L’intervento di Padre Di Gangi sull’utilizzo della Cappella per la collezione “Allegorie” di Giusi Cusimano

[Riceviamo e pubblichiamo]

Cari Castelbuonesi,

Vi scrivo come parroco, ma anche come sacerdote che cura, nella nostra Castelbuono in prima persona, la devozione alla Santa Patrona celebrando il culto nella Augusta preziosa Cappella, che custodisce il Sacro Teschio. L’occasione, come si comprende, è data dall’utilizzo della Cappella, per una promozione artistica di alta moda con ispirazione dei panneggi serpottiani. Ideata da una giovane stilista castelbuonese, l’iniziativa, come precisato dalla Presidente del Museo Civico, doveva limitarsi alla ripresa fotografica di panneggi e particolari. L’idea si è poi ingrandita nel percorso, fino al defilè davanti all’altare con il tabernacolo e alla custodia del Sacro Teschio, per essere ostentato nel calendario poi distribuito. Sono portato a pensare che il fatto ha raggiunto queste dimensioni sotto la spinta della euforia degli ideatori e organizzatori, compiaciuti della originale idea che li entusiasmava man mano che ne riusciva la realizzazione. Penso ancora che la loro intenzione è stata scevra da ogni volontà di profanazione e di sacrilega offesa alla devozione del popolo di Castelbuono. Ciò non toglie che sia stata naturale la reazione risentita del popolo devoto espressa da diverse voci che ne sono state la risonanza. E’ stata ovvia la nota della Curia che, con seria sobrietà, ha rivolto il suo richiamo, per altro subito accolto, alla Direzione del Museo Civico, al Sindaco, e al Sacerdote officiante. Nel dibattito vivace sono emersi argomenti interessanti che, manifestano posizioni dialettiche sicuramente costruttive, ma che giungono a riflessioni forti e considerazioni fuori dalle righe. Prima di offrire qualche pensiero che attinge a qualche modesto studio, alla fede e al mio ufficio di sacerdote, vorrei paternamente dire una parola sia a chi si sente offeso, sia a chi difende la libertà senza limitazioni, in nome del progresso e della promozione culturale moderna. A chi si sente colpito e offeso nella fede e nella devozione, dico: è eccessivo parlare di sacrilegio inteso e voluto; può bastare parlare di leggerezza forse di intemperanza. A chi, in nome del progresso, gratifica di arretratezza e oscurantismo medievale quelli che hanno sofferto per i risvolti, pensiamo sempre preterintenzionali del fatto, vorrei dire che la fede investe il cuore, che ha le sue ragioni. Pertanto si soffre con vero dolore quando ciò che è sacro viene anche solo non rispettato. Vera laicità è quella che riconosce, rispetta e favorisce la religiosità come dimensione essenziale dell’uomo. Ogni uomo va considerato e rispettato come incline e aperto alla religione, come, per esempio, al Bello (estetica). Un’ altra sommessa osservazione: nella foga del confronto a qualcuno, pare sia sfuggito il noto luogo comune “oscurantismo medievale” . Forse è meglio concludere che dove c’è chiusura, rifiuto, intolleranza e meno dialogo c’è oscurità e questo può accadere, ahimè, in ogni epoca. Questi accenni mi immettono nella considerazione che intendevo offrire, con discrezione, alla Comunità, prendendo le mosse da ciò che è accaduto, ma superandone i risvolti polemici. Ogni opera, quanto più è bella, tanto più immette nella sfera trascendentale; anche l’artista che non è mosso in primis da emozioni religiose nella vera creazione artistica introduce, nel mondo del mistero. Diverso è il moto creativo dell’arte sacra; essa nell’intendimento, nello svolgimento, nella varietà di stilemi, diversi nelle epoche, si mette in maniera chiara e inequivoca a servizio della fede del culto, della preghiera, della liturgia. Com’è facile pensare alle grandiosità visive, ai cicli pittorici, solennemente indicati e goduti come “ Bibbia e teologia pauperum!”