In cento metri, tra De Andr?, Castelli e gli altri

Prova a fare 100 metri in mezz?ora e scoprirai un mondo meraviglioso intorno a te; è il motto-manifesto  dell??Associazione per il Tempo dilatato? che non richiede preamboli di spiegazioni: si entra subito in un magico ritmo di attesa e di tensione sollevata dalla scoperta di ogni piccolo e, apparentemente, insignificante particolare di una quotidianità scandita dai ritmi di una vita in cui pare non accade nulla di straordinario.

Ho fatto mia questa frase meravigliosa, e così quando posso mi estranio dagli eventi frenetici e assumo una cautela da deserto rispetto al ritmo ciclico incalzante, e a volte sovrapposto, di notizie ed eventi che si rincorrono concatenati e capaci di risucchiarti dentro a vortici di interessi consumati, senza percepire più il nocciolo delle situazioni e le loro connessioni. Di conseguenza, mi trovo eternamente indietro e senza voglia di forzare i tempi: la regola magica dei ?100 metri in mezz?ora? mi tiene alla larga di ogni competizione informativa.

Quindi arrivo con notevole ritardo al dibattito avviato e appassionato sulla intitolazione di una via, o di una piazza, al cantautore Fabrizio de André.
Ho sempre avuto un atteggiamento di rifiuto rispetto ad ogni tipo di mitizzazione di donne e uomini che hanno fatto dei propri pensieri e delle proprie riflessioni e della propria vita, riferimenti e modelli culturali ad intere generazioni.

Ho amato Fabrizio de André come ho amato George Brassens di cui De André ha spesso attinto le sue ispirazioni e tradotti alcuni suoi testi; sono stato pomeriggi interi disteso sul letto con le dita intrecciate dietro la nuca, ad ascoltare le melanconie di Leonard Cohen: De André gli ha tradotto la bellissima ?Suzanne?. La splendida Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master, la quale è stata tradotta e cantata dal cantautore genovese, è stata una pietra miliare nella mia scoperta della letteratura americana, insieme a Kerouac, Ginsberg, Ferlinghetti, Withman, Miller e altri ancora, Spoon River è forse la più ?innocua? delle dirompenti innovazioni e dissacrazioni che gli artisti della Beat Generation hanno creato nella letteratura moderna, ma Spoon River è la più poetica, è la più intima e la più affine alla sensibilità artistica di De André.
Questo appena citato è soltanto una parte delle fonti attinte da De André, da aggiungere una sua personalissima lettura della Chanson Provençale e un?interpretazione magistrale sui testi medievali italiani e francesi, Carlo Martello e Si fossi foco su tutto.

Non voglio sminuire l?opera di De André: ha fatto delle canzoni-poesie terribilmente belle e struggenti. Ho appena detto che l?ho amato e anche studiato nella mia antologia liceale. Ho ascoltato più di tutto l?album ?Storia di un impiegato?, forse l?unico lavoro esplicitamente politico, ma quelli erano anni dove la canzone italiana stava subendo una violenza nella sua effimera funzione.
Erano anni dove la canzone non doveva essere solo una ?scanzonata? ma una realtà cantata, ?Stanze di vita quotidiana?, non importava se si stonava o se gli arrangiamenti non erano curati da maestri di musica. Si metteva in note tutto quello che uno aveva dentro, un fatto straordinario era che c?erano produttori discografici disposti a rischiare e investire.

Erano anni dell?impegno politico a tempo pieno, e anche se qualcuno preferisce leggere De Andrè in chiave di disimpegno ed estraniazione dal grande movimento politico-musicale, è fuor di dubbio la sua collocazione negli schieramenti schematici di allora.

La proposta di inserire nella toponomastica castelbuonese il nome di Fabrizio de André, secondo me, è un progetto di ammirevole zelo di un gruppo di persone, ai quali va tutto il mio profondo rispetto e merito di aver dato vita a un dibattito interessante, che amano in modo passionale e viscerale l?autore, ma, credo, se non inserito in un contesto più ampio, rischia di diventare una proposta di autocompiacimento e di narcisismo.
A parer mio, non è soltanto una via o una piazza a dovere subire una nuova intitolazione, ma tutta la toponomastica castelbuonese dovrà essere sottoposta ad una rilettura, considerando anche la destituzione di alcune vie. Provo a dare alcuni spunti.
Toglierei il duplicato Via Principe Umberto con Corso Umberto I°, e per il suo nefasto ricordo che questo personaggio ha avuto nella storia italiana, suggerirei di toglierlo completamente.

Farei chiarezza su Corso Vittorio Emanuele a quale Vittorio Emanuele si riferisce, visto che ne abbiamo avuti tanti e uno è ancora vivente ed è spesso sulle cronache giudiziarie per vicende poco ?regale?.

Castelbuono è stato dichiarato dal sindaco Mario Cicero ?Paese di Pace?, agli ingressi del paese sventola la bandiera della Pace; credo che anche un grande pacifista come Gandhi abbia il diritto di completare il valore di questa definizione.
Io poi che sono uno sfegatato dylaniano proporrei un giusto riconoscimento all?ispiratore di tanti artisti, tra i quali anche il De Andrè, a Bob Dylan: la sua ballata Masters of War è un inno al pacifismo internazionale. Bob Dylan è stato designato per il premio Nobel della letteratura.
Poi che facciamo con chi come me, ha cantato e stonato Guccini, De Gregori, Lolli e perché no, Lucio Battisti, e vedrebbe anche per loro un vicoletto o una piazzuola con i loro nomi sulle targhe, non sono stati (e lo sono ancora) anche loro poeti e cantautori? Non meritano anche loro…?
Come vedete la proposta è da prendere in considerazione, ma per non farla rimanere solo una ?idea? di persone che amano De Andrè, questa Amministrazione dovrebbe valutare una seria considerazione di una revisione globale della toponomastica castelbuonese, con il contributo delle tante realtà culturali locali.  Anche quella di castelbuono.org.
Castelbuono continua a rimanere ingrato ad Antonio Castelli; troppo a lungo ignorato lo spessore della sua prosa, imperdonabile la disattenzione della ?Nomenclatura intellettuale? castelbuonese sul giusto riconoscimento di questo grande scrittore. Neanche un piccolo accenno nelle attività culturali locali, dove invece,  trovano ampi spazi mostre di auto, gare di cavalli, sia animali che motoristiche,  che per quanto coinvolgenti possano essere, impoveriscono e dissipano le iniziative di un valore diverso, di un ?valore aggiunto? direbbe qualcun altro.

Non che Antonio Castelli abbia bisogno di conferenze o convegni in pompa magna con critici e esegesi pronti a spiegare l?attitudine affabulatoria di Castelli. Proprio lui, dal centro del suo universo indiscreto, ne farebbe a meno, ma la dovuta attenzione dei suoi concittadini, ?serve?, a noi umani lettori e alle nuove generazioni, la riscoperta di un legame tra prosa e il rapporto fisiologico con la propria terra, di cui Castelli ha dato prova di una misteriosa grandezza.
Ho i cento metri in mezz?ora che mi aspettano.

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