Il giudice condanna il Cefop: formatori licenziati ingiustamente

[PALERMOTODAY] Il giudice del lavoro ha accolto il ricorso di tre formatori “cacciati” dall’ente regionale secondo “procedure non del tutto trasparenti ed arbitrarie”. Scilabra: “In passato la formazione professionale è stata macchiata da logiche clientelari”

Senza lavoro e stipendio per sei mesi per un licenziamento illegittimo, ma il giudice stabilisce il reintegro nonché il pagamento di arretrati e contributi pensionistici. E’ questa la sentenza del giudice del lavoro Paola Marino del tribunale di Palermo grazie alla quale tornano in servizio tre formatori del Cefop, ente di formazione professionale in amministrazione straordinaria, licenziati senza rispettare leggi ed accordi sindacali. “Inizialmente nel mondo della formazione ha regnato l’oscurità – ha spiegato l’assessore alla Formazione Nelli Scilabra – e non veniva fatto ciò che era utile per i lavoratori ed il territorio”:

La storia che coinvolge l’ente di formazione regionale ha inizio con la comunicazione inviata il 26 ottobre dello scorso anno: il Cefop avvia la il licenziamento collettivo per 351 lavoratori in eccedenza rispetto ai progetti attivati con l’avviso 20/2011 grazie al Fondo Sociale Europeo. Cominciano le contrattazioni e, agli inizi del dicembre 2012, i sindacati siglano un accordo per stabilire le procedure di licenziamento. Ne vengono fuori alcune graduatorie, realizzate su base provinciale, all’interno delle quali dovrebbero comparire tutti i “lavoratori del complesso aziendale”, dunque su base regionale come stabilito dalle leggi, per determinare chi andasse tagliato fuori secondo tre criteri: anzianità, carico familiare ed esigenze tecnico-organizzative e produttive.

Nei primi due casi, veniva attribuito uno 0,50 per il coniuge ed uno 0,50 per ogni figlio a carico nonché uno 0,01 per ogni mese di attività lavorativa. L’ultimo criterio, ideato con un tetto massimo di 4 punti, ha impedito l’applicazione concorsuale dei primi due parametri con il terzo: basti pensare che per ottenere il punteggio di 4, nei primi due casi, un lavoratore dell’ente avrebbe dovuto avere 33 anni e 4 mesi di attività lavorativa, una moglie e 7 figli a carico. Così facendo, il terzo criterio, “generico” in quanto privo della specificazione delle reali esigenze dell’ente, ha avuto un peso specifico maggiore rispetto agli altri.

Anche su questo si fonda il ricorso avanzato dagli avvocati Fabrizio Giustolisi e Roberta Rizzuto che hanno portato alla prima vittoria per i formatori “licenziati illegittimamente”. Nella fattispecie, il giudice ha rilevato “l’assoluta genericità ed arbitrarietà nella determinazione del punteggio relativo alle esigenze tecnico-produttive”, stravolgendo così la strutturazione delle graduatorie. In queste ultime, inoltre, venivano indicati solo coloro i quali sarebbero stati licenziati e non tutti i dipendenti, permettendo così una valutazione oggettiva e trasparente delle procedure. Anche questo requisito previsto dalla legge 223/91. Come se non bastasse alcuni dei lavoratori, poco dopo il licenziamento, sono stati contattati dallo stesso ente per ricoprire nuovamente l’incarico non più con un contratto a tempo indeterminato bensì con “contratti a tempo determinato”.

“Molti lavoratori hanno comunque preferito rinunciare a questa possibilità optando per la cassa integrazione – spiega l’assessore Scilabra -. Inizialmente il mondo della formazione è apparso cupo, oscuro. In questo caso, dopo i primi scontri con i commissari dell’ente, abbiamo fatto ciò che potevamo per fare reinserire chi ne aveva diritto. Più in generale, possiamo dire che nel sistema della formazione, per tempo, non ci sono stati grandi controlli. Gli enti, esistenti o nascituri, comunicavano i propri progetti rispetto agli avvisi regionali che venivano pubblicati e si cominciava a lavorare – poi conclude -. Non era una sistema ideato rispetto alla reale utilità dei progetti per i lavoratori e per la nostra terra, ma in certi casi rispecchiava le logiche clientelari che in qualche modo già conosciamo. Questo non esclude il fatto che ci siano e ci siano state realtà che hanno lavorato bene”.

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