La raccolta fondi popolare e l’acquisto all’asta del Castello dei Ventimiglia. Ricostruzione storica del prof. Orazio Cancila

...e il trecentesco castello dei Ventimiglia divenne proprietà dei “Naturali” di Castelbuono. La storia di un avvenimento dal grandissimo valore civico e religioso

A pochi mesi oramai dalla ricorrenza dei cento anni dall’aggiudicazione del Castello, pubblichiamo la ricostruzione storica del prof. Orazio Cancila che ci restituisce i dettagli e il contesto di un avvenimento dall’enorme valore civico e religioso. L’articolo, già pubblicato in tre puntate dal periodico Le Madonie, è un preziosissimo contributo che crea le fondamenta a tutte le attività di celebrazione dell’anniversario in corso di definizione ad opera del Museo Civico.
Al professore Cancila, ancora una volta, la nostra gratitudine infinita.

***

Il 15 agosto 1860 moriva suicida a Palermo il marchese Giovan Luigi Ventimiglia (n. 1810), con il quale si estingueva il ramo maschile dei marchesi di Geraci. Ne erano eredi le tre sorelle Corrada (†1886), moglie dal 1848, con il solo rito ecclesiastico, dello sconosciuto Pietro Mancuso Quaranta, alla quale con Decreto Regio del 23-10-1862 furono riconosciuti i titoli del fratello e Mancuso poteva trasformarsi nel conte-marchese Pietro Mancuso; Giovanna (†1905), moglie dell’altrettanto sconosciuto Antonio Loffredo Scimonelli di Francesco; Maria Rosa, nubile. Già in precedenza, nel corso degli anni Cinquanta, Mancuso si era impossessato degli ex feudi Buonanotte e Calabrò, magazzino di Finale, trappeto e magazzino di olio di Castelbuono; e ancora degli ex feudi Tiberio, Cirrito e Cirritello, nonché dei diritti dei Ventimiglia su Roccazzo e Lancinia. Subito dopo la morte del marchese Giovan Luigi, egli continuò nell’opera di spoliazione a danno della suocera e delle cognate, acquisendo in enfiteusi gli ex feudi San Giorgio (Polizzi), Milocca, Flassani, Bergi e Cassanisa (Castelbuono), San Cristoforo e San Cusmano (Geraci), Miano, Tavernolo e Rovitello; una casa a Castelbuono e la casina di Finale; e, attraverso un prestanome, anche il fondaco e la taverna di Finale con terre aggregate, i censi di Geraci, i due castagneti di Rosselli, la carretteria nell’attuale via Sant’Anna (Castelbuono), il castello di Castelbuono e il patronato sulla cappella di Sant’Anna e infine, a nome proprio, il diritto a rivendicare dal demanio statale l’ex convento dei benedettini di Castelbuono. E così, nella seconda metà degli anni Settanta, poteva trasferire a Palermo e ad Alcamo, nel palazzo del nipote Luigi Fraccia fu Stefano, barone di Favarotta, poi suo erede universale, quasi tutte le suppellettili del castello, tra cui 20 candelabri d’argento e l’intera biblioteca ricca di 300 opere antiche. 

Il castello minacciava di crollare e Mancuso era deciso a non spendere più una lira per le sue riparazioni e perciò, in data 28 maggio 1883, indirizzò una lettera a papa Leone XIII, nella quale premetteva: 

– che egli rappresentava «quell’antico generale di Santa Chiesa, che a suo tempo tante eroiche prodezze operò a servizio di detta Santa Chiesa», ossia il marchese Giovanni I Ventimiglia (di cui forse sconosceva il nome); 

– che era assoluto proprietario della cappella palatina all’interno del suo castello di Castelbuono e della reliquia di Sant’Anna che vi si conservava, nonché della chiesa della SS. Annunziata donata ai PP. Benedettini e che poi egli aveva rivendicato dal demanio; 

