“Il mio Cinema Paradiso a casa di papà e mamma”

A 8 anni diventò la star del film-Oscar di Tornatore "Recitai la mia fuga, in realtà non mi sono mai mosso" di LAURA ANELLO

Quasi non te l’aspetti di vederlo, qui, in un paesino di 2.500 abitanti lontano da Palermo due ore di tornanti e di vette. Per i milioni di spettatori che si sono commossi davanti a ‘Nuovo cinema Paradiso’, lui lasciava la Sicilia per sempre, via dalla ‘terra maligna’. Diventava un regista di successo, senza voltarsi mai indietro come Orfeo, ricacciando indietro la nostalgia, il grande amore, i legami familiari. Così, quando Totò Cascio, il bambino del film-premio Oscar di Tornatore ti appare, trentunenne, tra le mura di pietra di Chiusa Sclafani con un sacchetto di arance in mano, viene da dirgli: ‘E tu che ci fai qui? Ma non mi dire che alla fine sei tornato…?. Vorresti chiedergli pure se poi l’ha ritrovata la sua Elena, la bionda ragazza dei sogni aspettata invano per giorni interi sotto un balcone, a dispetto della pioggia e del sole.

Difficile distinguere tra realtà e pellicola, quando il sorriso è quel sorriso, quell’irresistibile contagiosa miscela di ingenuità, soave monelleria, intraprendenza bambina. E quando la voce è quella voce, con l’inflessione dialettale che addolcisce le battute di spirito. Già, il Salvatore del film se n’è andato per sempre, portando con sé gli spezzoni di pellicola avuti in eredità da Alfredo-Philippe Noiret, ma Totò Cascio la parabola l’ha fatta all’inverso. È tornato a casa con mamma, papà e i due fratelli, e la statuetta dell’Oscar che tiene in mano sembra precipitata in quest’angolo di Sicilia come il monolite di “Odissea nello spazio”.

Quando aveva 8 anni, le riprese del film che l’avrebbe portato al successo planetario: il Grand Prix speciale della giuria al Festival di Cannes, poi l’Oscar per il migliore film straniero, la popolarità in Giappone da cui andava e veniva girando spot pubblicitari pagati a peso d’oro. “Mi faceva ridere da morire come parlavano l’ a Tokyo racconta divertito – gli facevo dire parole siciliane, come Turiddu, e li registravo…”.

Poi il ritorno nella sua terra, “perché quella è stata una favola ed è finita, ma io sono sereno. Ero bambino, per me è stato un gioco. Se fossi stato più grande, magari mi sarei montato la testa, avrei fatto le valigie per andare a Roma. Ma io non ho voluto lasciare la mia famiglia, diventare un emigrante come quelli che vedo partire ogni giorno da qui, tutti insieme, dai nonni ai bambini. Nel film ad andarsene ce n’era uno solo, ed ero io. Qui sono spariti tutti i miei amici, chi a lavorare nell’esercito, chi nella polizia”.

Adesso la sua vita è nel supermercato di famiglia e soprattutto nel progetto di apertura di un ristorante-sala da ballo che – strizzando l’occhio al premio hollywoodiano – si chiamerà “l’Oscar dei sapori”, un monumento alla sua storia cinematografica, con i fotogrammi giganti sul soffitto, i premi, le locandine. “Morricone mi ha dato l’autorizzazione a utilizzare la sua musica per la pubblicità su una radio privata, il fotografo di scena Luca Biamonte i suoi scatti, sono stati tutti gentilissimi”, dice.

