Lorenzo Marsiglia finalista al Premio Bindi

Lorenzo Marsiglia- il cantautore e musicista di origine castelbuonese – è tra gli otto finalisti della tredicesima edizione del  Premio Bindi, uno dei più importanti festival italiani dedicati alla canzone d’autore, che seleziona ogni anno alcuni dei migliori cantautori emergenti a livello nazionale. 

La serata finale del premio si svolgerà l’8 luglio ed è inserita all’interno del festival organizzato dall’associazione Le Muse Novae con il contributo di SIAE,  Il Comune di Santa Margherita Ligure e la Regione Liguria che si terrà dal 7 al 9 luglio a Santa Margherita Ligure nell’Anfiteatro Bindi con la direzione artistica di Zibba.

Augurando a Lorenzo un grosso in bocca al lupo per la finale, vi proponiamo di seguito la presentazione del nostro autore inserita sul sito del premio, con il testo di una delle canzoni dell’esibizione conclusiva. 

“La Canzone è una sintesi del caos.

Potrei dire mille ragioni per cui ho iniziato a scrivere, ma credo che nessuna di queste possa essere in qualche maniera esaustiva; credo che all’inizio succeda per una sorta di richiamo spirituale non meglio identificato.

Nasco nel 1983 in Sicilia: un posto che la incarna, la sintesi.

Inizio molto presto ad essere attratto da qualsiasi cosa produca un rumore; l’incontro con la batteria è inevitabile, subito prima della scoperta della chitarra. Elettrica.

Vengo folgorato dal blues, dal suo sangue, dalla sua libertà.

Quando sei un ragazzino e vedi per la prima volta suonare Jimi Hendrix, ti si forma un doppio nodo inestricabile al DNA.

Inizio a scrivere canzoni. Non so perché. Credo ci fosse una ragazzina di mezzo.

La lingua italiana è uno strumento complesso e meraviglioso: lo capisci dai Maestri. Li osservi. Voglio suonare, inizio a mettere in piedi formazioni diverse, vivo nelle cantine.

Gli amplificatori scassati, vecchie batterie, adesivi, fumo, divani lerci: fotografie indelebili. Incontro il Jazz: non lo comprendo, gli suono dietro. Identifico lo studio nel tuffarmi in linguaggi diversi dal mio. Miles. Il Punk. La New Wave. Il Krautrock.

Continuo a scrivere canzoni. Non so perché. Credo sia l’unico modo che ho per scattarmi delle fotografie da dentro. Per poterle guardare più avanti.

Scopro il sintetizzatore. E’ uno shock. Finiscono i primi dieci del duemila. Mi trovo a New York. Si abbattono i muri. Tutto assume un senso nella contaminazione, nello scambio culturale. Fuggo dai contesti statici, dalle scene autoreferenziali, dalle fortificazioni della miopia culturale. Forse inizio a cercare me stesso in quello che scrivo.

Studio le tecniche di produzione, le mie canzoni diventano la carne su cui sperimentare. Mi sporco le mani. Costruisco, decostruisco e ricomincio da capo.

Mi accorgo di stare lavorando a qualcosa che si avvicina ad un disco.

Inizio ad aprire le porte di quello che faccio, di come lo faccio.

Mi spoglio. Non è mai semplice.

E salgo sul palco con le mie storie.

Suono le mie canzoni davanti a gente assetata che non mi conosce. Alcuni mi chiedono da dove vengano quelle storie, vogliono saperne di più.

Inizio ad incontrare persone che decidono di lavorare insieme a me perché vogliono farlo. Tecnici, Musicisti. Maestri. Di musica e di vita. Gliene sarò riconoscente per sempre.

Scrivo insieme ad altri artisti, lavoro alle loro canzoni. Metto al loro servizio il mio linguaggio.

Il sottobosco artistico italiano è il cuore di un vulcano meraviglioso; una fucina in piena attività in cui succede il presente.

Intanto è un’epoca pazzesca per la musica in Italia: siamo in piena rivoluzione. Si sente.

Mi innamoro di Bologna. Vado a vivere li. Finisco il disco.

Contunuo a scrivere canzoni. Le suono in giro.

Non so perché lo faccia, ma credo di non avere scelta.”

Nella finale dell’8 luglio presenterà i suo brano “La parte più oscura del mondo”

LA PARTE PIU’ OSCURA DEL MONDO

E’ Il bello della notte

è che devi aprire gli occhi

è che non li avevi aperti mai

con me.

Ma al di là della bellezza

dell’immaginazione,

quanto siamo distanti

e quanta carne fra i denti

quando parli di noi.

L’autostrada e i suoi cartelli stradali

veloci

ti guardano.

e il tempo lo ammazziamo, però,

lui è il vero assassino.

E acceleriamo veloci,

ragazza che non prendi la scossa;

con la valigia piena

senza nessuna risposta.

E ci verranno a cercare bavosi e contenti

per contendersi l’ultimo posto da eroe.

Ma dureremo un secondo

davanti allo sguardo schiumante del mondo.

Curioso il nostro modo di conoscerci bene:

masticarci veloci, mantenendo il controllo;

dimenticando parole, abbandonarci all’istinto

che illumina,

custodisce,

regge e governa

la parte più oscura del mondo.