– che per il terremoto del 1819 il castello aveva subito gravi lesioni e fu necessario venire a patti con i benedettini per ospitare nella loro chiesa la reliquia, che vi rimase per molto tempo; 

– che, malgrado le notevoli spese per riparazioni, la cappella palatina continuava a essere sempre pericolante ed era difficoltoso esercitarvi le sacre funzioni; che la rendita assegnatale dai signori Ventimiglia ammontava annualmente appena a onze 166 e tarì 19 (L. 2.124,575), utilizzate per il mantenimento della cappella e il salario dei sei cappellani (ognuno dei quali percepiva un salario annuo di onze 17.25); 

– che la sua rivendicazione dal demanio della chiesa dell’Annunziata serviva esclusivamente per potervi trasferire nuovamente la reliquia ed evitarsi le ingenti spese per la quasi totale riedificazione del castello; 

– che la chiesa dell’Annunziata aveva il vantaggio di essere a pianterreno «più accessibile al pubblico per la venerazione dell’insigne reliquia e duratura per secoli non essendo addossata ad un fabricato che sempre minaccia rovina». 

Chiedeva perciò che il papa «avvalori colla sua santa parola il trapasso dell’insigne reliquia dalla pericolante cappella nella chiesa della SS. Annunziata».

Dopo la sua morte nel 1885, la vedova donna Corrada, in sede di inventario dei beni del defunto, accampò «la nullità degli atti da lui consentiti anche pria di acquistare il di lei matrimonio ecclesiastico effetti civili» (il matrimonio civile era stato infatti celebrato soltanto negli anni Sessanta). Un accordò con il suo erede Fraccia era vicino quando, nel maggio 1886, morì anche donna Corrada, lasciando erede la sorella Giovanna, a sua volta erede anche della defunta sorella Maria Rosa e della madre. Nel luglio successivo, si stipulò quindi un nuovo accordo, in base al quale i beni di Castelbuono, tra cui il castello, il patronato sulla cappella di Sant’Anna e il palco centrale del teatro spettavano al barone Fraccia, mentre l’ex convento dei Benedettini di Castelbuono (di cui si attendeva la restituzione da parte del demanio statale) rimaneva indiviso per due terzi al barone Fraccia e per un terzo a donna Giovanna, la quale acquisiva anche la proprietà dell’ex abbazia di Santa Maria del Parto (San Guglielmo) e del palco di sinistra del teatro.

Nel 1906 il patrimonio netto del barone Fraccia, sulla base della rendita annuale capitalizzata al 5 per cento, ammontava a L. 1.350.000. Su di esso gravavano però ipoteche (L. 1.328.000), passività chirografarie e cambiali (L. 290.000) e vitalizi (L. 38.000) per un valore complessivo di L. 1.656.000, che creavano un disavanzo di L. 306.000. Tra i creditori c’erano parecchi castelbuonesi: per mutui Pasquale Cardella (L. 16.000), Antonio Failla (L. 50.000), Giovanni Failla (L. 50.000), Gallegra (L. 25.000), Levante (L. 25.000); per cambiali ipotecarie Mendoza (L. 7.000), Cardella (L. 33.000), Galbo (L. 28.500), Guarnieri (L. 8.000). Pasquale Cardella era un ricco orefice, zio del dottore Antonio Cardella. Quest’ultimo dovrebbe essere il Cardella creditore per L. 33.000, proprietario dell’ex palazzo Turrisi, grazie alle cui sollecitazioni l’anno successivo 1907 il barone Fraccia fece donazione al comune di Castelbuono delle tre «chiavi del cancello che custodisce l’urna e tutti gli arredi e paramenti sacri» della cappella di Sant’Anna. Pochi anni dopo, il 28 febbraio 1913, con atto in notaio Giuseppe La Placa di Palermo Fraccia donò allo stesso comune, rappresentato dal sindaco Mariano Raimondi, la «reliquia di Sant’Anna e l’urna che la contiene, compreso il mezzo busto argenteo …, non che il dritto di nominare i cappellani, … da doversi scegliere tra i sacerdoti di famiglie castelbuonesi, ed ivi domiciliati». 

