“I Ventimiglia di Geraci dal 1258 al 1619”. Il volume di Orazio Cancila presto in stampa

[Castelbuonolive] A conclusione di un mio volume su “I Ventimiglia di Geraci dal 1258 al 1619” già pronto per la stampa, ritengo non inutile un rapido cenno all’arma dei Ventimiglia di Geraci ed alla sua evoluzione nel corso dei secoli, pur se la materia non rientra nei miei usuali indirizzi di ricerca. Ho però la fortuna di avvalermi della competenza di un maestro nel settore dell’Araldica, Angelo Scordo, che mi ha fatto pazientemente da guida.

 La più antica raffigurazione dello stemma dei Ventimiglia di Geraci, quella almeno a me nota, è dipinta sul soffitto ligneo della Sala Magna, nel palazzo Steri di Palermo, oggi sede del Rettorato dell’Università: «d’oro, al capo di rosso» (Fig. 1). L’oro – secondo il Palizzolo Gravina – rappresentava – la forza, la costanza e la ricchezza; il rosso il valore, la giustizia e l’amor di Dio1.

 

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Fig. 1– Stemma di Francesco II (1377-1381), particolare (Stemma 1b_B152 Ventimiglia)

I lavori di decorazione, come indica una iscrizione lungo il perimetro della sala, furono eseguiti dal 1377 al luglio 1381, su commissione di Manfredi III Chiaromonte, genero, come sappiamo, di Francesco II Ventimiglia per averne sposato la figlia Eufemia2. Lo stemma dello Steri è quindi quello di Francesco II ed è lo stesso riprodotto nella cappella di Migaido (Fig. 2) e di quelli quattrocenteschi raffigurati nel soffitto ligneo della cattedrale di Nicosia (Fig. 3), quasi certamente

 

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Fig. 2- Stemma nella cappella di Migaido (foto A. Pettineo)

attribuibili agli eredi di don Cicco3. Lo scudo dei Ventimiglia di Geraci mantiene quindi gli stessi smalti (oro e rosso) di quello dei conti di Ventimiglia e del Maro, dai quali essi discendevano, ma – forse per differenziarsi – li colloca sino al secolo XIX in posizione invertita: non più «di rosso, al capo d’oro», bensì «d’oro, al capo di rosso».

 

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Fig. 3 – Stemma nella cattedrale di Nicosia (sec. XV)

Diversamente dagli stemmi dei soffitti dello Steri e della cattedrale di Nicosia e ancora della cappella di Migaido, che riproducono l’arma antica dei Ventimiglia, lo stemma del marchese Antonio Ventimiglia, collocato nel 1477 sull’arco esterno del castello di Castelbuono inquarta – oltre all’arma dei Ventimiglia («d’oro, al capo di rosso») nel 2° e 3° quarto – quella degli Aragona di Sicilia nei punti d’onore, ossia inquartato in croce di Sant’Andrea, d’Aragona («d’oro, a 4 pali di rosso») e di Sicilia-Svevia («d’argento, all’aquila, coronata, di nero»). Il cimiero è costituito da un leone coronato, impugnante con la branca destra una spada (Fig. 4), e ricorda il sigillo descritto nel presunto testamento di Guidone, conte di Ventimiglia, redatto nell’anno 954, che proprio Antonio aveva fatto transuntare a Catania nel settembre 14694. È questo il nuovo stemma dei Ventimiglia dopo la concessione di Alfonso, al marchese Giovanni, di potere inquartare le insegne degli Aragona di Sicilia.

