“Orgoglioso di essere umano.”

“L’amministratore di un’azienda da 60 Miliardi di Dollari che porta 70 dipendenti al gay pride. Un’emozione senza prezzo.” Questo è quello che scrive un cittadino americano come commento alla foto di Mark Zuckerberg che vedete qui di fianco. Davvero senza prezzo. Ai miei occhi è un gesto ancora più grande perché inevitabilmente scatta il paragone con la situazione del nostro paese, dove mai e poi mai un CEO di tale livello (se mai ve ne fosse) farebbe una cosa del genere. Se lo facesse uno dei “big” di casa nostra (che comunque gravita diversi zeri sotto quel fatturato) farebbe ribrezzo, si griderebbe allo scandalo, verrebbe considerato alla stregua di un punkabbestia. Dovremmo spogliarci di tanto vecchiume. La rivoluzione nel nostro paese deve essere una rivoluzione della mente, ancor prima che economica o del sistema industriale. Le due cose potrebbero essere più collegate di quanto si possa pensare. In USA l’imprenditore non è considerato solo chi ha un’idea brillante e nella realizzazione della stessa ne trae profitto, è sopratutto un uomo che contribuisce alla crescita e allo sviluppo della società in cui vive. Il ruolo sociale e culturale delle imprese è fortissimo e la presenza di Zuckerberg al gay pride è un messaggio importante lanciato al mondo, vale tanto di più dei banali proclami di chi si dichiara “tollerante”. No, non basta. Il CEO di facebook ci va al gay pride e si diverte e ci porta i suoi 70 dipendenti che hanno creato il gruppo di dipendenti LGBT Facebook. Provo solo ad immaginare come dev’essere faticoso per un omosessuale dichiararsi coi colleghi e il capo in un contesto tipico qui in Italia. E mi viene il ribrezzo e mi viene voglia di scappare. Però poi, dando adito alla mia inguaribile vena ottimista, penso a quanti piccoli passi in avanti si stanno facendo anche qui, penso alla stupenda festa che è stato il Pride a Palermo e mi viene il rimorso per non esserci stato, accontentandomi del Pride della città in cui vivo, che seppur inferiore nei numeri è stato un trionfo di gioia e sorrisi, un trionfo d’amore. Si chiama Pride perché è un inno all’orgoglio di essere ciò che si è e di rinfacciarlo, qualsiasi cosa noi siamo. Si chiama pride perché non devono partecipare solo le minoranze sessuali e infatti ci sono andato da etero, orgoglioso di appartenere ad un mondo pieno di diversità e di modi differenti di intendere la vita ed essere semplicemente se stessi. Ho partecipato assieme a tantissimi altri eterosessuali che come me sognano un giorno di vedere gli industriali italiani in piazza con i propri dipendenti, vogliosi di prendere parte alla rivoluzione culturale del nostro millennio.

?Oltre Fiumara ? Rubrica settimanale che apre uno spiraglio tra le cinta murarie del borgo, per far passare qualche notizia fuori dal comune.?