Osservazioni inattuali

A volte ho l?impressione che in certi ambienti la cosa più importante sia dimostrare la propria intelligenza. Un?intelligenza un po? francese, obliqua, anche sprezzante. Non ho alcuna difficoltà ad ammettere di sentirmi poco intelligente. Faccio una fatica enorme a decifrare e spiegarmi le cose. Le parole spesso mi sfuggono e non riesco a seguire il filo di certi ragionamenti che forse mi sarebbero utili. Capita però che a forza di stare in mezzo a certe realtà, alla fine mi si affacci alla mente una sensazione: semplice, magari banale, e però la sento vera per come mi si impone.

La trasformazione del popolo italiano in plebe è una di queste rare e potenti impressioni. Ciò che è accaduto e sta accadendo in questo paese è spaventoso. Sicuramente un sociologo, un economista, uno studioso serio di costume potrebbe scrivere pagine mille volte più efficaci di queste mie cinquanta righe. Però sento il bisogno di accennare a questo degrado terribile, e al contempo di indicare il nuovo cinismo borghese. Per casualità esistenziali, mi sono trovato a frequentare ambienti molto distanti tra di loro: giovani borghesi e giovani poveracci. La mia è sociologia spicciola, anzi forse non è nemmeno sociologia: è semplice osservazione.

In breve: sono convinto che la società italiana si stia spaccando in due, da un lato una minoranza di persone che puntano cinicamente a un?eccellenza, dall?altra una maggioranza frastornata che rischia di trasformarsi in nuova plebe. Per decenni c?è stato un progressivo miglioramento della società, le differenze tra le classi si attenuavano, quasi tutti gli italiani erano convinti che tramite il lavoro, l?impegno, lo studio e la partecipazione le cose sarebbero mutate positivamente. Il padre muratore o tranviere si sacrificava affinché il figlio potesse fare l?università, era orgoglioso di vedere il suo ragazzo chino sui libri acquistati con fatica. D?altra parte molti giovani borghesi capivano che non dovevano essere ricchi e spietati come i loro genitori, che bisognava colmare le differenze, perché si viaggiava tutti sulla stessa nave. Un idealismo, a volte confuso e sognatore, spingeva verso un mondo senza ingiuste separazioni, dove tutti quanti potessero avere gli stessi strumenti per affrontare la vita, dove si potesse crescere insieme. Di soldi da sperperare non parlava mai nessuno, nessuno pensava al successo individuale come via di fuga, nessun giovane imparava niente dalla televisione, che era solo un elettrodomestico buttato in un angolo. La nobiltà era un dovere. Qualcosa di inspiegabile, un oscuro imperativo interiore, obbligava i ragazzi italiani ad arrampicarsi sulla quercia più grande, a sfidare le difficoltà per arrivare in alto, per vedere meglio, capire di più, respirare un?aria più fresca. Qualcuno cadeva o si perdeva tra i rami, ma i più imparavano a pensare alla vita in modo più ampio e generoso.

A un certo punto, verso i primi anni Ottanta, qualcosa è cambiato, e in modo abbastanza brusco. Non voglio annoiarvi con la storia degli ultimi vent?anni, ricordare ciò che tutti sanno benissimo, l?invasione dell?immaginario televisivo, l?escalation dei creativi e dei pubblicitari, lo sgretolamento sociale, la trionfale cavalcata di Berlusconi, la carica forsennata di nuove parole d?ordine come successo, moda, trasgressione, competitività etc.: fatto sta che in brevissimo tempo gran parte degli italiani è diventata massa e poi plebe. Ognuno di noi s?è fatto più furbo e più stupido, più aggressivo e più pigro, più solo. Sette tra le dieci medicine più vendute in Italia sono ansiolitici. Ma che altro è accaduto? È accaduto che la distanza tra chi investe su se stesso e chi vive nello stordimento è spaventosamente aumentata. Brutalmente: si è ampliato il crepaccio tra i ricchi e i poveri. I giovani rampolli della borghesia ora studiano all?estero, frequentano stage e università di prestigio, puntano a carriere internazionali, del tutto indifferenti ai guai degli altri. Hanno delle possibilità e le sfruttano fino in fondo, salgono sulle poche scialuppe disponibili lasciando che la nave dei miserabili affondi, accompagnata solo da un trallalà di musichette idiote. La plebe non si accorge più di nulla, neanche di quanto la nave si è inclinata. Ho il sospetto che questo abbruttimento generale sia stato in gran parte pilotato, perché la plebe crea meno problemi, non protesta, non immagina mondi diversi, consuma e basta, rumina balle avvelenate nelle stalle e negli stadi.

E allora avanti con i comici, il calcio sette sere su sette, le belle figliole ghepardate, e se qualcuno ha ancora qualche smanietta ci sono sempre i tatuaggi, i piercing, la cocaina, le palestre per placare l?insoddisfazione, per inventare a buon mercato una diversità. Ormai è così, i ricchi hanno fiutato l?aria pestilenziale e hanno ripreso il largo, ormai fanno parte di una società sovranazionale e tirano dritti per occupare i posti migliori. La plebe ha perso ogni riferimento, sopravvive nell?inganno tra telefonini da rinnovare e schifezze sempre più assurde da digerire.

Mentre i ricchi fuggono lungo le vie del privilegio e le masse impazziscono nella palude del nuovo nichilismo, qualche spirito lucido dovrà iniziare a indicare un?altra strada, che ci allontani dalla follia. Nel vuoto che si è creato tra un?èlite egoista e una plebe malata bisogna immaginare una vita più consapevole, naturale, poetica, e sperare che cresca.

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