il sindaco Mariano Raimondi

Il barone Fraccia era ormai prossimo al fallimento e nel luglio 1916, il Tribunale di Termini Imerese ordinò l’espropriazione del castello, su istanza dell’avvocato castelbuonese Emanuele Gallegra (quasi certamente il Gallegra creditore del 1906). Nell’attesa dell’asta, a Castelbuono si organizzò immediatamente una raccolta di fondi per il suo acquisto, la cui contabilità fu affidata a Gioacchino Bruno. La somma raccolta nei tre anni successivi risultò però molto modesta, appena L. 6.205,67, che, a causa delle spese sostenute [1], si erano ridotte a L. 3.209,15 nell’agosto 1919, quando la gestione passò al sindaco Raimondi. Intanto, la cappella palatina l’8 febbraio 1917 aveva rischiato di finire distrutta – e con essa l’urna contenente il teschio di Sant’Anna e il tesoro, frutto di donazioni plurisecolari dei castelbuonesi – a causa di uno spaventoso incendio scoppiato nelle pagliere. «Qui da ieri – scriveva al marito Francesco Gallegra al fronte la nobildonna Gisella Levante [2] – vi è un inferno, spavento per tutto il paese e più che spavento terrore: dalle 4 p. m. di ieri vi è un incendio al castello S. Anna, tre pagliere in fiamme, a grande stento e coraggio si poterono uscire dalla cappella il teschio e il mezzo busto d’argento con tutti gli oggetti d’oro, i quadri, arredi sacri e altre cose di valore … si vedevano dalle finestre uscire fiamme che pareva di un momento all’altro tutto dovesse diroccare … avevano sceso tutto dai balconi, perché per le scale era impossibile il transito per il fumo soffocante e le fiamme». Fortemente danneggiato, il pavimento della cappella di Sant’Anna rischiava di crollare con grave pericolo per i fedeli. In attesa che l’autorità giudiziaria completasse le sue indagini per individuare i colpevoli, l’amministrazione comunale decideva di far riparare il pavimento con i fondi dell’amministrazione della stessa cappella, «salvo rivalsa sui responsabili dell’incendio o dall’amministrazione giudiziaria della Casa Fraccia, che affitta i sottani sottostanti alla cappella». 

Il castello – per la cui asta pubblica il tribunale di Termini Imerese il 22 gennaio 1920 fissava l’udienza al 10 aprile successivo – era quindi ormai ridotto quasi a un rudere. Ma, come correttamente annotò più tardi Nzulo Cicero, il vecchio maniero aveva per i castelbuonesi «un grande valore sentimentale e religioso. Tutto quanto appartiene a Castelbuono, di origine, di stirpe, di sangue, di costume, di evoluzione civica e di storia, trova la sua matrice in quelle vecchie mura». Due giorni prima dell’asta, la giunta comunale – Vincenzo Di Garbo, Gioacchino Genchi e Antonio Alberti, con l’assenza di Antonio Matassa – autorizzava perciò il sindaco Mariano Raimondi a partecipare per conto dei «naturali di Castelbuono» e «a licitare fino alla somma che egli crederà opportuno per l’acquisto del castello stesso, dovendo quindi lo stesso sindaco ed i componenti assessori contribuire personalmente per quote uguali alla spesa necessaria per cotale acquisto in aggiunta alle oblazioni volontarie della cittadinanza», la cui raccolta era già in corso. Non mi è chiaro dal verbale come dovesse effettuarsi l’intervento di sindaco e assessori: una somma pro capite a fondo perduto di cui non si precisa però l’entità, oppure, come ritengo più probabile, l’anticipazione di una somma da ripartire in parti eguali qualora intanto i fondi già raccolti si rivelassero insufficienti e in attesa di nuove oblazioni? 

