“Il mio amico Manganelli”

[Espresso.repubblica.it – di Lirio Abbate] E’ stato il poliziotto che ha chiesto scusa ai giovani del G8 dopo le violenze alla Diaz. E ai familiari del tifoso ucciso da un agente. Un uomo che è riuscito ad avvicinare i palazzi del potere al territorio. Nel giorno della sua scomparsa ripercorriamo le tappe di una vita incentrata sulla lotta alla mafia e ai sequestri di persona.

Era il Capo della polizia ma anche un amico. Un investigatore di grandi qualità che nella lotta alla criminalità organizzata negli anni Ottanta e Novanta ha ottenuto grandi risultati per il bene di questo Paese. Perché alla sicurezza e alla protezione degli italiani puntava ogni giorno Antonio Manganelli, 62 anni, prefetto, numero uno dei poliziotti, padre, marito e persona perbene. E’ scomparso a Roma oggi, dopo che era stato ricoverato il 24 febbraio scorso all’ospedale San Giovanni.
Nella vita si è fortunati se durante il nostro percorso si riesce ad incontrare un uomo come lui, profondamente rispettoso delle istituzioni e dei cittadini. Vent’anni fa l’ho conosciuto in Sicilia, era il poliziotto con la faccia da bravo ragazzo, un giovane funzionario di polizia del Servizio centrale operativo – il reparto investigativo d’elite che lui ha contribuito a creare – indagava su mafia e sequestri di persona, droga e criminalità economica, lavorava al fianco di magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e stretti erano i rapporti con le polizie di mezzo mondo. I rapporti investigativi su Cosa nostra, quelli che hanno fatto la storia della lotta alla mafia, portano la firma di Antonio Manganelli. Come pure le prime rivelazioni dei più importanti pentiti di Cosa nostra, Tommaso Buscetta, Antonino Calderone e Salvatore Contorno.
A Buscetta, fra gli altri, era legato il ricordo di questo super poliziotto che insieme a Falcone raccolse le sue prime dichiarazioni. Manganelli ricordava le lunghe conversazioni fatte con Buscetta, la sera seduti con il pentito davanti al camino dell’abitazione protetta negli Stati Uniti.
«L’ultima volta che ho sentito Buscetta» mi raccontò un giorno Antonio Manganelli «è stato nel periodo in cui ero questore a Palermo. Mi chiamò al telefono pochi mesi prima della sua morte. Era malato di tumore. Mi telefonava dall’America. La prima cosa che mi colpì fu la sua voce, non era quella che conoscevo, era affaticata, si sentiva il peso della malattia. Era la sera della vigilia di natale ed ero in ufficio. Mi chiese se avessi voglia di descrivergli l’atmosfera di quella sera di Palermo. Mi alzai dalla sedie e andai verso la finestra e iniziai a descrivergli quello che vedevo: le automobili che sviluppavano una sorta di traffico nonostante fosse la vigilia di Natale, alcuni passanti che affrettavano il passo con in mano pacchi e regali. Buscetta ascoltando questa descrizione mi chiese se fosse dunque una città normale. Risposi di sì. Gli dissi che in quella serata era una città bella, piena di gente allegra, che si affrettava ad andare a casa a festeggiare. E lui mi disse: “che cosa bella, stasera mi addormento con questa bella immagine. Spero di aver contribuito anch’io a rendere Palermo migliore e se posso essere stato anche per un frammento a cambiare la realtà di questa città ne sono felice”. Ed è stata l’ultima volta che l’ho sentito».
Nei giorni maledetti del G8 di Genova 2001 Antonio Manganelli non era il capo della polizia, e in quei giorni era pure in vacanza, lontano da quei fatti. Responsabile del Viminale era Gianni De Gennaro. Eppure è stato proprio Antonio Manganelli a chiedere scusa per quello che è accaduto alla scuola Diaz di Genova. E si è scusato anche con i familiari del tifoso ucciso da un agente della polizia stradale.
Incontrando un anno fa un gruppo di studenti il capo della polizia ha detto: «Uno dei luoghi comuni peggiori, dirompenti, anche forieri di conflittualità col mondo della scuola, è di presentarci come controparte rispetto a coloro che manifestano il dissenso». Riferendosi alle forze di polizia Manganelli ha poi aggiunto: «Ai giovani che protestano per motivi vari deve essere consentito di esprimere il dissenso, ma li invitiamo a farlo nella legalità».
Ripeteva spesso che voleva “incollare” il centro, cioè il Viminale, al territorio, perchè secondo lui troppo lontano era il Palazzo dalle esigenze territoriali, «troppo aristrocratico, troppo autocelebrativo, stupidamente e ingenuamente convinto di costituire la vera fonte di sicurezza del Paese, magari non adeguatamente coadiuvato, lungo il difficile cammino, da quella che veniva chiamata, con approccio snob da altri quartieri, “periferia”».
Manganelli è riuscito nel suo intento a “incollare” territorio al Centro. E per questo era orgoglioso, fra le altre cose, che «le realtà territoriali» diceva Manganelli, «di cui il Paese deve essere orgoglioso per gli straordinari risultati che ottengono (“loro, non certo noi che viviamo avvolti troppo spesso nell’ovatta del Palazzo”), non ci guardano più come quelli con la puzza sotto al naso, ma come quelli che amano, li sostengono con gratitudine e li supportano, per quanto possono, nello svolgimento dei loro compiti».
Manganelli lo ricorderemo così, per la sua straordinaria capacità di essere stato un vero Capo.