Ospiti e forasacchi

[Le Madonie] Non so se ancora oggi i bambini usino tirare le forasacco verso i maglioni di lana dei loro amichetti, associando al numero delle erbe che restano appiccicate profezie cifrate: numero di fidanzatine, figli futuri ecc.

L’origine di alcune parole ha avuto un comportamento simile a quanto accade col forasacco: la maggior parte scivola via, mentre altre nascono proprio per “appiccicamento”, per associazione di un concetto generale ad una persona. 

Per esempio, “Gradasso” non era altro che un personaggio dell’Ariosto nell’Orlando furioso, con delle spiccate caratteristiche caratteriali, tant’è che per i più oggi “gradasso” è semplicemente un termine sinonimo di spaccone, litigioso, millantatore. 

Questo fenomeno si verifica anche con intere popolazioni, marchiate per sempre dal giudizio della storia, al punto da diventare – per antonomasia – un appellativo proverbiale per riferire di un concetto o una caratteristica. Pensate al destino di quei gentiluomini tedeschi, i Vandali, o nella Grecia antica agli abitanti della Beozia, i Beoti: probabilmente i primi non avevano a cuore il patrimonio artistico ed i secondi non brillavano per intuito, ma la condanna di un intero popolo a diventare sinonimo di concetti così negativi è quantomeno inclemente.  

Esiste un famoso (ed ingiusto) proverbio castelbuonese a proposito dei Pollinesi ma, per fortuna, non sembra attecchire…

E’ sbalorditivo osservare la selezione naturale che è in grado di fare una lingua, nutrendosi della condensazione di significati – concetti, caratteristiche, attitudini ecc. – attraverso l’associazione spontanea, reiterata da tanti e nel tempo. 

Ma ancora più utile è osservare gli apparenti corto-circuiti, le stranezze di una lingua, anch’esse spesso pregne di cose da insegnarci.  Prendete la parola “ospite”, che in tutte le lingue romanze vive l’ambivalenza che porta a riferirsi sia a chi accoglie in casa propria, sia a colui che viene accolto. E’ una confusione che sembra stia lì a ricordarci, ancora oggi (e ne abbiamo più che mai bisogno), di quella relazione solidale tra due parti identiche: chi ospita e chi è ospitato. Sembra sia un suggerimento, insito nella nostra stessa lingua, a rimanere civili, a tramandare l’umano e antico rito dell’accoglienza, oggi insidiato da vili interessi di consenso politico. 

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