L’acquisto del castello da parte del comune si rendeva assolutamente indispensabile, perché le donazioni precedenti del barone Fraccia avevano riguardato soltanto gli arredi sacri, non la cappella, la cui proprietà era rimasta al barone e sarebbe passata all’eventuale acquirente privato del castello, con il quale il comune e la popolazione avrebbero dovuto fare i conti successivamente. L’acquisizione da parte del comune era però contrastata. Il dottore Antonio Cardella era deciso a concorrere. Per convincerlo a desistere, intervennero il barone Antonio Guerrieri Galbo, suo amico, e il consigliere comunale mastro Gioacchino Bruno, che corsero a trovarlo a Palermo, dove egli ormai abitava. Non è chiaro nella vicenda il ruolo della mafia locale sembra che per sfuggirle il sindaco Raimondi avesse deciso di prendere il treno per Termini a Cefalù, dove sarebbe giunto percorrendo gli antichi sentieri di campagna. 

L’asta del 10 aprile 1920 fu comunque molto vivace se, a fronte di una base di 1.900 lire, Raimondi poté aggiudicarsi il castello solo elevando via via l’importo sino a L. 20.500. Inizialmente egli offrì L. 2.000, che tale Giorgio Marsala elevò a 3.000. Seguirono Raimondi con 3.500 e Marsala con 5.000 e via via 5.500 e 6.000, 6.500  e 7.000, 7.500 e 8.000, 8.500 e 9.000, 9.500 e 12.000, 12.500 e 13.000, 13.500 e 15.000, 15.500 e 16.000, 16.500 e 16.600, 17.500 e 18.000, 18.500 e 19.000, 19.500 e 20.000. Ancora Raimondi con 20.500: «su questa offerta, accesa successivamente la prima, la seconda e terza candela si sono spente senza che siasi fatta altra offerta maggiore, il Castello viene aggiudicato al Sindaco di Castelbuono per la somma offerta di lire ventimilacinquecento». Va sottolineato che tale somma non era stata ancora interamente raccolta. 

La partita però non era ancora chiusa e poteva anche complicarsi, perché l’asta si sarebbe potuta riaprire se nelle due settimane successive un possibile acquirente avesse proposto un aumento di almeno un sesto sull’ultima offerta di Raimondi. E sembrava che un concorrente proprio ci fosse. Tali “Leonarda & Compagni”, probabilmente allevatori di San Mauro, in una lettera al sindaco minacciavano di presentare una loro offerta al tribunale qualora il comune, prima dell’aggiudicazione definitiva, non avesse ceduto – non è detto se in vendita o in affitto – con atto pubblico alla loro società, che ne aveva urgente bisogno, «il fabbricato dei due magazzini alla entrata». 

Un’assemblea delle «rappresentanze di tutti i sodalizi e delle congregazioni», riunita il 15 aprile nella sala consiliare su invito del sindaco – dopo averne ascoltato «la lettura con fremito d’indignazione, interprete del movimento intenso per l’acquisto deffinitivo del castello dei marchesi Geraci, che rappresenta per Castelbuono l’unione del sentimento sacro col sentimento civico, giacché per cinque secoli la cittadinanza castelbuonese ininterrottamente ha goduto del dritto ormai prescritto (sic!) di esercitarvi gli atti di culto, di fede pubblica in tutte le ore del giorno e della notte verso l’augusta protettrice Sant’Anna, che per Castelbuono rappresenta il palladio più glorioso ove s’incentrano le tradizioni patriottiche, civili, religiose di Castelbuono – ad unanimità delibera resistere a qualsiasi sopraffazione e minaccia di qualsiasi natura e da qualsiasi parte possa provenire, perché il castello venga deffinitivamente acquistato alla popolazione di Castelbuono». Dava mandato al sindaco, alla giunta, al parroco, al vicario don Carmelo Morici e a mastro Gioacchino Bruno di raggiungere lo scopo «con quei mezzi che crederanno opportuno, senza preoccupazione economica o di altra natura». Tra i numerosissimi sottoscrittori, oltre al sindaco, troviamo l’ex sindaco Alessandro Levante, Antonio Cardella, Pietro Cangelosi, A[ntonio] Ventimiglia, Domenico Bonafede e parecchi sacerdoti [3].

