I “The Moderns”, storia a puntate di una band castelbuonese di 50 anni fa

Ci siamo imbattuti fortuitamente su Facebook nel racconto di una gustosissima storia, una di quelle che scaturisce con naturalezza dal piacere di ricordare e condividere episodi e avventure di gioventù. E’ la storia dei “The Moderns”,  gruppo musicale castelbuonese attivo sul finire degli anni ’50, nato per volontà di Peppino Raimondo e che ebbe discreta fortuna nel circondario per qualche anno. E’ sempre bello conoscere, dalla viva voce di chi può arricchire il ricordo con le sfumature essenziali del “protagonista”, piccole-grandi storie del passato come questa. E noi lo facciamo approfittando dell'”involontario” racconto a puntate di Enzo Di Garbo su Facebook che, come successo con il ruolo di batterista del gruppo, lascia il testimone successivamente a Michele Sarrica nella narrazione ed insieme ci forniscono gli indizi essenziali per apprezzarne in pieno il ricordo.
W i The Moderns!

 

 

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di Enzo Di Garbo

Alcuni amici, guardando la foto (che ripropongo), mi hanno chiesto di parlare un po’ della band “The Moderns” della quale facevo parte. Lo faccio volentieri.

Tutto ebbe inizio verso la fine degli anni cinquanta per iniziativa di Peppino Raimondo allora universitario in giurisprudenza (per questo molti, già allora, lo chiamavano “l’avvocato”). Personaggio eclettico dai mille talenti. Era il portiere della squadra di calcio di Castelbuono, suonava magistralmente l’armonica a bocca, la chitarra, il pianoforte. Cantava pure. La sua voce modesta ma intonata, piaceva a tutti. Simpatico, generoso e disponibile verso tutti. Oggi vive a Pollina.
Decise di formare una band sulla moda del momento. Chiamò Peppe Leta alla fisarmonica, Elio Mazzola al sax baritono e clarinetto, Mico Cicero (poi emigrato in America) al contrabbasso, Mario Di Garbo alla chitarra e me alla batteria. Lui era, voce, chitarra solista e leader del gruppo al quale impose il nome “The Moderns”. Ci lavorò molto. Si provava con impegno e passione quasi tutte le sere. Il repertorio era quello delle più belle canzoni di quegli anni alcune delle quali cantate anche in inglese. Qualche pezzo era scritto e musicato da lui stesso (ricordo ancora “Bellissima”: un lento ruffiano quasi sempre richiesto da qualcuno che aspirava a un “contatto” più deciso durante il ballo). Allora era così 🙂!
La band ebbe un buon successo. Veniva chiamata per quasi tutti i matrimoni dentro e fuori paese e per le feste patronali dei comuni vicini e non. La prima divisa fu una casacca blu con sopra ricamato il marchio TM in oro su velluto rosso. Realizzata dalle Signorine Cannizzaro (“i rruòcciuli). Più tardi, quando diventammo “più ricchi” la sartoria di Ninì Di Giorgi (ex don Micùzzo Atanasio) ci confezionò, su misura, delle giacche rosse che erano una meraviglia. Acquistammo pure degli strumenti nuovi tramite Tanino Colasante. Eravamo veramente bravi e attuali per quel tempo. Nel ’63 io lasciai il gruppo. Mi trasferii a Milano per cercar lavoro. Il mio posto fu preso da Michele Sarrica. Spero di non avervi annoiato. Chiudo rivolgendo un pensiero a Elio e Mario che non sono più tra noi e che forse, da lì dove si trovano, leggeranno queste parole con un po’ di nostalgia. Anche loro.


