“Io, cronista sotto scorta costretto a giustificarmi per le minacce che ricevo”

[REPUBBLICA.IT – Carlo Bonini] Con Lirio Abbate, inviato dell’Espresso, si dovrebbe e potrebbe cominciare dall’inizio. Da una mattina di sette anni fa, quando le minacce dei Corleonesi lo consegnano a una vita diversa. A un’altra città. E invece, bisogna afferrare la coda di quanto gli è accaduto nelle ultime quarantotto ore. Lo speronamento nella notte dell’auto su cui viaggiava con la sua scorta in pieno centro storico di Roma. Perché è nella coda che si misura una condizione molto italiana.
E dunque, Lirio: racconta ora alla squadra mobile il ragazzo ventenne alla guida della Renault Clio che vi ha prima seguito e poi speronato, che è stato un equivoco. Un banale tamponamento, di cui si scusa. Che si era messo nella vostra scia per guadagnare tempo nel traffico. Che in macchina con lui non c’era nessuno e la tessera sanitaria intestata a un cittadino egiziano ritrovata dagli agenti della tua scorta non apparteneva a un “complice” fuggito nella notte. Più semplicemente  –  dice il ragazzo  –  aveva trovato quel documento in un distributore automatico di tabacchi e lo usava il fratello minorenne per acquistare le sigarette. Insomma, che non c’è mistero. Vi ha tamponato e poi è fuggito perché era spaventato.
“Ed è una storia credibile? Primo: come faceva il ragazzo a sapere che mettendosi nella nostra scia avrebbe guadagnato tempo nel traffico? La macchina su cui viaggiavo era una berlina senza lampeggiante, né sirena. Secondo: quale traffico? Alle dieci e mezzo di martedì sera non c’era nessuna colonna di macchine da aggirare. Ci è stato dietro per oltre un chilometro in una città semi-deserta. Terzo: se davvero ci ha tamponato e poi si è spaventato, perché non si è sentito rassicurato quando ha sentito gridare “Polizia”? Perché non ha subito detto agli agenti della mia scorta che era tutto e solo un incredibile equivoco? Perché per un giorno e mezzo in Questura non ha dato uno straccio di versione credibile? Il problema è che queste domande non dovrei farmele io. Il fatto che sia io a porle dimostra quale incredibile capovolgimento vive in questo Paese chi ha la sfortuna di essere nella mia condizione. E comunque mi risulta per certo che la Squadra mobile non consideri affatto chiusi gli accertamenti”.
Vuoi dire che è la vittima a dover dare una spiegazione?
“Peggio. A dover giustificare la propria condizione. Faccio da qualche tempo questo mestiere per conoscere bene certe alzate di spalle. Certi sbuffi. Ma sarà vero? Sul serio lo minacciano a quello lì? Non sarà che la fa più grossa di quella che è? E lo dico senza alcun compiacimento o vittimismo. Io martedì notte ho avuto paura. I miei occhi non hanno visto un banale tamponamento. Detto questo, sono felice se qualcuno mi spiega che posso dormire tra due guanciali. Che la mia scorta ha visto il pericolo dove non c’era. E che un mese e mezzo fa, la macchina rubata parcheggiata davanti alla redazione e le minacce nei confronti del sottoscritto sono una cosa da nulla. Del resto, chi mi conosce, sa che non vado cercando ribalte di alcun genere. Campo di quello che scrivo. Non di quello che sono”.
E in quello che hai scritto negli ultimi tempi sulle mafie “nere” di Roma credi sia la ragione dell’attenzione che ti è stata riservata in questi ultimi mesi?
“Penso sia verosimile. Anche perché c’è una coincidenza altrimenti inspiegabile. Ho cominciato ad avere problemi a Roma quando ho toccato i fili dell’intreccio tra criminalità organizzata e ambienti dell’ex terrorismo nero riconvertiti al riciclaggio, alla cocaina, ai grandi affari. Pensavo di aver visto tutto a Palermo. E invece mi sbagliavo”.
In cosa ti sbagliavi?
“Palermo sa essere spietata. Ma a Palermo la mafia è riconoscibile. Ha un codice. Si dichiara. E in qualche modo, dunque, anche la sfida assume caratteri più nitidi. Sai, insomma, da chi devi guardarti. A Roma, invece, ho scoperto le sabbie mobili. Qui, le mafie hanno un volto gommoso. Forse per questo, da sempre, il refrain è che, “A Roma la mafia non esiste”. E per questo, forse, sostenere il contrario deve aver fatto perdere la pazienza a qualcuno”.

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