. Il Fatto biblico o la verità teologica, più che inibire la bellezza, esaltano il genio dell’artista. Chi può non respirare il clima sacro che ispirano inconfondibilmente le cattedrali di ogni tempo e di ogni latitudine? Oh! Se i nostri cari giovani fossero entrati nel luogo serpottiano con la chiave che apre la lettura teologica così vasta, così palpitante, così evocativa del Mistero Cristiano. Certamente avrebbero percepito l’ammonimento biblico: “Togliti i calzari perché la terra che tu calpesti è sacra”. I Serpotta, hanno circondato il Sacro Teschio di simboli che espongono, intrecciandosi armoniosamente, il poema sacro della fede cristiana. Avendo la possibilità di studiarla e di goderne, almeno tutti i martedi, mi provo ad offrire, qualche notizia e qualche suggestione. Entrando, bisogna subito alzare lo sguardo al di sopra della nicchia, custodia del Sacro Teschio. Cosa dice quella grande Aquila, così viva, che attrae e soggioga? Essa è il simbolo del Dio Unico Luce e Amore: Amore che vive nelle tre divine persone simboleggiate, appena sotto, dai tre Angeli distinti e uniti in armoniosa dovizia. Quello che sta in basso, sembra discendere e lascia volare un drappo: il Figlio scendendo dal seno della Trinità, il Velo dal Mistero del Dio uno e trino. Altro che mero svolazzo ornamentale dell’arte serpottiana! Osserviamo poi, le due scene plastiche che vivono nelle due ben disegnate e ornate cavità, in linea con la nicchia reliquario. Rappresentano la Bambina Maria presentata al Tempio e il suo sposalizio con Giuseppe. ( Sempre presenti Gioacchino e Sant’Anna). Risaltano nella zona ad esse sottostante, ma ad esse collegati, i tre Angeli-Trinità, mentre nella zona ad esse superiore, gli angeli sono due, quasi si specchiano. Alludono, questi, alle due nature, divina e umana, che consistono nella unica persona di Gesù, Dio-Uomo. Il genio di Serpotta, in modo mirabile, con l’una e l’altra soluzione artistica ci dice che l’umile storia di Maria, che ha radici in Sant’Anna, ha a che fare con i grandi misteri del disegno di Dio. (Termine fisso dell’Eterno Consiglio canterà poi Dante). Dopo le visioni mistiche, troviamo in basso le due coppie di lottatori, mirabili e inquietanti che tanti interrogativi e tante ipotesi continuano a suggerire. A me sembra siano tema-preludio del poema che si svolge nelle due pareti della navata. La lotta drammatica del bene e del male, presente nella creazione è sviluppato e rappresentato nell’ordine vegetale, animale, umano in modo plastico e sorprendente. Vi si intuisce San Paolo ai Romani: “Tutta la creazione geme e soffre nelle doglie del parto aspettando la redenzione”. Così, vediamo le grandi foglie di acanto ampie ed eleganti che riservano alla radice, come un seme, il viso grazioso di un bimbo mesto; gli stanno accanto, nella stessa radice, come seme maligno, una coppia di strane bestie. Nelle paraste che si sviluppano nelle due pareti, convivono frutti sani e altri bacati, come anche animali che pur belli, tendono ad alternarsi in mostri, le facce umane diventano maschere. Gli umani accanto alle finestre, pieni di straordinaria vita, nei volti e nei movimenti, alcuni presentano espressioni malvage, altri sono sereni ed estatici. Ma alla base, a tutto campo, angeli grandi, belli, in coppia nella loro danzante e lieta simmetria, richiamano il Signore e Salvatore con le due nature umana e divina. I voli dei panneggi, alludono sempre alla sua Rivelazione. Non può mancare il simbolo della Sua Redenzione operata con il sangue: simbolo espresso in cima alle quattro paraste centrali con la scena del pellicano che squarcia il petto per nutrire i piccoli. Da notare in questo simbolo la doppia simmetria, frontale e laterale. Sant’Anna così viene rappresentata nella Cappella come radice umana dei grandi fatti della Salvezza e così viene appresa e amata nei secoli dal suo popolo. Questa fede e questo amore che continuamente vivono nel popolo, si sono manifestati, di recente, nella grande corale celebrazione del Centenario 2013. Rimembriamo ancora quei giorni: chi può dimenticare quella pioggia battente del 6 febbraio 2013 che cessa istantaneamente alle 18.30, consentendo di iniziare all’ora stabilita la processione fiaccolata, per giungere alla Madrice, che si colma fino all’inverosimile di presenze giovanili e subito dopo riprende la pioggia? Chi può dimenticare l’affluire di giovani, di bambini delle scuole, delle famiglie, soprattutto degli ammalati quel venerdì 12 febbraio? Ricordiamo che il Castello è stato comprato nel 1920 dal popolo di Castelbuono con le offerte tanto stentate in quel tragico dopoguerra, raccolte portando il Sacro Teschio per le vie, anche le più remote. Il Castello sicuramente è stato riscattato perché conteneva la Cappella, custodia della Santa Reliquia. (Si avvicina il Primo Centenario di quel grande e forte avvenimento). Queste considerazioni, che potrebbero essere rafforzate visitando tanti testi biblici, possono introdurci a concludere che, con un po’ di attenzione potranno, in futuro, essere evitare contaminazioni. A vantaggio, certamente della fede, ma anche forse del buon gusto e del buon esempio.