Inchiesta “Why Not”: un anno e tre mesi a de Magistris e Genchi

[NAPOLI.REPUBBLICA.IT] “La mia vita è sconvolta, ho subito la peggiore delle ingiustizie. Sono profondamente addolorato per aver ricevuto una condanna per fatti insussistenti. Ma rifarei tutto, e non cederò alla tentazione di perdere completamente la fiducia nello Stato”. Luigi de Magistris affida a Facebook il suo sfogo a caldo e definisce la condanna a un anno e tre mesi “un errore giudiziario”. Insieme al sindaco di Napoli, i giudici della X sezione penale del Tribunale di Roma, hanno condannato anche il consulente informatico Gioacchino Genchi. Per i due imputati è stata anche disposta l’interdizione dai pubblici uffici per un anno, e contestualmente la sospensione della pena principale e di quella accessoria, e il risarcimento del danno in favore delle parti civili costituite e una provvisionale, complessivamente, di 20mila euro.

De Magistris, all’epoca pm di Catanzaro, e Genchi dovevano rispondere di abuso d’ufficio per aver acquisito nell’inchiesta calabrese “Why Not”, tra il 2006 e il 2007, senza le necessarie autorizzazioni delle Camere di appartenenza, i tabulati delle utenze di 5 parlamentari: Romano Prodi, Francesco Rutelli, Clemente Mastella, Marco Minniti e Antonio Gentile. Al termine della requisitoria il pubblico ministero Roberto Felici aveva chiesto la condanna di Genchi a 1 anno e 6 mesi e l’assoluzione di de Magistris.

Il pm.
Per la procura, de Magistris ebbe il solo torto di concedere nel 2007 carta bianca a Genchi, il cui incarico era finalizzato a portare alla luce il giro di relazioni e rapporti desumibili dalla rubrica telefonica (che conteneva migliaia di numeri) riconducibile all’imprenditore Antonio Saladino, al centro dell’inchiesta “Why Not”.

“In questo modo – aveva detto in sede di requisitoria il pm Felici – de Magistris si è di fatto consegnato allo stesso Genchi al punto che il consulente tecnico è andato oltre il suo ruolo e si è trasformato in investigatore (essendo pure un funzionario della polizia di Stato), disponendo i decreti di acquisizione di atti che il pm firmava con non troppa attenzione. E Genchi, che da 15 anni faceva questo lavoro, non poteva non sapere che occorresse un via libera del Parlamento per indagare sulle utenze di politici, come Prodi, Mastella, Rutelli, Minniti, Gentile, Gozzi e Pittelli”.

Secondo il pubblico ministero, “Genchi, negli anni, si era costruito un database pieno di informazioni, creando un bagaglio di conoscenze enorme, sapeva vita, morte e miracoli dei politici, le loro abitudini. Ma al di là di quell’agenda telefonica di Saladino non c’era alcun altro indizio che giustificasse il coinvolgimento di parlamentari”.

La conclusione, per il rappresentante della accusa, era una sola: “Tutta l’operazione di acquisizione illecita dei tabulati è stata condotta e gestita da Genchi, complice anche la scarsa attenzione del pm, perché era lui l’effettivo ‘dominus dell’indaginè, era lui a raccogliere dati e informazioni, era lui a selezionare e a valutare ciò che poteva essere utile all’inchiesta “Why Not”. De Magistris, probabilmente, non sapeva del coinvolgimento di parlamentari né era consapevole che il suo consulente ci stesse lavorando sopra”. Una conclusione, però, che non ha trovato d’accordo il tribunale che nelle motivazioni spiegherà il perché della condanna inflitta anche all’attuale sindaco di Napoli.

Mastella. “Nulla mai potrà ripagarmi. Quell’indagine, condotta in maniera illegale, è stata all’origine di tutte le mie difficoltà, sul piano umano e sul piano politico. Quell’indagine ha cambiato, fino a stravolgerla, la storia politica italiana”. Questo il commento dell’ex guardasigilli Clemente Mastella.”Da allora tutto è precipitato – si sfoga Mastella – Ho subito processi mediatici, sono stato additato come il politico aduso all’illegalità. Ora i magistrati hanno accertato la verità, ovvero che a compiere atti illegali è stato chi mi ha voluto a forza indagare, senza alcun motivo. Purtroppo, nessuno, niente potrà mai ripagarmi per il grave danno subito”.

Lo sfogo di de Magistris. “Rifarei tutto, ho giurato sulla Costituzione ed ho sempre pensato che un magistrato abbia il dovere di indagare ad ogni livello, anche quello che riguarda la politica”, dice su Facebook il sindaco di Napoli che aveva trascorso la mattinata in Consiglio comunale, dedicandosi alla nuova iniziativa del Comune contro racket e usura, l’esenzione dalle tasse municipali per chi denuncia questi “odiosi reati”. Poi, nel pomeriggio, la notizia della sentenza. A maggio, deponendo in aula al processo, l’ex pm aveva ribadito la correttezza del suo operato, definendo la vicenda giudiziaria “un calvario” e auspicandone con fiducia la positiva conclusione. Non è andata così.

I reati che gli vengono contestati per de Magistris sono “fatti insussistenti”. “In Italia, credo, non esistano condanne per abuso di ufficio non patrimoniale. Sono stato condannato per avere acquisito tabulati di alcuni parlamentari, pur non essendoci alcuna prova che potessi sapere che si trattasse di utenze a loro riconducibili. Prima mi hanno strappato la toga, con un processo disciplinare assurdo e clamoroso, ed ora mi condannano, a distanza di anni, per aver svolto indagini doverose su fatti gravissimi riconducibili anche ad esponenti politici. Non avendo commesso alcun reato, ho la speranza che si possa riformare, in appello, questo gravissimo e inaccettabile errore giudiziario”, sottolinea.

“Con questa sentenza, di fatto, mi viene detto che non avrei dovuto indagare su alcuni pezzi di Stato, che avrei dovuto fermarmi. Rifarei tutto, perché ho agito con coscienza e rispettando solo la Costituzione. Vado avanti con onestà e rettitudine. La giustizia è più forte della legalità formale intrisa di ingiustizia profonda”, conclude il sindaco di Napoli.

Le reazioni sul social network. Sul suo profilo Facebook, i commenti sono divisi in due: c’è chi lo incoraggia ad andare avanti (“resisti, sindaco”), chi gli chiede di dimettersi. Il governatore campano Stefano Caldoro ricorda di essere “garantista a 360 gradi” e sottolinea: “Fino al terzo grado si è sempre innocenti”. Anche Forza Italia ribadisce la linea del garantismo, ma – per il coordinatore campano Domenico De Siano – “coerenza politica vorrebbe che chi ha quotidianamente chiesto la testa dei politici anche solo indagati, figuriamoci dei rinviati a giudizio o condannati, ne traesse le debite conseguenze”.

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