La Costituente interviene sulla questione della fauna selvatica sulle Madonie

L’annosa questione della fauna selvatica sulle Madonie: occorre una sequenza di azioni programmatiche

Nei mesi scorsi, nelle contrade del territorio castelbuonese, sono comparsi degli avvisi inquietanti che intimavano a non uscire di casa perché si dovevano effettuare “battute di caccia”, per la precisione si chiedeva di rimanere “nel perimetro della propria casa” dalle 6.00 alle 18.00. I cittadini si sono trovati in una situazione di incertezza dovuta ad un’informazione poco chiara: sappiamo bene che attorno alle abitazioni non si può sparare, tuttavia non era chiaro se non si potesse neanche mettere il naso fuori di casa o andare al lavoro in sicurezza.

Per cercare di arginare le disastrose conseguenze della presenza dei cinghiali nel territorio del Parco delle Madonie (ma il problema è di tutta Italia), la caccia come strumento di pacificazione sociale per ridurli numericamente non può funzionare. Non solo perché l’azione di caccia non può avvenire una tantum, ma anche perché essa è l’ultimo dei passaggi di un piano di gestione completo.

Secondo il prof. Andrea Mazzatenta dell’Università di Teramo, la caccia non è la soluzione più decisiva. La società dei cinghiali si regge su un matriarcato dove la riproduzione è affidata alla sola femmina che guida il branco, uccidere la matriarca significa far esplodere il numero dei nuovi nati perché le altre femmine si disperdono e entrano in calore, determinando un incremento di tipo esponenziale della popolazione. La strategia più idonea sarebbe invece favorire l’invecchiamento di una popolazione più ridotta, perché nei soggetti vecchi la capacità riproduttiva diminuisce. Prova ne sia la drastica riduzione del numero dei cinghiali che si registrò allorquando le bassissime temperature e le nevicate di un inverno di qualche anno fa uccisero tutti i cinghialotti.

La caccia non altera soltanto la dinamica di popolazione ma anche la mobilità della specie, innescando conseguenze rilevanti come l’effetto spugna. Sottoposti a pressione venatoria, infatti, gli animali spaventati cercano di raggrupparsi in aree dove la pressione è ridotta, per esempio nei luoghi abitati, lungo i bordi delle strade, nei parchi e nelle riserve protette. 

A questo terribile quadro si aggiunga il progressivo spopolamento e abbandono delle campagne, che ha contribuito ad aumentare la superficie boschiva utile ai cinghiali, oltre ai cambiamenti innescati dal riscaldamento climatico che hanno inciso sulla disponibilità di cibo e sulla possibilità di sopravvivenza durante gli inverni.

Gli obiettivi strategici da raggiungere con una pianificazione efficace, necessariamente numerici e con indicatori quantificabili, sono:

  • la riduzione dei danni all’ambiente, visto che la presenza di fauna selvatica penalizza la biodiversità;
  • la riduzione dei danni economici per i danni causati all’agricoltura, alle proprietà e ai beni privati e pubblici, gli incidenti stradali correlati, ecc.

Per raggiungere tali obiettivi, un gruppo di esperti e di persone costantemente formate dovrebbe lavorare durante tutto l’anno utilizzando tecniche ormai consolidate, come individuare le “unità di popolazione” per il controllo del “flusso genetico”. Fino a che punto si spinge una popolazione di questi animali? Sappiamo se i cinghiali delle Madonie hanno un flusso genico con gli individui dei Nebrodi, per esempio? L’acquisizione delle conoscenze sulle unità di popolazione di questi animali deve scaturire da un’ottima conoscenza del territorio, delle caratteristiche ambientali, della distribuzione potenziale e reale degli individui, della presenza di barriere geografiche naturali o anche artificiali che delimitano le popolazioni e il flusso genico. È necessario pertanto l’intervento di esperti di cartografia, che utilizzino i Sistemi Informativi Territoriali e sappiano utilizzare i software GIS.

Sulla base di tali conoscenze, bisogna poi creare delle squadre di esperti di gestione ambientale, biologi, naturalisti, zoologi, veterinari e cacciatori formati, che agiscano per tutto l’anno. Una corretta gestione prevede infine la verifica del raggiungimento degli obiettivi posti negli anni precedenti.

Per quello che riguarda le Madonie, all’interno delle aree protette, il parco si è dotato di un piano di gestione, che finalmente pare abbia attuazione.

Un piano serio, finalizzato non a creare consenso politico sulle legittime paure dei cittadini, ma sulle evidenze scientifiche, prevede altri mezzi, come i chiusini, che permettono di catturare grandi quantità di capi, e non qualche esemplare come nelle battute di caccia.

L’intervento di personale armato è previsto solo con persone debitamente formate (visto che dopo decenni ancora non abbiamo i guardiaparco) e solo nei casi in cui non è possibile intervenire con altri mezzi. Quindi non caccia, ma prelievo mirato con uso delle armi.

Fuori dalle zone parco, invece, l’Assessorato regionale territorio e ambiente ha inviato ai comuni uno schema di ordinanza che permette ai sindaci di ordinare interventi di abbattimento da parte di personale qualificato all’uso delle armi che prevede, tra le altre cose:

  • la necessità del Diretto Controllo della Polizia municipale e delle autorità locali di P. S. (a Castelbuono i carabinieri)
  • la perimetrazione delle aree oggetto di intervento
  • cartellonistica ben visibile
  • interruzione di eventuali attività in corso.

Nessuna di queste precauzioni risulta essere stata osservata a Castelbuono. Ciò può voler dire soltanto due cose: o è stata messa in serio pericolo l’incolumità delle persone, o abbiamo scherzato con soli benefici elettorali. Inoltre, quanti capi sono stati eliminati? Quante femmine? Quanti giovani esemplari?

I piani per la riduzione o l’eliminazione del problema sono necessari perché i cittadini subiscono danni sempre più ingenti e il rischio di incidenti anche mortali è sempre dietro l’angolo. Non scordiamo che i cinghiali hanno fatto ingresso anche nei centri abitati e che i daini stanno distruggendo le pratiche tradizionali dell’allevamento e gli ecosistemi naturali delle Madonie.

Gli amministratori hanno l’obbligo di utilizzare il metodo scientifico per la gestione della fauna selvatica e dell’ambiente in generale. Non devono escogitare palliativi per illudere la gente o ricorrere all’improvvisazione, magari sulla scia di logiche elettorali che non risolvono la pesante situazione che stiamo vivendo ma anzi rischiano di aggravarla.

La Costituente per la Castelbuono di domani