Non sappiamo come il sindaco Raimondi abbia fatto fronte alla minaccia del Leonarda, personaggio certamente noto in paese: è sicuro che non si sia piegato e che non abbia accettato il ricatto, neppure concedendo una locazione di qualche anno per i due magazzini richiesti. Alla scadenza del 25 aprile in tribunale non risultò presentata nessuna proposta di aumento del sesto, cosicché due giorni dopo, 27 aprile 1920, il cancelliere capo M. Sinatra poté verbalizzare che «la vendita provvisoria dello immobile di cui nella sentenza del dieci aprile 1920» diventava definitiva. Nei giorni precedenti, dal 18 al 21 aprile, erano state raccolte ben 24.021,15 lire, come si legge nel rendiconto ufficiale della Commissione Amministrativa del Castello di S. Anna redatto dal geometra Paolo Marguglio, contenente anche i nomi e i cognomi dei donatori con la somma da ciascuna offerta, che copre il periodo dal luglio 1916 al 15 aprile 1922; rendiconto fortunatamente salvato dalla dispersione dall’ex sindaco Romeo. La partecipazione dei castelbuonesi fu davvero unanime: le donazioni sino a 5 lire sono la stragrande maggioranza, ma non mancano somme cospicue. 

Ecco i nomi dei donatori sino a 50 lire: L. 1.000 comm. Giuseppe Gugliuzza e famiglia; L. 500 Cav. Antonio Cardella, Mariano Raimondi (sindaco), Antonio Spallino di Paolo (futuro sindaco); L. 320 Gioacchino Bruno; L. 200 Capitano Giuseppe Martorana, Vincenzo Mazzola fu Filippo; L. 100 Filippo Abbate, Paolo Barreca (sarto), Luigi Barreca (via Turrisi), Silvestre Coco e figli, Collegio di Maria, Santi Cucco, Giovannina Failla, Carmelo Morici e figlio, comm. Giuseppe Pucci di Petralia Sottana (nel 1890 aveva sposato Matilde, figlia di Mario Levante), Giuseppe Raimondi fu Nicolò, Paolo Raimondi fu Nicolò, Nicolò Raimondi, avv. Antonio Ventimiglia; L. 80 Vito Fiasconaro, Salvatore Gugliuzza di Gioacchino;  L. 75 Giovanni Cangelosi di Giuseppe, Michele Morici; L. 70 Cristoforo Guarcello; L. 60 Luigi Raimondi fu Giuseppe; L. 55 Francesco Gentile (via Collegio); L. 50 Vincenzo Abbate di Francesco, Leonardo Bonomo, Saverio Bonomo, Banca Nebrodese, Mariano Cancila, sac. Giuseppe Cucco e fratello, sac. Santi Cusimano, Pietro Failla, Filippo Failla, Cristoforo Fiasconaro, Gioacchino Genchi, Vincenza Gennaro, cav. Giuseppe Grosso Cappello (marito dell’erede del barone Minà), Alessandro Levante (ex sindaco), Sebastiano Martorana e famiglia, Raimondo Marzullo, Giovanni Mazzola fu Nicolò, Lucia Minutella, Melchiorre Morici, Giuseppe Puccia, Vincenzo Puccia, Giovanni Raimondo fu Sebastiano, Tommaso Raimondi e la sorella Grazia, Martino Sferruzza, Giuseppe Turrisi fu Antonio (futuro cavaliere). Come può rilevarsi, il ceto dirigente ottocentesco era quasi del tutto assente, ormai in fortissima decadenza o estinto. Dei Levante resisteva soltanto l’ex sindaco Alessandro, mentre mantenevano la posizione i Ventimiglia con l’avvocato Giovanni. I Mercanti, Mauro e Vincenzo, forse padre e figlio, contribuivano con appena 25 lire ciascuno. 