 

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Fig. 4- Stemma del marchese Antonio Ventimiglia (foto E. Sottile)

Ricorda per tre quarti l’arma del marchese Antonio quella scolpita sul piedistallo ottagonale della statua della Madonna della Neve nella chiesa madre di Geraci (Fig. 5), attribuita alla bottega del Gagini (datata post 1561 sulla base dell’identificazione del committente in Giovanni III5). Come nello stemma del marchese Antonio, il 1° e il 4° quarto riportano l’insegna Aragona-Sicilia e il 2° l’arma antica dei Ventimiglia, ma il 3° quarto risulta partito e riproduce, a sinistra, l’arma dei Ventimiglia («d’oro, al capo di rosso») e, a destra, quella dei Moncada («di rosso, a sei bisanti e due mezzi d’oro»). Il 3° quarto corrisponde, quindi, allo scudo partito della Fig. 6 nel retablo della chiesa di Santa Maria la Porta di Geraci. Ecco perché sono del parere che questa arma, più che a Giovanni III, il quale non aveva alcun rapporto con i Moncada, debba attribuirsi ancora al bisnonno Simone I e quindi collocarsi nel primo venticinquennio del Cinquecento, quando ancora Simone non aveva inquartato nel suo stemma né Angiò, né Altavilla.

 

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Fig. 5 – Chiesa madre di Geraci, Madonna delle neve (Foto A. Malla)

 

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Fig. 6 – Stemma di Simone I e Isabella, particolare del retablo della chiesa di S. Maria La Porta, Geraci (foto A. Malla)

Alla fine degli anni Venti del Cinquecento, lo stemma del marchese Simone I subisce ulteriori modifiche: secondo la riproduzione che ne fece il Sancetta, ad apertura del suo elogio della famiglia Ventimiglia, inquarta infatti non solo le insegne antiche dei Ventimiglia e degli Aragona di Sicilia, ma anche quelle degli Altavilla e dei d’Angiò, conti di Provenza e re di Napoli (Fig. 7):

Casa Vintimilia marchese di Giraci – scrive Sancetta – sono signori principalissime, li quali per proprij arme fanno un scuto doro a capo rosso. Et si armano ancora a quarteri et fanno lo primo doro a capo rosso; en lo secondo le arme regali de Aragona e Sicilia, perchi lo conte Joanne suo avo fu figlo di una figla del re nostro de Aragona; en lo terzo una sbarra con dui ordine de scachi e rosse in azurro (che sono li arme del conte Rogeri, acquistatore del regno e de li re nostri de dicta casa normanna che isso conte Rogeri discesi). Et in lo quarto et ultimo gigli doro seminate in azoro, arme de Carlo di Provenza, duca Dandigavia [recte: di Andegavia = d’Angiò], re di Napole, li quali portao a quista casa una signora che fu matri di uno di quisti marchisi6.

Il punto d’onore, il 1° quarto, era occupato dall’arma Ventimiglia («d’oro, al capo di rosso»), mentre gli altri quarti vedevano collocati, rispettivamente: il 2° quarto, l’arma Aragona-Sicilia-Svevia («inquartato in croce di Sant’Andrea: nel I e IV, d’oro, a quattro pali di rosso; nel II e III, d’argento, all’aquila, coronata, di nero»)7; il 3°, quella Altavilla («d’azzurro, alla banda scaccata di rosso e d’argento, di due tiri»); il 4°, infine, quella Angioina («d’azzurro, seminato di gigli d’oro, col lambello di tre pendenti di rosso, attraversante nel capo»).

 

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Fig. 7 – Stemma di Simone I (ms. Sancetta, 1528 ca.)

L’inserimento delle armi dei d’Angiò nello stemma si deve quasi certamente alla discendenza dei Ventimiglia da Margherita Chiaromonte, madre di Enrico III nonché figlia di Tristano Chiaromonte (de Clermont), conte di Copertino, e di Caterina Orsini Del Balzo (de Baux), quest’ultima a sua volta discendente da Carlo II d’Angiò, detto lo Zoppo. Contestualmente dovette avvenire l’inserimento delle insegne degli Altavilla. Sancetta indagò in proposito e trovò

