SANTA LUCIA DI CAMPAGNA: ultima domenica di settembre

La devozione alla martire siracusana è stata sempre molto forte nel popolo castelbuonese che la assunse sia come protettrice dei campi di grano oltre che degli occhi. Piccole immagini della santa venivano usate per le rogazioni  e in caso di mancata pioggia (o gravi  malanni al raccolto), si inserivano in una piccola canna e si immettevano nel terreno (mettiri i cannuzzi).
Tessere la storia del culto a Castelbuono non è semplice. Se dobbiamo accettare l?ipotesi di Mogavero Fina[1]  già nel XVII secolo, la piccola chiesetta di campagna doveva essere dedicata a Santa Lucia, cosa non improbabile vista l?uso che di quelle terre si faceva (coltivate a cereali). Una lapide posta all’ingresso della chiesa invece, dichiara che l’impianto sia del XIII secolo.
Racconta la leggenda che la chiesetta fu costruita in seguito ad un prodigio: il ritrovamento del quadro della Santa da parte di un contadino[2]. Questo quadro, ampiamente rimaneggiato nel ‘700, è l’emblema della festa settembrina.
Particolarmente legati alla tradizione di Santa Lucia di campagna erano i contadini che, in quel periodo, si trovavano nei pressi della chiesetta dove erano molti campi da arare e preparare per le nuove colture. La festa è infatti tipicamente agreste e ben si inserisce nel numero delle feste celebrate “in campagna” che si celebrano (e ancor di più in passato) tra agosto e settembre (feste di campagna erano ad esempio San Giovanni fuori le mura, la festa della Santuzza, la festa di San Nicasio, la festa di San Calogero, la festa del Soccorso ecc.): periodo di villeggiatura e relativo riposo.
Proprio tra i frumintara si effettuava la questua: una commissione si occupava della raccolta del grano e dei ceci per la festa  girando tutte le maggiori aziende e i casi[3] a dorso di mulo. Il grano e i ceci sarebbero serviti a preparare la cuccìa, una sorta di zuppa molto diffusa nella ritualità siciliana [4], che a Castelbuono si consuma condita di olio e sale.
988736_10202053708887423_1415408692_n Il consumo di sementi cotte e l’uso rituale di non mangiare pane, al di là della tradizione, ha radici più antiche. Un rapporto ctonio con le potenze del sottosuolo  a cui si chiede protezione per il raccolto futuro, un rapporto con i morti. Non a caso in alcuni paesi la cuccìa si prepara anche il 2 novembre. La cuccìa, grano non macinato, diventa un obolo, un’offerta. I morti e i Santi erano le figure necessarie perché ?tutto andasse bene? nei campi e dunque bisognava ingraziarseli con uno spreco rituale[5]. La signora Santa Mazzola ricordava l’uso, in anni di particolare abbondanza, di ringraziare Santa Lucia con una teoria di muli carichi di frumento che spontaneamente si portavano alla chiesa, riccamente bardati e con l’immagine di Santa Lucia in fronte (si facia a sarcìa di Santa Lucia).        
La preparazione della festa richiedeva parecchio tempo (come ancora ne richiede) poiché, una volta questuato o acquisito, il frumento andava separato da tutte le impurità ( annittatu) e  messo in acqua (misu ammoddru). Per quattro giorni, bisognava trattare il grano cambiando più volte l’acqua e strofinandolo contro tegole o mattoni (stricari), operazione che consente di ricavare una cuccìa  dal colorito chiaro (beddra bianca). La sera della vigilia, nei pressi della chiesa,  si cominciava a cuocere la cuccìa in grandi pentoloni (quadari) in un clima di generale allegria e divertimento.  Ancora oggi, la sera antecedente la festa (il sabato dunque), il comitato organizza momenti di svago, serate danzanti e condivisione di cibo mentre si procede con la cottura della cuccìa che sarà pronta all’alba.
Il giorno della festa era, ed è, motivo di numerosi pellegrinaggi dal paese. Un tempo a piedi, ora con le auto, i castelbuonesi giungono a Santa Lucia per assistere alla Celebrazione Eucaristica e per prendere la cuccìa in cambio di una piccola offerta. E’ presente la banda musicale e spesso si organizzano i tradizionali giochi (ntinna, cursa nte sacchi e iocu i pignati). Il piccolo portico e l’interno della chiesa si decorano con i fiori di campo e i nastri verdi e bianchi (colori tradizionali di Santa Lucia) mentre sull’architrave di ingresso si espone u quatru, una piccola immagine di Santa Lucia.
Un tempo, concludeva la festa la processione con la Reliquia per benedire i campi.


[1] cfr.Mogavero Fina A. ,1950, Castelbuono nel travaglio dei secoli, Castelbuono, Tipografia le Madonie. pg. 83

[2] Storia di fondazione comune a tante chiese e cappelle di Sicilia.

[3]I casi  erano i fabbricati che costituivano il cuore di una grande masseria. Esistevano diversi complessi di casi, di varia dimensione in relazione alle attività svoltesi al loro interno, alcune delle quali risultano ancora utilizzate dalla pastorizia, seppure si è perso lo scopo abitativo per cui nascevano. Casi sono definite anche le case coloniche nate nella zona della Culia (Contrada Aquilea)nel ventennio fascista. i casi erano costituite da stanze utilizzate come dormitori, magazzini e stalle.

[4] Molti paesi di Sicilia festeggiano Santa Lucia il 13 dicembre cucinando la cuccìa variamente condita. A Palermo, ad esempio, si trova anche dolce.

[5] Cfr. Buttitta I., 2006a,I morti e il grano, Tempi del lavoro e ritmi della festa, Roma, Meltemi pg. 94-103

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