La somma raccolta copriva interamente il prezzo del castello, ma c’erano altre spese che facevano lievitare il costo complessivo a L. 26.930,65: L. 3.000 all’avvocato Agostino Papania, che era stato presente all’asta e intendeva concorrere pro persona nominanda (la somma sembra un compenso per farlo desistere dal concorrere ed era stata pagata attraverso un intermediario, tale signor Russo di Termini), L. 1.520,25 per «gite del Sindaco, del Procuratore e del Sac. [don Carmelo] Morici a Termini», L. 313,50 «regali al signor Russo per la sua cooperazione», L. 200 a tale avvocato Purpura, tramite Russo, e ancora altre spese. Per fortuna, nei quattro mesi di luglio-ottobre 1920 pervennero altre 24.060 lire raccolta tra i castelbuonesi d’America. Da affitti di magazzini del castello e altre voci si realizzarono L. 299,4. Complessivamente quindi sino all’agosto 1921, considerato anche il residuo della gestione Bruno (L. 3.209,15), la somma in entrata ammontò a L. 51.589,70, contro un’uscita di L. 26.930,65, che comportò un residuo attivo di L. 24.659,05, passato a L. 27.718,80 per la vendita dei materiali di risulta dalle riparazioni e demolizioni nel castello effettuate nel 1921, per restituzione di L. 1.022,85 da parte del Tribunale di Termini per «spese vendita immobiliare in danno del barone Fraccia», e ancora per affitto magazzini, interessi e altro.

I lavori «di demolizione e di ricostruzione dell’ala nord ovest pericolante del Castello, di restauro dell’atrio e di riparazione, dei muri delle rampe, affidati alla sorveglianza dell’ing. Paolo Marguglio» ed effettuati nel 1921, sindaco Antonio Spallino, ebbero un costo complessivo di 30.559,9, che, per l’assicurazione del castello e l’elargizione di 100 lire al barone Fraccia «a titolo di elemosina», davano un’uscita di L. 30.774,22 contro un’entrata di L. 27.718,80, che a settembre 1921 determinava un disavanzo di cassa di L. 3.055,42. La gestione successiva del sindaco Antonio Gugliuzza sino al 15 aprile 1922 portò il disavanzo a L. 5.350,86, a causa dell’acquisto del «magazzino diruto a destra del castello» per L. 1.205,25, un «compenso di riconoscenza [di L. 500] pagato al barone Fraccia» per la chiesa dell’Annunziata e per altre spese. Il magazzino diruto era ubicato «dentro il recinto dell’antico cimitero del castello» e confinava da un lato col terrapieno del castello e dall’altro con la strada allora denominata “dietro il castello”: nel maggio successivo il Consiglio comunale autorizzò il sindaco a venderlo con base d’asta di lire mille [4]. Non mi è noto come il disavanzo di L. 5.350,86 fosse stato coperto: presumo a carico del Comune, come dimostrerebbe il fatto che fosse poi il Consiglio ad autorizzare la vendita del magazzino. 

Per il verbale del tribunale, il castello era stato aggiudicato al sindaco di Castelbuono, ossia al comune, ma le autorità comunali e le autorità prefettizie considerarono proprietari i «naturali di Castelbuono», perché – puntualizzava il Consiglio comunale nella seduta del 30 gennaio 1921 – il suo acquisto era stato possibile grazie alla somma raccolta «in pochi giorni e portandosi processionalmente il Sacro Teschio di Sant’Anna per tutte le vie dell’abitato … con la generosa oblazione di questi cittadini e dei castelbuonesi residenti nelle Americhe, i quali con entusiastico slancio di fede e di patriottismo gareggiarono nel dimostrare il loro culto all’Augusta Padrona, in nome ed a vantaggio della quale acquistarono il castello; che perciò è diventato di proprietà di Sant’Anna». E conseguentemente deliberava la costituzione di «una commissione permanente, la quale con zelo ed abnegazione sapesse conservare ed amministrare, nell’interesse della gloriosa patrona S. Anna, il detto castello, monumento storico e religioso di Castelbuono». Un passo falso, perché il Comune, non essendone proprietario, non poteva intervenire con propri fondi per le indispensabili riparazioni murarie: e infatti per la ricostruzione dell’ala occidentale del castello, che minacciava di crollare fu necessario utilizzare le somme raccolte in America dal comitato presieduto dal dottor Giuseppe Minà Scaffidi. Nel gennaio 1932 il podestà Francesco Cannata decise quindi di chiedere «all’on.le G.P.A. [Giunta Provinciale Amministrativa], l’autorizzazione ad acquistare il Castello S. Anna, per il prezzo di L. 20.568,35», che evidentemente fu concessa e così in data 12 aprile 1933 un decreto del prefetto lo incorporò tra i beni comunali.

