“Il fatto non sussiste”. Assoluzione in formula piena per il castelbuonese accusato di stupro

«Strategia per fotterlo». Era tutto contenuto in questa frase intercettata. Il riferimento è alla provocazione studiata nei minimi dettagli e messa in atto da una donna contro un vicino di casa: farsi chiedere scusa con un sms e mostrare questa discolpa ai carabinieri come prova di un presunto stupro. Un strategia, appunto, che aveva portato sul banco degli imputati V.B., 58 anni, ispettore del Corpo forestale, molto noto a Castelbuono anche perché impegnato in attività teatrali, musicali e pure di volontariato, con la pesante accusa di violenza sessuale plurima e sequestro di persona. L’uomo non è caduto nel tranello e l’inganno è stato disvelato nella sua astuta preordinazione dall’avvocato Gioacchino Genchi, che grazie a complesse indagini difensive, all’acquisizione dei tabulati del suo assistito e ad una accurata analisi delle intercettazioni e delle celle telefoniche, era riuscito a smontare il castello accusatorio, riuscendo a fare assolvere l’imputato nel merito, “perché il fatto non sussiste”, quindi con la formula più ampia e liberatoria, nonostante la severità della pena richiesta dal pubblico ministero, 15 anni di reclusione, durante il processo con il rito abbreviato svolto davanti al gup del Tribunale di Termini Imerese, Stefania Gallì, che con l’assoluzione dell’imputato aveva anche disposto la trasmissione degli atti al pubblico ministero. Né la Procura di Termini, né la Procura generale di Palermo avevano impugnato la sentenza di assoluzione di B. , che è passata in giudicato agli effetti penali. Ha fatto appello, invece, la parte civile, chiedendo la riforma della sentenza. Dopo la discussione della causa, la terza sezione della Corte di appello di Palermo, presieduta da Antonio Napoli, ha rigettato l’appello della parte civile, confermando integralmente la sentenza del Gup di Termini.

Nel corso delle indagini difensive, l’avvocato Genchi, facendo una profonda analisi dell’attività posta dal responsabile tecnico dell’inchiesta, il maresciallo Benedetto Mondello (oggi in servizio presso la Compagnia dei carabinieri di Sant’Agata di Militello), aveva fatto trascrivere oltre 300 intercettazioni, che i carabinieri avevano del tutto ignorato, scoprendo quindi che non c’erano stati degli adeguati approfondimenti in merito ad alcune telefonate e ad alcuni messaggi intercettati alla presunta vittima. Così era risalito al motivo che, con ogni probabilità, aveva indotto la donna a inventare di sana pianta una falsa violenza sessuale: vendicarsi col B. per la mancata concessione di un piccolo prestito, che poi la donna avrebbe preteso le fosse concesso dalla banca, dove lavorava il fratello del B.. Non solo, in questa maniera aveva inteso recitare la parte della vittima col compagno, con cui era in crisi, nel tentativo poi riuscito di riallacciare i rapporti con lui, coinvolgendolo nella vendetta posta in essere contro B. e i suoi familiari, con il danneggiamento delle serrature delle porte di accesso della propria abitazione e di quella della madre, consumato nella notte fra il 28 e il 29 ottobre 2014, oltre alla carrozzeria delle autovetture.

In tutto questo, era emerso ancora che la donna, pur di dimostrare la sua verità, aveva indotto la madre e la figlia a raccontare il falso ai carabinieri, cioè che lo stupro sarebbe stato consumato «con certezza» il pomeriggio del giorno precedente ad una visita neurologica eseguita presso l’ospedale di Cefalù. La data della violenza era stata cambiata dalla donna ogni qual volta che una sua versione veniva smentita dalle celle telefoniche dell’imputato, che lo collocavano in posti molto lontani rispetto a quello indicato da lei come teatro dello stupro, fino all’ultima udienza di trattazione del processo.

In più, il ruolo importante avuto dalla fidata amica Irene Minutella, in quel momento praticante avvocato, che aveva poi mentito ai carabinieri sui contatti telefonici intrattenuti con la donna, in cui le spiegava la «strategia per fotterlo». Sempre scandagliando queste intercettazioni tra le due, che i carabinieri del Nucleo operativo di Cefalù, all’epoca guidato dal capitano Paolo Li Vecchi, avevano accuratamente omesso di trascrivere, era venuta anche fuori una conversazione in cui la presunta vittima sosteneva che un maresciallo dei carabinieri, presentatosi a casa sua per notificarle un atto relativo ad un’altra inchiesta, avrebbe cercato anche lui di violentarla. Una vicenda sulla quale era stato aperto un altro fascicolo, ma la posizione del militare era stata archiviata, quindi anche lui del tutto scagionato dall’accusa di violenza sessuale. 

Non secondario, poi, il fatto che lei avesse un rapporto di frequentazione con un fruttivendolo del centro storico del paese ed ex dirigente della Polisportiva Castelbuonese che per telefono la chiamava «la mia regina», il quale utilizzava nel suo magazzino una carta azzurrina, per alimenti, dello stesso tipo di quella che la donna avrebbe utilizzato dopo la violenza subita, come riferito nell’immediatezza ai carabinieri. 

Questi elementi erano bastati per consentire al gup Gallì, nell’assolvere l’imputato, di trasmettere gli atti in Procura per verificare il disegno criminoso ordito dalla donna e dalla sua cerchia di favoreggiatori. 

Alla luce dell’attività difensiva e dei riscontri sulla personalità della donna, che in passato aveva presentato innumerevoli analoghe denunce, conclusesi con un nulla di fatto, l’avvocato Genchi ha chiesto l’assoluzione del suo assistito e la trasmissione degli atti alla Procura di Termini Imerese per valutare l’ipotesi di calunnia a carico della presunta persona offesa, oltre che per il reato di favoreggiamento nei confronti della madre, della figlia e dell’amica, frattanto diventata avvocato.

Su questi nuovi elementi, a breve, si dovrà pronunciare il gip di Termini Imerese, Claudio Emanuele Bencivinni.

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