Il vino, il lavoro e la politica.

Nonostante il dibattito nell?ultima campagna elettorale ha considerato più importanti da un punto di vista economico altre realtà produttive ed imprenditoriali, la realtà produttiva vitivinicola castelbuonese, quella per intenderci legata al marchio L.E.N.A. S. Anastasia,  per incidenza sul P.I.L. prodotto nella nostra Comunità e per la quantità e la qualità del lavoro (RISPETTO dei contratti, ricerca ed innovazione) è l?attività imprenditoriale ed economica per eccellenza nel nostro territorio.
E in un momento particolare fra la riforma degli O.C.M. ed approvazione del P.S.R. 2007-2013, tenuto conto di questa rilevanza, volevo fare alcune considerazioni in virtù della mia competenza e come responsabile FLAI CGIL di Castelbuono che riguardano intrinsecamente il settore vitivinicolo ma che, indicando un metodo, può interessare il settore agroalimentare nel suo complesso.

 
La Sicilia ha da sempre  costituito uno dei più antichi e importanti centri di diffusione della viticoltura per la singolare combinazione di elementi storici, sociali, geografici, culturali e strutturali.Ciò che ha contribuito a renderla un contesto prezioso nel panorama italiano, e un serbatoio importante da cui attingere le risorse genetiche per diversificare le produzioni enologiche, sono state le vicende storiche legate alle diverse dominazioni che, congiuntamente alla presenza dei numerosi porti marittimi, hanno favorito intensi scambi di materiale vegetale con tutti i Paesi del bacino del Mediterraneo; e poi  la variabilità climatica, orografica e pedologica presente nell’Isola. La polverizzazione della proprietà che ha favorito il permanere di una viticoltura familiare, caratterizzata da forme di allevamento tradizionali e dalla conservazione di vecchie varietà.

Oggi la vitivinicoltura è, insieme a quello oleicolo, il settore di maggior traino economico dell’agricoltura siciliana. Non è mia intenzione annoiarvi snocciolando cifre sulla produzione regionale e il valore percentuale sulla produzione nazionale; è mia intenzione invece  proporre una diversa e divergente  ?visione della vitivinicoltura? rispetto a quella che  la politica comunitaria sta definendo che ha  come logica conseguenza la sostituzione  del processo qualitativo legato alle normali pratiche vitivinicole da  un insieme di tecniche enologiche correttive e ricostrutti. (potremmo quasi parlare di lifting del vino).
I mercanti e le multinazionali  hanno fornito inchiostro e penna, i teorici del liberismo hanno fornito gli argomenti, i rappresentanti professionali hanno creduto di vedervi lo strumento mancante alla competitività della viticoltura europea, Bruxelles ha completato il tutto mettendo nero su bianco il principio della dissoluzione dei particolarismi culturali del vino. Di cosa si tratta? Niente di meno che di legalizzare a livello europeo, ?l?arrangiamento? dei nostri vini, per renderli compatibili con uno standard di consumo immaginato dagli specialisti del marketing delle grandi case produttrici di liquori internazionali. Si potrà aromatizzare il vino, toglierli l?alcol, aggiungerli della glicerina, fermentare in Europa mosti concentrati argentini oppure importare del succo d?uva per fabbricare dei ?vini? svedesi ! Si potranno mixare i continenti e mettere in concorrenza i poveri per trarre profitto dallo sfruttamento dei lavoratori dei nuovi Paesi produttori per pagare il vino meno caro al supermercato. E ciò non riguarda solo i vini; la stessa cosa si sta facendo con il latte, la cioccolata, gli oli ad esempio.
I  paesaggi, la storia, la cultura, le donne e gli uomini della vigna, i saperi accumulati, i vitigni addomesticati localmente o autoctoni, la condivisione della sorpresa di nuove annate, le sottili distinzioni date delle origini o dal singolo savoir faire, il piccolo vino popolare saporito o la grande etichetta, i tanti  vitigni italiani, le cinquemila varietà del mondo, tutta questa ricchezza dovrebbe scomparire per lasciare il posto all?uniformità e alla riproducibilità di un gusto globale.
Questa politica ha cattivo gusto: intende uccidere il vino già all?atto della sua produzione mediante l?imposizione di modelli di coltura intensivi e di tecniche chimiche d?elaborazione. Intende cancellare i produttori dalla memoria del vino, per lasciare campo libero ad un prodotto definito secondo standard agroalimentari. Siamo in una situazione critica: l?alleanza del grande commercio e delle lobby anti-vino, con la benedizione dell?Unione Europea, distrugge il carattere contadino e singolare del vino.