Nei decenni successivi nessuno si preoccupò di tramandarne ai posteri la memoria, sino a quando, il 30 giugno 1944, la giunta municipale, sindaco l’insegnante Domenico Bonafede, «nell’intento di documentare ai posteri le date, con le quali il defunto sindaco Mariano Raimondi assicurò al Comune il possesso del magnifico Castello medievale dei Ventimiglia Marchesi di Geraci e Principi di Castelbuono, denominato comunemente Castello S. Anna, e di onorare nello stesso tempo la memoria di detto Sindaco, che rischiando la propria vita, affrontò l’opposizione della delinquenza dei tempi e suscitando un vivo sentimento patriottico religioso nei propri cittadini riuscì a raccogliere per pubblica sottoscrizione la somma necessaria per comprare, per conto del comune, il magnifico castello con la cappella patronale, ove si conserva la insigne e preziosa reliquia del Teschio di S. Anna, A VOTI UNANIMI, DELIBERA di murare nell’interno della cappella una lapide con la seguente iscrizione: 

QUESTA PREZIOSA CAPPELLA CHE CUSTODISCE / IL SACRO TESTO DELLA PATRONA S. ANNA / APPARTENNE PER VARI SECOLI AI VENTIMIGLIA / MARCHESI DI GERACI E PRINCIPI DI CASTELBUONO

IL SACRO TESCHIO, L’URNA D’ARGENTO E TUTTI / GLI ARREDI SACRI, FURONO DONATI AL COMUNE PER LA MUNIFICENZA DEL BARONE FRACCIA / CON ATTO 28 FEBBRAIO 1913, NOTAR LA PLACA

SINDACO

MARIANO RAIMONDO

e un’altra nell’interno del Castello, con l’iscrizione seguente:

QUESTO CASTELLO DAL QUALE EBBE ORIGINE CASTELBUONO / FU FONDATO DA ALDUINO VENTIMIGLIA NEL 1269 / DIVENNE PROPRIETÀ COMUNALE / PER SENTENZA DEL TRIBUNALE DI TERMINI IMERESE 7 DEL 10 APRILE 1920

SINDACO

MARIANO RAIMONDI

La prima lapide molto più opportunamente fu murata all’esterno della cappella; la seconda nel vano d’ingresso del castello, sostituita in data che non sono riuscito ad accertare ma presumo attorno al 1970. La sostituzione si era resa necessaria perché si era intanto rivelata errata l’attribuzione tradizionale della fondazione del castello ad Alduino Ventimiglia, allora unanimemente accettata. Era semmai in discussione l’anno di fondazione, che oscillava tra 1211. 1269, 1288, 1289, 1298. Soltanto a metà degli anni Cinquanta del Cinquecento, Illuminato Peri, su sollecitazione di Antonio Mogavero Fina, individuò, sulla scorta della lapide apposta sul portale d’accesso ad arco acuto del baglio che dà sulla attuale via Sant’Anna, nel 1316 la data di inizio di costruzione del castello in prossimità del preesistente casale di Ypsigro. Una data che, come ho avuto modo di dimostrare, deve però collocarsi fra l’8 gennaio 1317 e il 24 marzo 1317. Nella nuova lapide murata sempre nel vano di ingresso, si legge: 

