazioni comunali che decideranno di assumere questo rischio.

Inchiesta di Gianpiero Caldarella

con la collaborazione di Pino Di Gesaro 

già pubblicata su esperonews