Lirio Abbate: “Io, cronista minacciato dal Guercio, un boss simile a quelli di Cosa Nostra”

[REPUBBLICA.IT – Maria Elena Vincenzi] Le sue inchieste giornalistiche non andavano giù a Massimo Carminati. Voleva zittirlo, dargli una lezione. Ne parla, il Guercio, più volte con i suoi complici. Conversazioni ora agli atti dell’indagine su Mafia Capitale. Lirio Abbate, inviato dell’Espresso, è da anni sotto scorta per le sue inchieste su Cosa Nostra e la criminalità organizzata. Poi una in particolare, quella del 7 dicembre 2012 dal titolo “I quattro re di Roma”, ha fatto infuriare “er Cecato”.

Carminati e i suoi sodali leggevano i giornali, dunque.
“Certo che leggevano. Subito dopo quell’articolo, ho iniziato a ricevere brutti segnali. Hanno cercato di capire chi fossi e per quale motivo mi interessassi loro. Come se dietro ci fosse un qualche disegno e non, semplicemente, il mio lavoro di giornalista che racconta ciò che il territorio suggerisce. E in questo caso, il territorio suggeriva che c’era un controllo mafioso. Che c’erano persone che avevano in mano i grandi affari e, soprattutto, che c’era un capo il cui nome tutti avevano paura di pronunciare. Era quello di Carminati. Questi fatti mi hanno incuriosito e ne è nata l’inchiesta sui “re di Roma” “.

Migliaia di pagine di carte ricostruiscono quella che secondo i pm e i carabinieri del Ros è un’associazione mafiosa. Cosa ne pensi?
“Questa è la nuova criminalità organizzata. Per alcune settimane sono andato a vedere come si muoveva Carminati. Il modo di fare sembrava quello di uno dei boss che ero abituato a vedere in Sicilia. La sua organizzazione, però, è diversa”.

In che senso?
“Carminati, quasi coetaneo di Messina Denaro, è riuscito a perfezionare gli errori commessi da Cosa Nostra. Ha trasformato una banda di criminali in organizzazione mafiosa che punta al business e non al sangue, che non guarda all’ideologia politica ma al denaro. Un gruppo che, attraverso il potere economico e la violenza, è riuscito a incutere terrore nei politici. Tanto da riuscire a piegarne alcuni alle loro richieste”.

Detta così è mafia.
“Ai romani non piace sentirsi dire che nella loro città c’è la mafia. Invece, la mafia come l’ha creata Carminati c’è. E ha la capacità di prendere i soldi ai cittadini senza che questi se ne accorgano. Mettendo uomini chiave nelle municipalizzate, rendendole aziende mal gestite che, non bastassero i disservizi, hanno bilanci disastrati che i cittadini devono risanare con le tasse”.

Sei stato destinatario di varie intimidazioni. Erano loro?
“Il pensiero che questi episodi potessero essere collegati a loro l’ho avuto. Sapevo che Carminati mi cercava. Non conosco le indagini, ma il primo pensiero è stato quello. La verità è che oggi c’è più da temere a Roma che a Palermo. Questa mafia è diversa da quella siciliana. È gommosa, quasi impossibile da riconoscere”.

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