in diversi lochi di lo marchisato loro li dicti armi de Vintimiglia quartizzati con li armi di lo dicto conte Rogerj et re di dicta casa normanda in la cità et ecclesia catridale de Monreale, de la quali (molti anni fa) fu archipiscopo uno de dicta casa Vintimiglia sonno in diversi lochi de li stancii et in certi travi dorati de lo tecto di issa ecclesia (fatti per ditto archipiscopo) li dicti soj armi di Vintimiglia quartizzati uniti et junti con quilli de li ditti re normandi… In li monastarij de lo Salvatore et di Sancta Clara di Palermo (per essere state le abatesse de casa Vintimiglia) in mille lochi se vedeno tanto in casubuli, mura, autari, come et calice, comu in li edificij al loro tempo construtti le arme Vintimiglia e di lo conte Rogerj, iunti in un scuto quartizzati, li quali claramenti donano sicurissimo testimonio la dicta casa Vintimilia descenderi da li dicti re normandi. Et quisti signori de Vintimilia haviri portato origini di quilli8.

L’arcivescovo di Monreale Giovanni Ventimiglia, già noto ai lettori, ricoprì quella cattedra dal 1412 alla sua morte, avvenuta nel 1449, ma nel duomo di Monreale non esiste alcun suo stemma, stando almeno al responsabile dell’archivio diocesano, e lo scudo a lui attribuito in un recente volume dedicato agli arcivescovi monrealesi è frutto di un evidente errore dell’esecutore, che ha graficamente rappresentato un troncato, la cui metà superiore è tratteggiata diagonalmente da sinistra a destra e quella inferiore è del tutto bianca (Fig. 8). Se egli avesse conosciuto il sistema dei ‘tratteggi’ (diffuso dal romano P. Sylvester a Petra Sancta a partire dal 1634), che – in mancanza di coloratura – indica gli smalti, avrebbe correttamente indicato il rosso superiore mediante lineette verticali e l’oro inferiore con un seminato di puntini neri, mentre la soluzione adottata mostra un assurdo troncato di verde e d’argento9. Il monastero del SS. Salvatore è stato purtroppo distrutto dai bombardamenti che hanno devastato Palermo durante la seconda guerra mondiale, mentre nel convento di Santa Chiara, nel quartiere Albergheria di Palermo, non si rinvengono più stemmi di famiglie gentilizie.

 

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Fig. 8- Stemma dell’arcivescovo Giovanni Ventimiglia

Negli ultimi anni di vita, Simone – stando almeno all’arma riprodotta sul suo sarcofago – abbandonò sia le insegne degli Aragona di Sicilia, sia quelle dei d’Angiò. Come da lui disposto nel testamento, il suo sarcofago nella cappella di Sant’Antonio riporta la sua arma gentilizia: uno scudo ovale a cartocci, privo di ornamenti esterni, racchiudente un inquartato, con l’antico stemma dei Ventimiglia nel 1° e 4° quarto e le insegne normanne nel 2° e 3° (Fig. 9). Sembra che da allora in poi l’arma gentilizia dei Ventimiglia di Geraci si stabilizzasse e che mantenesse soltanto le insegne proprie della famiglia e quelle degli Altavilla, sia nel troncato sia nell’inquartato, occupando, però, in modo diverso il punto d’onore: nel troncato, l’arma degli Altavilla; nell’inquartato, l’arma originaria dei Ventimiglia.

 

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Fig. 9- Stemma di Simone I (†1544), particolare del sarcofago (foto Mazzola)

Nel troncato della Fig. 10, tratto dal Teatro genologico del Mugnos, pubblicato a Messina nel 1670, l’arma degli Altavilla figura infatti nella prima sezione del troncato. Lo scudo, accollato ad un manto di porpora, è timbrato da un elmo chiuso, in maestà, cimato da corona marchionale antica, e ha per cimiero il leone coronato nascente, impugnante colla branca destra una scimitarra. Il leone attraversa l’asta di una bandiera, svolazzante a sinistra, carica di un troncato di rosso e d’oro. Accollati allo scudo sono dodici vessilli, riferiti a vittorie su nemici d’ogni tempo e luogo, conseguite da personaggi della famiglia, mentre gli undici scudetti coronati alla reale che li intercalano ostentano le alleanze matrimoniali della famiglia, vere o presunte, con case sovrane, tra cui gli Aragona, gli Aragona di Sicilia, i d’Angiò, i Savoia e ancora una volta gli Altavilla10. L’inquartato riportato dal domenicano Dominique Robert nella sua Histoire généalogique de la

