Nasce l’associazione “vittime della Saguto”. Francesco e Gianfranco Lena iscritti “ad honorem”

In questa meravigliosa terra capita anche di dover assistere a cittadini obbligati a reclamare giustizia nei confronti di coloro che, proprio di Giustizia, teoricamente, si dovrebbero occupare. Ed anche che, per avere adeguata voce, si debba ricorrere ad un’associazione creata allo scopo precipuo che – tra le altre cose – si occupi ad esempio di non far calare il sipario su una vicenda scandalosa e infamante di cui la stampa sembra appassionarsi sempre meno. Non c’è mai proporzione tra la visibilità delle accuse e lo spazio poi concesso ad eventuali assoluzioni: nel viziato sistema mediatico e nella voracità dei lettori alla ricerca continua di pseudo-scoop, conta solo la prima.
E’ una battuta amara quella scelta da noi nel titolo, ma ci è sembrato un modo veloce ed efficace per ricordare ai lettori chi e quanto è vittima, e ricordare la portata del calvario infamante e impagabile subìto.  
[LIVESICILIA] – Hanno scelto il nome “In- Difesa”, ma in cuor loro, anche se non lo dicono, avrebbero preferito chiamarsi, visti gli eventi recenti, “Associazione vittime della Saguto”. Molti sono accomunati dalla sorte di essere stati “proposti” per le misure di prevenzione e la convinzione, tutta da dimostrare, di essere rimasti schiacciati dal “sistema” scoperto dalla Procura di Caltanissetta. Sono gli imprenditori a cui la sezione del Tribunale un tempo presieduta da Silvana Saguto ha sequestrato i patrimoni. Rappresenterebbero, secondo l’accusa, anche questa tutta da dimostrare, la faccia “sporca” dell’economia palermitana. Quella che avrebbe fatto affari all’ombra della mafia.

Il 6 ottobre hanno costituito l’associazione e hanno registrato il nome all’Agenzia delle Entrate. Stamani si sono dati appuntamento davanti al Palazzo di giustizia per partecipare alla manifestazione organizzata dal comitato cittadino “Decidiamolo insieme” che, grazie alle finestre dei social network, cerca di “creare partecipazione fra i cittadini”, come spiegano il presidente Fabio D’Anna e il vice, l’avvocato Alessandro Crociata. Lo slogan “fuori la Saguto dal Palazzo” ha mobilitato anche gli imprenditori che non si limitano ad attaccare “il sistema che ci ha tolto tutto”, così lo definiscono, ma ad offrire spunti per la legge di riforma della gestione dei beni sequestrati alla mafia che dal prossimo 9 novembre inizierà l’iter parlamentare. All’associazione, che non si occupa solo dei temi legati alle misure di prevenzione, si sono iscritti in venti, fra cui Massimo, Piero e Olimpia Niceta, sei componenti della famiglia Cavallotti, Francesco e Gianfranco Lena, Calcedonio Di Giovanni, Gaetano Virga.

Basta scorrere l’elenco per scoprire nomi storici dell’imprenditoria palermitana finiti nelle pagine delle cronache giudiziarie. Oggi puntano il dito contro la Saguto, gli altri giudici della sezione e gli stessi investigatori. Perché, qualcuno lo sussurra e altri lo gridano, arrivano ad ipotizzare che i sequestri siano stati messi a segno per alimentare il sistema delle nomine e delle clientele venuto a galla con l’inchiesta di Caltanissetta. Ad onore del vero il meccanismo che porta al sequestro è molto più complesso. Il punto di partenza, stabilito dalla Cassazione, è che non serve “la prova di un reato di cui il soggetto è ritenuto responsabile, bensì il riconoscimento sulla base di indizi di una pericolosità sociale particolarmente qualificata, intesa come probabilità di commissione di ulteriori reati”. Non a caso nessuno degli iscritti all’associazione, che presto potrebbe diventare una onlus, ha subito una condanna penale. Le misure patrimoniali seguono per legge un binario diverso da quelle personali: le prove possono non bastare per condannare una persona al carcere, ma risultare sufficienti per colpirne il patrimonio. Sono il procuratore della Repubblica, il questore o il direttore della Direzione investigativa antimafia ad avviare le indagini che analizzano il tenore di vita, le disponibilità finanziarie, il patrimonio e l’attività economica del soggetto. Qualora dovessero emergere incongruenze – come la sproporzioni fra redditi dichiarati e investimenti e tenore di vita – viene proposta la misura di prevenzione ai Tribunali.

Nel caso dei Niceta, ad esempio, sono stati i pubblici ministeri di Palermo (e in parte il questore di Trapani) a sostenere, partendo da alcuni pizzini scritti da Matteo Messina Denaro, che siano stati i rapporti con i mafiosi ad agevolarli nella scalata imprenditoriale. Per ultimo quelli con Francesco Guttadauro, nipote del latitante. Così come sono stati i pm a chiedere e ottenere il sequestro, passato dalla convalida del Gip, dei beni di Lena, tra cui l’Abbazia Santa Anastasia. L’imprenditore, considerato in affari con Bernardo Provenzano, è stato assolto con formula piena nei tre gradi del giudizio penale. Sempre dalla Procura è partita la richiesta di sequestrare in beni degli imprenditori Cavallotti di Belmonte Mezzagno. Discorso diverso, ad esempio, per i beni del monrealese Calcedonio Di Giovanni (tra cui decine di villette a Kartibubbo) o di Gaetano Virga, originario di Maria: è stata la Dia a proporre il sequestro.

Gli imprenditori provano ad andare oltre la rabbia per il caso Saguto. In tanti dicono di volersi difendere dalle accuse non in piazza, ma in aula. Alcune cose, però, non riescono a mandarle giù. “Processateci. Diteci se siamo o meno come veniamo descritti dagli investigatori. Ma fatelo in fretta – spiegano Massimo e Piero Niceta -. Qualcuno però, se alle fine ci sarà data ragione, dovrebbe pagare per i danni provocati da amministratori giudiziari che non hanno competenza. Perché i nostri negozi, nell’attesa del giudizio, chiudono. C’è stato negato non solo il diritto alla proprietà, ma il diritto al lavoro”. Altra proposta arriva da Pietro Cavallotti: “Nominiamo un commissario, ma non allontanate il titolare dalle aziende. Controllateci a vista, ma continuate a farci lavorare”.

Il nodo sui tempi dei processi è cruciale della nuova riforma. Sono già di per sé lunghi quelli previsti dalla legge attualmente in vigore: “Il decreto di confisca può essere emanato entro un anno e sei mesi dalla data di immissione in possesso dei beni da parte dell’amministratore giudiziario. Nel caso di indagini complesse o compendi patrimoniali rilevanti, tale termine può essere prorogato con decreto motivato del tribunale per periodi di sei mesi e per non più di due volte”. Si tratta di tempi che, troppo spesso – fra consulenze di entrambe le parti e audizioni dei pentiti – spesso non vengono rispettati.

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