Nonno Leccio si racconta…

La seguente fiaba è stata realizzata qualche anno fa dall’alunna Flavia Giambelluca in occasione del progetto “Noi e il Parco” promosso dai docenti: Prof. ssa M. Aurora Raimondo, Prof. ssa Maria Currieri e Prof. ssa Lia Scialabba dell’Istituto Comprensivo “Francesco Minà Palumbo” di Castelbuono.La realizzazione del progetto si è basata sull’osservazione diretta del territorio Madonita e ha stimolato attraverso l’uso del racconto, l’attaccamento emotivo al territorio di appartenenza.Nonno Leccio si racconta…c-valle-creta.JPGNon so se ci avete mai pensato, se avete solamente immaginato, mentre ammiravate un albero secolare dei nostri posti madoniti, di provare a chiedergli di raccontare qualcosa legato alla sua vita e a tutto ciò che ha passato in questi lunghissimi anni. Sicuramente vi sembrerà una cosa stupida, ma un albero secolare, come per esempio un Leccio, avrebbe molto da raccontare, sensazioni da farci vivere, considerazioni su cui ragionare.Egli ha dovuto affrontare molte difficoltà per poter sopravvivere, ma soprattutto ha dovuto vedere le cose belle e brutte successe in questo mondo, e silenziosamente ha osservato gli uomini, il loro agire, il vivere. Non so se avete molto chiaro ciò che vi voglio dire!Voi provate un giorno a sussurrare a “Nonno Leccio” tra i suoi intricati rami: “Nonno Leccio, raccontami una storia!” e, se non vi risponde, provateci ancora, vedrete che quando avrete abbandonate le speranze, sentirete il vento soffiare e scompigliarvi i capelli: non badate al vostro look, ma piuttosto ascoltate il fruscio delle foglie provocate dal vento…! no!Non andate via, perchè all’inizio vi sembrerà un normale sibilo del vento, ma tentate di ascoltare più intensamente: sentirete una voce, una voce molto cupa e saggia, che ti risponderà: “Volete che vi racconti una storia? Beh, avrei molto da raccontarvi. Sono secoli che sto fermo qui e continuo ad ascoltare il vento che porta con sè le voci degli uomini, degli animali e della natura, perchè, anche se non sembra, la natura parla.A volte queste voci sono gioiose e portano l’allegria della gente e la quiete del mondo, ma a volte portano nell’aria il dolore, il pianto, tutte le atrocità della guerra e di tutto ciò di cui il bosco soffre.Di guerre ne ho viste tante; molte persone sono venute a guardarmi, ad ammirarmi, molti animali hanno trovato rifugio sotto i miei rami e gli uccelli riposo sulla mia chioma, che con l’arrivo della stagione fredda si spoglia per tornare nel suo verde splendente con l’arrivo della primavera.Ma durante questo tempo non ho ancora capito se gli uomini mi amano oppure no: delle volte mi ammirano, mi ascoltano, mi scattano foto, altre mi tagliano i rami e scagliano pietre.Questa è tutta la storia che ti posso raccontare, e, se vuoi conoscerne altre, te le racconterò.Comunque, io, non provo rancore verso loro, e continuo, come sempre, a donar loro il mio ossigeno, ma ho paura, ho paura che un giorno gli uomini non capiscono più quello che io rappresento per loro, e comincino a far soffrire il bosco. Io conosco l’uomo, perchè in tutti questi anni ho avuto modo di capire come è fatto, e il mio terrore più grande è quello che egli possa sentirsi superiore a qualsiasi essere vivente e dimenticare il legame che ci unisce.In fondo so che non è malvagio e spero che capisca che salvaguardare il bosco, vuol dire anche salvaguardare noi stessi!!” Flavia Giambelluca

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