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Fig. 10 – Stemma dei marchesi di Geraci (Mugnos, 1670)

maison de Vintimille del 1681 invece assegna i quarti d’onore all’antica arma dei Ventimiglia e, colloca al 2° e al 3° quarto quella degli Altavilla (Fig. 11)11. Presenta una situazione esattamente ribaltata, un decennio dopo, l’inquartato dello scudo del portale della nuova cappella di Sant’Anna di Castelbuono, commissionato dal marchese Blasco nel 1690 a due scultori palermitani: riporta infatti al 1° e al 4° quarto l’arma degli Altavilla, retrocedendo al 2° e al 3° quella dei Ventimiglia (Fig. 12)12.

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Fig. 11- Stemma (D. Robert, 1681)

 

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Fig. 12- Stemma nel portale della nuova cappella di Sant’Anna, Castelbuono, 1690 (foto E. Sottile)

Negli stemmi ottocenteschi, i quarti d’onore sono nuovamente assegnati all’arma dei Ventimiglia, come in quello descritto dal Palizzolo Gravina nella seconda metà dell’Ottocento (Fig. 13): «inquartato nel 1° e nel 4° di rosso col capo d’oro (per Ventimiglia); nel 2° e 3° d’azzurro colla banda scaccata di due file d’argento e di rosso (per la r. Normanna). Supporti: due leoni d’oro coronati del medesimo. Corona e mantello di principe del S. R. Impero. Motto: “Dextera Domini fecit virtutem, dextera Domini exaltavit me”, a caratteri minuscoli romani di nero»13. Tale arma fu portata dai Ventimiglia sino alla loro estinzione nei maschi (1860) e come tale venne riconosciuta dalla R. Consulta Araldica del Regno d’Italia nel 1893.

 

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Fig. 13 -Stemma (V. Palizzolo Gravina, Il blasone in Sicilia, Palermo, 1871-75, tab. 78)

I tre stemmi delle Figg 11-13 non risultano più accollati da stemmi di alleanza né da vessilli.

In occasione di committenze particolari (fattura di opere d’arte e di opere pubbliche) lo stemma poteva accogliere, a destra, anche l’arma della famiglia d’origine della consorte del marchese, come nel caso degli scudi partiti del retablo (Fig. 6) e della statua della Madonna della Neve di Geraci (Fig. 5) contenenti le armi di Simone I e della moglie Isabella. Allo stesso modo si comportò il pronipote Giovanni III, quando inserì in alcuni scudi la sua arma e quella della moglie Dorotea Branciforti Barresi. Così a Castelbuono gli stemmi della fontana di San Leonardo nel 1611 (Fig. 14) e l’altro sulla Fontana Venere Ciprea nel 1614-1615 (Fig. 15)14 sono entrambi degli inquartati, riportanti nel 1° e 3° quarto, ossia a sinistra, le armi degli Altavilla e quelle dei Ventimiglia; e a destra, nel 2° l’arma dei Branciforti («d’azzurro, al leone d’oro, coronato dello stesso, tenente colle branche un gonfalone di rosso, carico di tre gigli d’oro (alias: gonfalone d’argento, carico di una croce di rosso), svolazzante a sinistra, addestrato in punta da due branche recise d’oro, passate in croce di Sant’Andrea») e nel 4° le insegne dei Barresi («di vaio minuto, d’argento e di rosso, a tre pali d’oro, attraversanti»).

