“In memoria del divo Giulio.”

Andreotti è morto. Da giorni l’opinione pubblica italiana è spaccata tra chi ne tesse le lodi e chi ne sottolinea i lati oscuri e le vicende ambigue. Di certo è stata una figura politica importantissima, un uomo di Stato tra i più potenti della storia della nostra Repubblica. Un “divo” per il ruolo, il carisma, la visione politica, l’influenza; un uomo d’altri tempi per ironia, saggezza, riservatezza. C’era fin dall’assemblea costituente, c’era ancora persino tra gli eleggibili alla presidenza della Repubblica, un mese fa, quando tutti sapevano essere già molto malato e ormai quasi in punto di morte. Andreotti ha fatto la Dc e ha fatto la politica all’italiana, quella che ha avuto un ruolo determinante nelle questioni estere dal dopoguerra agli anni ’90, un ruolo cardine nelle delicate questioni che vedevano opposti  filoamericani e filosovietici, mondo arabo e mondo occidentale. Con la fine della prima Repubblica si è pensato erroneamente che un certo modo di vedere la cosa pubblica fosse definitivamente tramontato, inutile dire che non è stato così. Tantomeno ci siamo scrollati di dosso certi personaggi. A volte in prima persona altre volte con i naturali eredi, che ci troviamo adesso al governo. Un lascito positivo però c’è: lo stile. Tanti ancora imitano lo stile e l’educazione che ha caratterizzato lo statista Andreotti, sopratutto quando ha svolto le funzione di Ministro degli Esteri, oltre quella di Presidente del Consiglio. Stile che rimpiangiamo nell’era della politica fatta alla Berlusconi. Se questo ha ancora valore, è una cosa che sento di riconoscere. Però, devo dire, il ricordo che mi rimane del “belzebù” Andreotti è la ridondante presenza in tanti “scandali” di Stato e la costante dell’utilizzo delle amicizie mafiose, utilizzate per risolvere delle questioni personali o di interesse nazionale. L’Andreotti passato in giudizio e poi in prescrizione per i fatti commessi fino alla primavera del 1980. Proprio quell’Andreotti lì. Per cui, mi sento di lasciare un epitaffio, che è uno stralcio preso direttamente dal profilo su Wikipedia del divo, che rende giustizia ad anni di informazione scorretta, impaurita, parziale e salottista. Un fatto giudiziario che rimane e che è l’unica cosa che conta aldilà delle trasmissioni revisioniste dei Vespa e simili. Mi preme comunque ricordare come Andreotti abbia sempre avuto il massimo rispetto verso l’istituzione che lo ha giudicato, sia prima che dopo le sentenza, riconoscendo una funzione sacra alla magistratura, che può essere criticata ma mai essere messa in dubbio o ridicolizzata.

Il 2 maggio 2003 è stato giudicato per concorso esterno in associazione mafiosa dalla Corte d’Appello di Palermo, la quale lo ha assolto per i fatti successivi al 1980 e ha dichiarato il non luogo a procedere per i fatti anteriori. Era stato assolto in primo grado, il 23 ottobre 1999. Nell’ultimo grado di giudizio, la II sezione penale della Corte di Cassazione ha confermato la sentenza di appello, richiamando il concetto di “concreta collaborazione” con esponenti di spicco di Cosa Nostra fino alla primavera del 1980, presente nel dispositivo di appello. Il reato “ravvisabile” non era però più perseguibile per sopravvenuta prescrizione e quindi si è dichiarato il “non luogo a procedere” nei confronti di Andreotti.

L’obiter dictum (parte di una sentenza che non “fa diritto”) della sentenza della Corte di Appello di Palermo del 2 maggio 2003, parla di «…un’autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell’imputato verso i mafiosi fino alla primavera del 1980»

Nel dettaglio, il giudice di legittimità, scrive[32]:

Pertanto la Corte palermitana non si è limitata ad affermare la generica e astratta disponibilità di Andreotti nei confronti di Cosa Nostra e di alcuni dei suoi vertici, ma ne ha sottolineato i rapporti con i suoi referenti siciliani (del resto in armonia con quanto ritenuto dal Tribunale), individuati in Salvo Lima, nei cugini Salvo e, sia pure con maggiori limitazioni temporali, in Vito Ciancimino, per poi ritenere (in ciò distaccandosi dal primo giudice) l’imputato compartecipe dei rapporti da costoro sicuramente intrattenuti con Cosa Nostra, rapporti che, nel convincimento della Corte territoriale, sarebbero stati dall’imputato coltivati anche personalmente (con Badalamenti e, soprattutto, con Bontate) e che sarebbero stati per lui forieri di qualche vantaggio elettorale (certamente sperato, solo parzialmente conseguito) e di interventi extra ordinem, sinallagmaticamente collegati alla sua disponibilità ad incontri e ad interazioni (il riferimento della Corte territoriale è alla questione Mattarella), oltre che alla rinunzia a denunciare i fatti gravi di cui era venuto a conoscenza

Le rivelazioni dei pentiti:

Leonardo Messina ha affermato di aver sentito dire che Andreotti era “punciutu”, ossia un uomo d’onore con giuramento rituale.

Baldassare Di Maggio raccontò di un bacio tra Andreotti e Totò Riina. Successivamente questo non venne provato e si ritiene che abbia attirato tutta l’attenzione del processo su questo ipotetico fatto suggestivo, allontanandola dalle testimonianze di circa 40 pentiti.

Giovanni Brusca ha affermato: «Per quel che riguarda gli omicidi Dalla Chiesa e Chinnici, io credo che non sarebbe stato possibile eseguirli senza scatenare una reazione dello Stato se non ci fosse stato il benestare di Andreotti. Durante la guerra di mafia c’erano morti tutti i giorni. Nino Salvo mi incaricò di dire a Totò Riina che Andreotti ci invitava a stare calmi, a non fare troppi morti, altrimenti sarebbe stato costretto ad intervenire con leggi speciali.» e «Chiarisco che in Cosa Nostra c’era la consapevolezza di poter contare su un personaggio come Andreotti.».

 

?Oltre Fiumara ? Rubrica settimanale che apre uno spiraglio tra le cinta murarie del borgo, per far passare qualche notizia fuori dal comune.?