Mostra il cantiere, orgoglioso, insieme con il padre Giuseppe che da sempre guida i suoi passi, sulle colline di Chiusa Sclafani: gli operai sono alle ultime battute. Vuol dire che i conti con il passato li ha davvero fatti. E che il rimpianto per le luci della ribalta, se c’è, è sepolto da tonnellate di buon senso. A ricordare quella favola, oggi ci sono i cimeli nelle teche del salotto: le targhe, il premio Bafta inglese, le fotografie abbracciato a Tornatore e a Noiret. Ma soprattutto ci sono i suoi ricordi, uno straordinario “dietro le quinte” che racconta la storia del bambino più minuscolo della classe prelevato dalla sorte nel suo banco di terza elementare e diventato star. “Il giorno che vennero a scuola a fare il primo casting – racconta – io sono scappato in bagno. Pensavo fossero venuti i medici per le iniezioni, allora c’era una campagna di vaccinazioni. l’insegnante, e quel giorno c’era una supplente, si accorse che ne mancava uno all’appello e mi venne a prendere, la dovrà ringraziare per la vita. Me la ricordo la sua voce: “Tranquillo, Totò, solo la fotografia ti vogliono fare”.

Lui sorrise all’obiettivo. Divertito, sollevato, forse un po’ vergognato. E quel sorriso, quello sguardo nero di brace, quei capelli corvini e fitti, quella corporatura che lo avrebbe fatto sembrare una formica accanto al gigante Noiret, conquistarono Tornatore e i suoi collaboratori. Qualche mese dopo, primo provino dal vero a Cefal’, poi quello a Palazzo Adriano, la cittadina-gioiello qui vicino dove è stata girata la maggior parte delle scene e dove la passione per quel film fa arrivare ogni anno frotte di giapponesi in torpedone. l’ si giocava la partita finale. O bianco o nero, o testa o croce, o dentro o fuori. “Eravamo in due, io e un bambino del paese di Bisacquino con cui ero diventato amico. Presero me, e lui non mi saluto più. Ancora adesso, quando ci incrociamo, non ci diciamo neanche ciao. Lo capisco perfettamente, ma mi dispiace”.

Cominciò l’avventura, dopo la firma di un contratto da dieci milioni di lire lorde. Ed eccolo, quindi, davanti alla macchina da presa a girare l’entrata a scuola nel paese di Castelbuono, “un caldo da morire ma io ero ammantato di vestiti perché per il film era inverno, volevo andare a giocare a pallone, volevo i miei amici. Un disastro, quando le riprese fecero pausa per i dieci giorni successivi ero convinto che non mi chiamassero più”. Invece si andò avanti eccome, nonostante le sgridate di Tornatore (“Totò, a Roma sono tutti scontenti di te!”), nonostante i capricci.

Ma quando la pellicola uscì, nel 1988, fu un flop clamoroso: nessuno a fidarsi di quell’eternità da 155 minuti. La storia è nota. Il regista, su consiglio del produttore Franco Cristaldi, mette mano alle forbici, taglia più di mezz’ora, rinuncia spezzando i cuori degli spettatori all’incontro adulto con la ragazza perduta e fa diventare “Nuovo cinema Paradiso”, uno struggente racconto sul cinema, la vita, l’amore, la nostalgia.

Il successo contagia l’Italia, l’Europa, il mondo. “Quando hanno proclamato l’Oscar – racconta Totò – erano le quattro del mattino, dormivo con la febbre addosso. Ero a Roma con mio padre a girare “Il ricatto 2” con Massimo Ranieri, ricordo che ci festeggiarono sul set”.

Sì, perché anche se il suo viso è legato indissolubilmente a “Nuovo cinema Paradiso”, la sua carriera è stata più lunga:un po’ di cinema, tv, fino a “Padre speranza” con Bud Spencer, rimasta unica puntata pilota su Raidue. E’ il 2001, Totò ha 21 anni. La sua carriera finisce l’. Adesso, quando torna dal supermercato, qualche volta si chiude in camera e mette il dvd di “Nuovo cinema Paradiso”. “Ma devo essere da solo, perché mi commuovo e piango come una fontana”.

2 Commenti

  1. I enjoy castelbuono.org, as my family history started there, in Castelbuono, and Where my heart, now, lives. I Recognized the paese in Cinema Paradiso and, of late, in Odyssey Siciliana (Sicilian Odyssey) by:

    Jenna Constantine [ http://www.youtube.com/watch?v=wnZlkF-w69c ], where a photo (1953) of my grandfather Santi DiPasquale and his sister and her family are shown. I have visited there twice and hope to return once again. Baccione tutti–Castelbuonese.

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