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Fig. 14 – Stemma di Giovanni III e Dorotea Branciforti nella fontana di S. Leonardo, Castelbuono, 1611 (foto E. Sottile)

 

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Fig. 15- Stemma di Giovanni III e Dorotea Branciforti nella fontana Venere Ciprea, Castelbuono, 1614-1615 (foto Enzo Sottile)

Agli anni Ottanta del Seicento appartengono due stemmi collocati uno nel soffitto dell’atrio interno del castello di Castelbuono (Fig. 16) e l’altro nel soffitto dell’ex cappella di Sant’Anna (Fig. 17), che inquartano la nota arma dei Pignatelli («d’oro, a tre pignatte di nero»), famiglia di appartenenza della marchesa Caterina. La fattura è men che scadente e senza alcun rispetto delle norme del blasone.

 

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Fig. 16–Stemma nel soffitto dell’ingresso del castello, Castelbuono (foto Enzo Sottile)

 

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Fig. 17- Stemma nel soffitto dell’ex cappella S. Anna, Castello Castelbuono (foto Enzo Sottile)

Anche lo stemma scolpito sulla tomba del marito (Fig. 18), il marchese Francesco Rodrigo Ventimiglia-Marchese (†1687), nella cappella di Sant’Antonio, inquarta l’arma Pignatelli, ma presenta più punti di particolare interesse. Non soltanto appare realizzato da uno scultore capace e attento, ma corrisponde in tutto e per tutto a quello della Fig. 10 per quanto concerne ornamenti esterni, tanto da far pensare che l’artista si sia avvalso della tavola del Mugnos come modello per la realizzazione del bassorilievo. Muta, però, il ‘contenuto’ dello scudo, che è: «inquartato: nel 1°, troncato di rosso e d’oro (Ventimiglia); nel 2°, d’oro, a tre pignatte di nero (Pignatelli); nel 3°, d’oro, alla fascia d’azzurro, carica di una stella (8) del primo (Marchese); nel 4°, d’oro, a quattro pali di rosso (Aragona); sul tutto: d’azzurro, alla banda scaccata d’argento e di rosso, di due tiri (Altavilla).

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Fig. 18- Stemma di Francesco IV (†1687), particolare del sarcofago (foto E. Sottile)

Tale arma corrisponde in tutto (tranne che negli ornamenti esterni) a quelle malamente sgorbiate delle Figg. 16 e 17. Il quarto Marchese è per la madre di Francesco Rodrigo, Felice o Felicia Marchese, figlia principe della Scaletta Blasco Marchese, che andò sposa nel 1647 a Giovanni IV Ventimiglia, padre di Francesco Rodrigo.

Note   

[1] V. Palizzolo Gravina, Il blasone in Sicilia, Palermo, 1871-75, pp. 12-13.

2 La Fg. 1 (lacunare B – 152, particolare) è tratta dal volume di F. Vergara Caffarelli (a cura di), Il soffitto della Steri di Palermo, Rilievo fotogrammetrico digitale, edito nel 2009 dal CRICD, che ne ha autorizzato la riproduzione in questa sede. Al soffitto della Sala Magna ha dedicato un ampio studio Ferdinando Bologna, Il soffitto della Sala Magna allo Steri di Palermo e la cultura feudale siciliana nell’autunno del Medioevo, S. F. Flaccovio, Palermo 1975. Cfr anche L. Buttà, Storie per governare: iconografia giuridica e del potere nel soffitto dipinto della Sala Magna del palazzo Chiaromonte Steri di Palermo, in L. Buttà (a cura di), Narrazione, exempla, retorica. Studi sull’iconografia dei soffitti dipinti nel Medioevo Mediterraneo, Caracol Edizioni, Palermo, 2013, pp. 69-126. Ma nessuna apprezzabile attenzione è stata dedicata ai contenuti araldici.