QUESTO CASTELLO / CHE DIEDE IL NOME AL PAESE / FU FONDATO NEL 1316 SUL POGGIO D’YPSIGRO / DA FRANCESCO I° VENTIMIGLIA / DIVENNE PROPRIETÁ COMUNALE NEL 1920 / MEDIANTE SOTTOSCRIZIONE POPOLARE / SINDACO MARIANO RAIMONDI 

Ci sarebbero ancora da correggere 1316 in 1317, I° in I, PROPRIETÁ in PROPRIETÀ.

Il 31 dicembre 1954, la giunta comunale, sindaco Luigi Carollo, dopo avere richiamato la deliberazione del 30 giugno 1944 e – «considerato che il Mariano Raimondi ebbe a prestare, sempre gratuitamente, per circa un decennio, lunghi e benemeriti servizi a vantaggio di questo Comune, in qualità di sindaco (1912-1922 [recte: 1920]), e quindi si ravvisa opportuno che il suo ritratto venga conservato nella Sala Consiliare del Palazzo Municipale, accanto agli altri di personaggi illustri che maggiormente si resero benefattori del Comune» – deliberò che il suo ritratto fosse collocato nella sala consiliare [5]. Nella stessa sala consiliare esiste una lapide, molto probabilmente murata a corredo del ritratto, in occasione della sua collocazione, che così recita: 

A / MARIANO RAIMONDI / CHE PER I SUOI ALTI MERITI PATRIOTTICI E AMMINISTRATIVI / CON PLEBISCITARIA VOLONTÀ DI POPOLO / VENNE PIÙ VOLTE ELETTO / SINDACO / RESSE IL COMUNE IN PERIODI PARTICOLARMENTE TRISTI / LA CARESTIA DEL 1913 / LA GUERRA MONDIALE 1915-1918 / LA GRAVE EPIDEMIA DEL 1919 / RECANDO AIUTO E CONFORTO AI SUOI CONCITTADINI / CON SPIRITO DI SACRIFICIO ED ABNEGAZIONE / SUPERANDO OGNI OSTACOLO SEPPE NEL 1920 ASSICURARE AL COMUNE / LA PROPRIETÀ DELLO STORICO CASTELLO DEI VENTIMIGLIA / CON LA PREZIOSA CAPPELLA DI S’ANNA

Nel febbraio 1967, infine, sindaco Antonio Mercanti, il consiglio comunale, memore e riconoscente, dedicò a Mariano Raimondi il tratto di strada tra piazza San Leonardo e piazza Minà Palumbo, dove era stata la sua abitazione. 


1 Tra le uscite segnate nel rendiconto si trovano L. 1.000 per l’estinzione di un «debito verso la Cassa Rurale S. Anna contratto con cambiale del 1915». Non si comprende la causa di questo debito, perché nel 1915 l’organizzazione per la raccolta fondi non era attiva: la gestione Bruno comincia infatti dal luglio 1916 e inoltre la contabilità non riporta alcuna somma residua, né attiva né passiva, da gestioni precedenti. Si trattò forse di un’offerta al barone Fraccia in riconoscenza della donazione del 1913?

2 Il carteggio Levante-Gallegra è stato approfonditamente studiato da Angelo Ciolino, Grande guerra, piccolo paesenel carteggio Levante – Gallegra. 1916-1918, Edity Società Cooperativa, Palermo, 2017.

3 Ringrazio Massimo Genchi che, molto generosamente, ha messo a mia disposizione il verbale dell’assemblea popolare.

4 Negli anni Quaranta-Cinquanta del Novecento sarà utilizzato come garage degli autobus di linea della società SITA, mentre al piano soprelevato avrà sede l’Istituto Parificato Sant’Anna (oggi casa La Grua).

5 Debbo alla cortesia di Massimo Genchi copia delle due delibere del 1944 e del 1954.

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