Questa alleanza cerca di rompere e cancellare la sua legittimità culturale, per lasciare il posto ad un grande mercato mondiale delle bevande alcoliche, per il solo profitto di alcune multinazionali. Essa trascura l?aspetto umano e sociale, sacrificando la forza lavoro ed il dinamismo dei territori che vivono e danno vita all?economia basata sul vino. Dovremmo assistere, impotenti, alla morte del vino e alla creazione di bevande che danno ebbrezza sprovviste di qualsivoglia umanità perché unicamente merci alcoliche? Il bracciante che lavora nella vigna è espressione della ?alchimia? più antica, quella che trasforma il minerale in sensoriale, quella che rappresenta il portato di generazioni che hanno costruito paesaggi, usi, simboli, quelli che creano dei legami, dà felicità e piacere condiviso. Ecco perché bisogna  resistere ad un progetto di riforma che non tenga in alcun conto la dimensione culturale, sociale economica e ambientale della viticoltura e condanna il vino alla perdita di significato! Noi dobbiamo sostenere  una riforma che applichi al vino il principio d?eccezione culturale e offra un futuro alla vitivinicoltura contadina e che ponga la Vigna al centro di ogni discussione sul settore vitivinicolo.
Porre al centro la Vigna significa legare ad esso indissolubilmente la questione del lavoro, parola che sempre meno ha rilevanza nei documenti di Programmazione Comunitaria. Legalità del lavoro significa rispetto della dignità e della qualità  del lavoro dei braccianti   ed eliminare fenomeni di nuovo schiavismo che pure è in atto nelle campagne nei confronti di lavoratori indigeni ed extracomunitari; e visto che si parla di riforma di pensioni io credo che non possa non essere considerato ?logorante? il lavoro del bracciante nella vigna. Ma qualità del lavoro  deve riguardare chi fa un lavoro intellettuale nella vigna, chi organizza i processi produttivi e chi gestisce la trasformazione del prodotto. Qualità del lavoro è sinonimo di formazione, così come solo attraverso la formazione si possono  tramandare i saperi fra le vecchie e le nuove generazioni. Non possiamo non mettere la scuola, responsabilizzandone chi la guida,  al centro di qualsiasi progetto per la conservazione e la valorizzazione della nostra identità culturale e colturale della vigna e del vino; processo questo fondamentale  per lo sviluppo economico di questo settore  e di tutta l?economia siciliana. E? quindi necessario sempre più un partenariato fra scuola, università e aziende vitivinicole.Porre al centro la vigna  significa anche porre la questione  della conservazione del germoplasma, dei vitigni autoctoni; tenendo conto che la globalizzazione opera per reti  di impresa, della ricerca, delle istituzioni, della finanza, della cultura  e diventano maggiormente competitivi quei nodi che si avvantaggiano del radicamento ai contesti territoriali locali che offrono risorse particolari non riproducibili altrove diventa UNICO un territorio, una cultivar, un sapore ad esso legato, un paesaggio, uno stile di vita, un modo di essere; è unica la viticoltura siciliana, perchè è diversa da quella del piemontese o quella toscana. A loro volta queste costituiscono una vitivinicoltura italiana che non ha niente  a che vedere ad esempio con quella francese.Pensate  che la fortuna dei vini toscani del Chianti passa solo per le qualità organolettiche del loro prodotto? O forse loro attraverso una etichetta riescono  a commercializzare  uno stile, una immagine, un paesaggio? Non vendono forse un modo di essere e un modo di vivere? Io credo di si! Forse loro sono riusciti a mettere insieme tradizione ed innovazione, legando emozioni e suggestioni ad un bicchiere di vino.
 E? questa la sfida che dobbiamo affrontare per la competitività del settore vitivinicolo e del comparto agroalimentare nel suo complesso  mettere insieme tradizione ed innovazione, due concetti forse in antitesi fra loro ma che in sintesi esprimono il concetto della MODERNITA?. Perchè non possiamo competere con paesi che producono a costi bassissimi, perchè non possiamo competere nel momento in cui produciamo la stessa cosa: se ad esempio il Chile produce Cabernet Souvignon  e noi porduciamo Cabernet Souvignon, chi secondo voi è competitivo nei mercati globali del gusto unico del prodotto VINO? Chi invece lo diventa   se il Cile continua a produrre Cabernet Souvignon e la Sicilia produce un prodotto diverso, di qualità legato ai vitigni autoctoni ed ai saperi delle nostre maestranze? Io credo che lo diventano entrambi competitivi ma per mercati che non entrano in competizione fra loro perchè il consumatore oramai è un consumatore esigente a volte anche preparato e che comunque ha voglia e capacità economica per essere sedotto ed emozionato  dal gusto e da tutto ciò che esso esprime.