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E. Di Garbo

Ancora su i “The Moderns”

1960, o giù di lì. Eravamo in un paesino all’interno della Sicilia. Allietavamo un matrimonio che ci aveva procurato il compianto Ciccio Spallino (allora impiegato al dazio in un paesino di quella zona. Poi vigile urbano a Castelbuono). Si ballava. Io, alla batteria, lumavo una bella ragazza che era lì, in quella festa. La cosa era ricambiata. Si capiva benissimo. Nel breve intervallo concesso all’orchestra per riposarsi, le danze proseguivano con il giradischi. Invitai a ballare quella bella figliola. Lei non aspettava altro. Scelsi un lento fascinoso. Guancia a guancia. Bellissimo!
Dopo circa due minuti di quel dolce vivere, mi sentii tuppuliàre alle spalle. Era un giovanotto su per giù della mia stessa età che con determinata gentilezza m’invitava fuori. “Cci debbo dire due palòre in cunfirenza. A quattr’occhi”, mi disse. La ragazza capì l’antifona, allargò le braccia e mi lasciò andare. Appena fuori quel ragazzo, senza pensarci due volte, mi appoggiò al collo qualcosa di freddo (certamente di metallo) e mi disse: “Lei a quella signorina la deve lasciare stare. Non la deve più taliàre. Ha capito?” Ora, dico io, come si fa a non accettare un invito così persuasivo, così “gentile”? (mi aveva dato anche del “lei”).
Certo, dissi io, non si preoccupi. Quella signorina non la conosco, non la sfiorerò più nemmeno con lo sguardo, farfugliai. Promisi diverse volte e forse giurai anche.
Andai in bagno. Mi asciugai il sudore, mi sciacquai la faccia e, non avendo il cambio dell’intimo, sistemai alla meno peggio le conseguenze di ciò che non ero riuscito a trattenere.
Ricominciammo a suonare. La ragazza mi guardava ancora. Anche quel ragazzo però! Feci finta di niente, ma ogni tanto andavo fuori tempo. E Peppino mi attrantàva gli occhi.
Quella volta è andata così. Altre volte però meglio. Mooolto meglio!

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di Michele Sarrica

Non so quanti ricorderanno la nostra “festa delle ciliegie”. La mattina suonavamo a San Guglielmo, in mezzo alle fresche frasche, e il pomeriggio in paese, sul palco addobbato a chiazzannintra. Intrattenevano i forestieri esibendoci insieme a gruppetti folcloristici che ballavano e danzavano cantando canzoni popolari compresa la canzone “Girasella” (Sciù sciù sciù / quanti fimmini ca ci su!) testo di don Peppino Mazzola e musica di Nicolino Carollo, se non vado errato. Confesso che quello è stato uno dei periodi più belli della mia vita, anche perché eravamo giovani e i sogni cavalcavano la nostra fantasia alla velocità della luce.

Per la cronaca è giusto anche dire che un ruolo importante, all’interno del gruppo The Moderns, era svolto con scrupolosa attenzione e preparazione da colui che ci forniva l’amplificazione e tutte le apparecchiature che usavamo con un pizzico di orgoglio. Di quei tempi, in cui la tecnologia viaggiava come un puledro impazzito, fummo tra i primi nel circondario a usare certi tipi di microfoni, ad avere l’eco, il riverbero e altri effetti similari. Ogni volta che subentrava un apparecchio nuovo, era una grande festa. A distanza di tempo, un grazie da parte mia e credo di tutti noi componenti di quel complessino, va al carissimo Gandolfo Caruso, nostro amico e nostro tecnico di fiducia.

 

IV PUNTATA

di M. Sarrica

E per concludere il racconto della mia esperienza in seno al complessino The Moderns, è giusto citare anche il mio successore, colui che ha ereditato le mie bacchette e ne ha fatto buon uso: Lorenzo Bonomo. Il passaggio del testimone si è reso indispensabile in quanto, anch’io, come il mio predecessore, Enzo Di Garbo, mi sono dovuto allontanare dal paese per motivi di studi. Risiedevo a Palermo e assentarmi da scuola più del necessario diventava sempre più problematico. E così, ho passato le bacchette al bravissimo Lorenzo. Col cuore ho continuato a seguire i The Moderns e a ricordare quel bambino incollato sulla cassa della batteria, rimato impresso nella mia memoria.

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