3 Si tratta di stemmi a mandorla ripetuti per ben sette volte sul soffitto ligneo della cattedrale di San Nicolò, la cui struttura si ritiene fosse già realizzata nel 1340, mentre l’opera di decorazione avrebbe impegnato le maestranze ancora per un secolo (cfr. G. De Francisco, Il soffitto dipinto della cattedrale di Nicosia, Il lunario, Enna, 1997, p. 45). «Lo scudo a mandorla – riferisce il De Francisco, dal cui volume ho tratto lo stemma della fig… – è ripartito in rosso nella parte superiore, e in giallo nella parte inferiore… ed è adorno di foglie che lo circondano a guisa di ciglia intorno ad un’iride. L’insegna è simile – nei primi due casi persino nel tipo di incorniciatura vegetale – a quella che più volte compare nel soffitto dello Steri, attribuita dal Gabrici, in accordo con l’Inveges, ai Ventimiglia» (Ivi, pp. 55-57). A Nicosia nel corso del Trecento e del Quattrocento risultano presenti parecchi esponenti della famiglia Ventimiglia, in particolare don Cicco e suoi discendenti: il «baro Rachal nobilis Antonius de Vigintimilio», che nel 1444 minacciò il miles Pietro Sabia di farlo bastonare a morte dai suoi schiavi (Ivi, pp. 57, 84 n. 7), era infatti proprio il barone di Regiovanni e di Resuttano Antonello, figlio di don Cicco e fratello di Fiordiligi.

4 [Ruggero Ventimiglia], Confutatione della genealogia de conti di Geraci addotta dal Pirri… opera dell’Insensibile, Venezia, 1692, pp. 44-45.

5 Cfr. A. Minutella, La chiesa madre, in G. Antista, Architettura e arte a Geraci (XI-XVI secolo), Abadir, San Martino delle Scale (PA), 2009, pp. 89, 96.

6 [Giuseppe Sancetta], Trattato delle virtù dell’erbe con un elogio, o sia Trattato della famiglia Vintimiglia de’ conti di Geraci in principio ms cit., cc. 1r-v. Nella chiesetta del piccolo cenobio cistercense di Santa Maria d’Altopiano nel territorio di San Mauro, in località Batia, il concio di chiave riporta – come mi comunica l’architetto Angelo Pettineo – lo stemma di famiglia nella sua versione originaria, con sovrainciso la data 1527. Da oltre mezzo secolo i Ventimiglia di Geraci avevano però un nuovo stemma. Come si giustifica allora l’uso del vecchio scudo ancora nel 1527? Probabilmente nello stesso anno l’edificio subì una ristrutturazione, per la quale si riutilizzò il vecchio portale la cui chiave portava l’antico scudo, sul quale si sovrascrisse 1527, ossia la data della ristrutturazione della chiesa. Peraltro, nel 1516 il priorato, già aggregato nel 1387 al monastero palermitano del Santo Spirito, era passato all’Ospedale Grande di Palermo.

7 L’aquila del III è rivolta, cioè con la testa volta a sinistra, anziché a destra, come di norma, per ragioni ‘di cortesia’ simmetrica.

8 Ivi, cc. 8r-8v, 9r.

9 A. Di Janni, V. Nuccio, G. Vitale, Storia e memorie degli arcivescovi di Monreale, CE.ST.E.S.S., Palermo, 2015, ad vocem.

10 F. Mugnos, Teatro genologico delle famiglie nobili titolate feudatarie ed antiche nobili del fidelissimo Regno di Sicilia viuenti ed estinte, Messina, 1670, p. 512.

11 D. Robert, Histoire généalogique de la maison de Vintimille, Villefranche, 1681, p. 132.

12 Il contratto d’opera è riportato da E. Magnano di San Lio,Castelbuono capitale dei Ventimiglia, Maimone, Catania, 1996, p. 321.

13 V. Palizzolo Gravina, Il blasone in Sicilia, Palermo, 1871-75, ad vocem.

14 In quegli anni le due fontane furono sottoposte a profonde ristrutturazione ad opera di mastro Gian Francesco Lima (Asti, notaio Francesco Schimbenti, b. 2288, 28 giugno 1611, cc. 203v sgg; Ivi, 28 agosto 1615, cc. 377v sgg).

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