Quindi, ripeto, la sfida per rendere competitivo il settore vitivinicolo è mettere insieme tradizione ed innovazione nella vigna, tradizione ed innovazione nel modo di produrre e commercializzare
Tradizione nella vigna significa l?utilizzo dei tradizionali vitigni, uso delle pratiche proprie dei nostri saperi. Innovazione nella vigna vuol dire oggi produrre nel pieno rispetto del?ambiente,  il Biodinamico ad esempio è la nuova frontiera che nell?azienda S. Anastasia stanno sperimentando. E un prodotto di qualità che esce dalla vigna diventa con molta più facilità e senza alchimie enologiche una buona qualità nella bottiglia. Una pessima uva naturalmente da un pessimo vino, con alchimie può diventare altra cosa. Senza dimenticare che produrre qualità nell?uva significa perdere in quantità ed è un concetto spesso difficile da far capire ai produttori; anche perchè per anni molti  essi  hanno prodotto direttamente per l?ammasso, tenendo conto dell?aspetto quantitativo e non di quello qualitativo.
Esistono tanti operatori in questa Regione, per fortuna; ma tanti operatori che si muovono singolarmente senza una logica di distretto, di filiera, senza alcuna logica territoriale non fanno un sistema; è necessario quindi creare una RETE con  una preliminare azione di marketing territoriale coinvolgendo le aziende locali, la piccola azienda e la famosa etichetta, il commerciante, le istituzioni e promuovendone la organizzazione in filiera e la promozione anche attraverso un ampio utilizzo delle tecnologie informatiche;  nella fase successiva, quindi   nella gestione di un partenariato territoriale  diventerà di fondamentale  importanza  il trasferimento di conoscenze ( know-how),  la formazione  di nuove competenze per mantenere in relazione  la domanda  e l?offerta dei beni/ servizi al fine di vendere un pacchetto Vino – Territorio, Enogastronomia – Territorio.
E in questo la politica assume un ruolo centrale perchè è onere  della politica mettere in relazione fra loro tutti coloro che operano nel settore, istituzioni pubbliche, le banche, gli imprenditori, i commercianti. E? onere della politica assumersene i costi e il Piano Convergenza 2007-2013 è l?ultima opportunità. E sapete quale sarà l?Ente attraverso il quale passerà  gran parte dei denari previsti nell?ambito del Piano di Sviluppo Rurale? L?Ente Provincia, nel nostro caso la Provincia di Palermo. Ecco perchè il bisogno di qualificare questa Istituzione con donne ed uomini dalle menti fresche e che apportino  Nuove Competenze per Visioni di Vero Sviluppo e non di assistenza.
Questa  è Innovazione nel modo di produrre e nel modo commercializzare ma può non  bastare; e non basta se il prodotto non è un prodotto di qualità.
L?innovazione fondamentale per le produzioni agroalimentari  siciliane e quindi anche della vitivinicoltura è produrre qualità.
Non siamo all?anno zero; esistono  eccellenze, prodotti straordinari da conservare gelosamente in degli scrigli, molto spesso sconosciuti ai consumatori ma esiste un ventre molle della vitivinicoltura e della società siciliana che è lenta nei confronti dei cambiamenti anche se essi sono in atto.
E? stata fatta nel passato  un?intensa attività di promozione e di  mirata disincentivazione della produzione sfusa e sono nate tante etichettte; sono nate poche etichette di qualità n proporzione alla dimensione economica del settore e rispetto ad altre realtà regionali italiane. Sono poche quelle ad es. DOC e DOCG e IGT che comunque   danno  garanzie sulla provenienza e su come viene prodotto un vino, ma da qui a garantire completamente anche la qualità la strada è lunga.
Quindi è necessario identificare anche un Nuovo modo per qualificare il prodotto  Vino; identificazione che deve riguardare  il rispetto del lavoro nell?azienda dove esso viene prodotto, il rispetto dell?ambiente, oltre che la qualità delle uve utilizzate e il modo con cui esse vengono trasformate. La frontiera  a mio modesto parere è la definizione di un marchio ed il controllo di qualità successivo, ovviamente,  che identifichi un prodotto e  che lo differenzi dal resto della produzione nazionale ed internazionale.
Il marchio del  VINO ETICO, io lo definirei così:
Etico perchè è il prodotto di  saperi e di un territori legati indissolubilmente nel raggiungimento di  sapori  di elevata qualità UNICI ed UNIVOCI;
Etico perchè è prodotto nel pieno rispetto della legalità del lavoro;
Etico perchè è prodotto rispettando l?ambiente.
E? questa l?unica possibilità per rendere differente ed identificare  una bottiglia di vino prodotta da un vitigno siciliano, lavorato in un?azienda siciliana, con i saperi siciliani, nella dignità del lavoro e nel rispetto dell?ambiente.
E? un metodo che può e che deve essere  esteso ad altri prodotti agroalimentari. Mettere insieme in un paniere un vino Etico, un olio etico, il  latte e i suoi derivati Etici, la farina ed i prodotti da forno Etici, la farina e la pasta Etici, l?ortofruttta  e i suoi derivati (marmellate) Etici.
Un paniere che esprimi un territorio, un paniere che esprimi un patrimonio culturale, un paniere che crei economia e determini ricchezza.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.