Pizzini allo chef della Prova del cuoco, due condanne, e scoppia la rissa in tribunale

[CORRIERE.it] Si è sfiorata la rissa fra le donne dei boss, una trentina fra mogli, madri, sorelle, e i carabinieri al Palazzo di giustizia quando i giudici del tribunale di Palermo hanno condannato a pene maggiori di quelle chieste dall’accusa due dei cinque emissari del racket che chiedevano il pizzo a Natale Giunta, lo chef famoso per le trasmissioni televisive, lanciato da Antonella Clerici, ormai in cucina e nel suo ristorante sempre sotto scorta dei carabinieri perché ha avuto il coraggio di denunciare il pianeta mafia. Un calvario cominciato tre anni fa, adesso segnato dalla condanna in primo grado solo per due imputati perché gli altri hanno optato per il rito abbreviato e la sentenza si avrà nei prossimi giorni.

AMICI E CONSIGLI – Tumulti, urla, calci alle transenne, lacrime e massimo impegno dei carabinieri per evitare il peggio e contenere la furia delle donne al momento del verdetto: 7 anni e quattro mesi per Giovanni Rao e 6 anni e quattro mesi per Maurizio Lucchese, i due ambigui personaggi di un quartiere a rischio mafia come il Borgo Vecchio, presentatisi nei panni di “amici” pronti “solo a dare consigli”. Una messa in scena che non ha convinto i giudici pronti con il loro verdetto a rafforzare di qualche mese le rispettive pene chieste dalla pm Caterina Malagoli, oggetto anche lei di minacce ed improperi echeggiati in un’aula dove ancora una volta sembra trionfare una Palermo perbene che non s’adatta alle imposizioni mafiose, in linea con i giovani di Addiopizzo, di Libera, “di tante realtà che rendono possibile una ribellione concreta alla mafia”, come dice lo stesso Giunta.

MADRE MINACCIATA – Ed è questo il primo commento dello chef che è passato dalla televisiva Prova del cuoco alla prova del fuoco. Come gli accadde nell’ottobre del 2010 a Termini Imerese, la città del suo primo ristorante, le vetrine su via Falcone e Borsellino, tutto a fuoco per non avere ceduto alle intimidazioni. Poi la denuncia del 2012 a Palermo. Seguita, a processo in corso, da una grave ed esplicita minaccia lanciata da quattro ragazzotti a bordo di un’auto fermatasi di botto davanti alla casa della madre di Giunta, terrorizzata da un fase lanciata prima che il commando ripartisse sgommando: “Ricordi a suo figlio che si sta avvicinando la ricorrenza”.

LO STATO ESISTE – Le indagini non hanno stabilito un nesso fra quell’episodio e il dibattimento, ma un anno dopo Giunta e i suoi famigliari tirano un sospiro di sollievo, seppure tutti costretti a lavorare con la scorta in cucina. Come succede anche nell’esclusivo ristorante della Cala, con le vetrate sul vecchio porticciolo turistico di Palermo. È lì che Giunta commenta il verdetto: «È stato messo un sigillo a una vicenda che sento marcata a fuoco sulla mia pelle, che finisce per condizionare la mia famiglia, i miei collaboratori. Importante è che una prima giustizia sia stata fatta. Ponendo ognuno davanti alle sue responsabilità. Vedo che lo Stato esiste e che i giudici emettono una sentenza chiara, netta. Le persone che ho denunciato state arrestate un anno fa e io vivo sotto scorta da un anno. Un anno impegnativo, denso di sacrifici, di apprensioni…». Adesso si attende il verdetto per Antonino Ciresi che rischia 8 anni di carcere. E per Alfredo Perricone e Giuseppe Battaglia, gli altri due indagati per i quali il pubblico ministero ha invocato 7 anni di reclusione. Anche loro sospettati di aver fatto lasciare dopo le prime denunce sull’auto di Giunta un biglietto inequivocabile: «Mettiti apposto, non fari ‘u sbirru picchi ti finisci mali». Il solito refrain che commercianti e imprenditori conoscono dai tempi di Libero Grassi, ma che in tanti casi a Palermo ribaltano facendola finire male ai boss.

27 febbraio 2014